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Stefano Luppi
Leggi i suoi articoliGiunge alla P420 per la sua prima mostra personale in Europa l’artista sudcoreana Xian Kim (Seul, 1992), formatasi in incisione presso la Tsinghua University e la Central Academy of Fine Arts di Pechino: «Respite for this Afternoon», dall’11 giugno al 25 luglio propone una disamina del suo lavoro introdotto da Gioele Meandri che ne anticipa contenuti e titolo. «In un mondo che sembra restringersi, collassare su sé stesso e farsi sempre più frenetico e prestazionale, la pittura di Xian Kim, spiega il curatore, agisce come una forma di resistenza silenziosa e questa mostra, idealmente intesa come una pausa pomeridiana, invita a sospendere ogni forma di giudizio precostituito. Per Kim dipingere le cose significa, in ultima istanza, accudirle, levandole dalla polvere della banalità per rivelarne l'intimità più sofisticata. “Respite for this Afternoon” diventa dunque un invito formale a concedersi il lusso della sosta; un invito a cercare il proprio pertugio, la propria traiettoria, per andare oltre ciò che è ovvio e scoprire, nella parzialità di un dettaglio, quel poco di buono che resta, utile per non perdersi completamente nel caos di questo mondo o per perdervisi solo quel tanto che basta».
Xian Kim, «Object 414». Courtesy l’artista e P420, Bologna. Foto Carlo Favero
Xian Kim, «Object 420». Courtesy l’artista e P420, Bologna. Foto Carlo Favero
Osservando i lavori dell’artista si percepisce come nella sua pratica artistica la natura morta si emancipi dalla tradizione descrittiva per diventare un