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SPAZI MUTANTI, SPAZI MUTATI

Riusiamo l’Italia: nuovi paradigmi per generare valore sociale ed economico

«Riusiamo l’Italia. Da Spazi vuoti a start-up culturali e sociali», un «road book» per percorre una nuova strada verso un cambiamento culturale attraverso forme innovative di impresa

In Italia si contano oltre due milioni di spazi vuoti di diverse tipologie, si va dalle ex fabbriche e capannoni industriali dismessi, alle stazioni ferroviarie chiuse, agli ex macelli, cinema e teatri non più in uso, uffici e negozi, sino ad arrivare ai «paesi fantasma», borghi del tutto abbandonati.
Il libro Riusiamo l’Italia di Giovanni Campagnoli ci illustra come un nuovo modello di business, in un’ottica interdisciplinare, ovvero coniugando spazi vuoti, disoccupazione giovanile, innovazione, territori e startuppers, possa contribuire a generare valore sociale ed economico.
Incontriamo Giovanni Campagnoli che ci racconta come, secondo la sua visione, da uno spazio vuoto si possa generare impresa culturale/sociale attraverso le start up giovanili.


Com’è nata l’idea di scrivere un libro, o meglio come lo definisci tu un “road book”, sul riutilizzo degli spazi vuoti? Quali gli obiettivi che ti sei prefissato di raggiungere?
Volevo verificare se l’ipotesi economica di creare occupazione con il riuso degli spazi, riempiendoli di idee, talento, passione giovanile, stava in piedi. Cosi nel corso del tempo ho visitato molte di queste situazioni, oggi vere e priorie imprese culturali e sociali innovative e dove gli startuppers sono persone davvero appassionate del loro lavoro e questo lo si sente subito.  Un road book perché ho percorso tanta strada, mosso dalla curiosità di capire come stavano le cose.


Nella premessa del libro tu parli di “laboratori di innovazione sociale” per una nuova “economia creativa”, ci puoi illustrare il tuo pensiero?
R: Ogni ricerca sociale sui giovani conferma che un loro desiderio – a livello locale – è quello di avere degli spazi in cui ritrovarsi, lavorare, abitare. L’autonomia dei giovani infatti oggi è molto limitata, per tanti motivi, a partire da quel dato di oltre il 42% di disoccupazione giovanile.
D’altra parte abbiamo un Italia piena di spazi vuoti, si parla di due volte e mezza la città di Roma, ma vuota. Abbiamo quindi domanda e offerta, basta “matcharle”. Qui però ci vogliono idee, lavoro, un po’ di capitali, insomma mettersi in gioco. Per fare cosa? È necessario uno studio sulle nuove funzioni d’uso di questi spazi: la vocazione è data dal territorio, dalle competenze che portano i giovani startuppers, dai bisogni che loro hanno rilevato (co-working, co-housing, fab lab, music club, gallerie d’arte, factory, ecc. ecc.). Se solo una minima parte di questi spazi, venisse messa in circolazione ed in ciascuno spazio venissero occupati dai 2 ai sei giovani, la disoccupazione giovanile calerebbe fino a 10 punti. Ricordiamo poi che oggi il valore degli immobili vuoti, è in continuo calo: nuove tasse, agenti atmosferici, vandalismi, all’obbligo di classificazione energetica (e sismica) che ne ha anticipato alcuni livelli di obsolescenza, diminuzione della domanda, ecc., sono tutti fattori che segnalano che i beni è più conveniente per tutti “riusarli” che tenerli fermi. E le esperienze pilota già lo dimostrano con i numeri.


In che modo «il passaggio da spazi dismessi ad imprese culturali/sociali può contribuire davvero ad un cambiamento culturale del paese»?
I territori oggi sono i luoghi dove le cose avvengono: piccoli comuni, così come quartieri vedono apprezzarsi o lasciare andare in rovina beni (a volte pubblici). Riusarli è anche un’azione di cittadinanza, di nuovo welfare, in quanto produce aggregazione, socialità, incontro. Riempire questi spazi partendo dalla cultura dell’impegno civico e trasformarli in luoghi significativi per le persone, rappresenta il fatto che quell’impegno civile si è trasformato in cultura.


Perché, secondo te, mettere a disposizione dei giovani questi spazi vuoti è una «leva economica» importante? Ed in che termini questo può scaturire una “ri-generazione urbana£?
R: Se sull’aspetto economico ho già detto, qui aggiungo che sicuramente questi luoghi possono giocare un grosso ruolo in questa direzione, in quanto la loro funzione è legata sia a nuove opportunità occupazionali, che a innovativi percorsi di apprendimento rispetto a inedite professioni, così come alla riscoperta dei mestieri tradizionali. Questi spazi sono paragonabili alle “botteghe rinascimentali” che hanno contribuito all’uscita dalla crisi dell’era precedente (il Medioevo) e formato una classe di innovatori, artisti ed inventori di cui ancora oggi si parla. Ma in epoca più recente, “bottega” è stata sicuramente anche il mitico garage di “Palo Alto” di Steve Jobs, con i dischi di Bach e Janis Joplin, i libri di cultura hippie e zen, luogo con- diviso con altri colleghi e da cui partì la sua grande avventura. E prima ancora la “factory” di Andy Warhol, le sale prova dei Beatles, ecc.
Rispetto invece alla leva della rigenerazione urbana è potente. I territori dove i negozi ed il commercio chiude, si perdono anche di abitanti. Abitare lo spazio è quello: riprendersi e condividere i luoghi di socialità, tessere legami sociali, creare conoscenza, reti, solidarietà tra persone. Il Giappone – che insieme all’Italia – è il Paese con una popolazione più vecchia, ha lanciato il modello della convivialità tra anziani e giovani nelle abitazioni sfitte. Sono tutti circoli virtuosi, vantaggiosi per tutti.


«Dalla logica delle grandi opere ad una logica più smart», per avviare un’attività di riuso economicamente sostenibile bisogna quindi cambiare approccio?
L’ipotesi è quella di uscire dalle logiche delle «grandi opere» e/o delle opere pubbliche mai terminate o consegnate con anni di ritardo. Si esce quindi dallo schema tradizionale della filiera della programmazione ex lege LL.PP: progetto preliminare, definitivo, esecutivo, gara, affidamento, lavori, collaudo, ecc. (compresi eventuali suddivisioni in lotti).
Per queste azioni, sono invece necessarie logiche più «smart» che riescano ad avviare le attività in tempi molto ridotti, proprio perché i lavori sono a “basso impatto”, andando a ri-usare spazi senza stravolgere il tutto, investendo molto di più sul software (arredi/attrezzature) che sull’hardware. E, tra questi scenari di «rigenerazione urbana low cost», assume un peso crescente il tema del “riuso temporaneo”, anche rispetto alla creazione di valore patrimoniale. Con questo termine è da intendersi qualsiasi operazione di uso parziale e limitato nel tempo che produca il massimo dei risultati di utilità e funzionalità con il minimo dei costi. Ciò può essere perseguito attraverso la re-interpretazione creativa degli spazi per esempio individuando funzioni «compatibili» con lo stato dei luoghi o con semplici operazioni di pulizia, riordino e adattamento dei manufatti. L’alternativa sarebbe quella di subire passivamente l’avanzamento del degrado che significherebbe il procedere inesorabile all’erosione di valore. Sul piatto delle bilancia vanno quindi messi i costi (molto più bassi) del riuso temporaneo rispetto alle perdite di valore (molto alte) dal punto di vista immobiliare, patri-moniale, socio-urbanistico, ecc.


Ripartire dalla cultura e dalle giovani start up come via per combattere la crisi. Ci spieghi come la teoria della «coda lunga» di Anderson , ovvero «da un mercato di massa ad una massa di mercati», possa essere applicabile alla nostra contemporaneità?
La teoria si basa sul passaggio «da un mercato di massa ad una massa di mercati» e spiega molto bene i vari aspetti della moderna economia legata al web, capace di rendere conveniente il rivolgersi a delle nicchie di mercato a numerosità ridotta, ma con interessi specifici ed identificabili in «target».
Le strategie cambiano: i «nuovi mercati» non si conquistano e nemmeno analizzano, ma si creano. E questi spazi di nicchia lasciati dai grandi, sono tutti nuovi ambiti in cui inserirsi con originalità e creatività. Sono gli «smart works» oggi in forte sviluppo perché, in tempi di crisi, le spinte a ricollocarsi, a spostarsi dal lavoro dipendente a quello «intraprendente» sono più forti.

Gli attori di queste nuove sfide, sono start up creative (che non necessariamente coincidono con l’industria creativa), cioè soggetti che fanno della creatività l’asset principale dell’impresa. Dove la creatività è il saper trovare una soluzione nuova applicandola ad un contesto noto, riuscendo così ad individuare un bacino di occupazione locale ad alto contenuto di valore sociale e/o culturale, educativo, artistico, o relativo agli ambiti dei servizi al turismo e valorizzazione ambientale, sport, comunicazione e informazione, green economy.
Sono tutti ambiti considerati “a basso contenuto di investimento”, dove il mix “idea e persone” prevale sul capitale investito.  Oggi le nuove start up giovanili si avviano soprattutto grazie alla dimensione di know how, creatività, innovazione, intelligenza, passione e coraggio.

Riusiamo l’Italia è online anche attraverso un proprio sito www.riusiamolitalia.it che affianca il testo per promuoverne le tematiche e raccogliere esperienze di chi sta già lavorando su questi argomenti.

Su Archeologiaindustriale.net la presentazione del libro Riusiamo l’Italia.

Link la presentazione del libro Riusiamo l’Italia
http://archeologiaindustriale.net/2574_riusiamo-l-italia-da-spazi-vuoti-a-startup-culturali-e-sociali/


© Riproduzione riservata

di Simona Politini


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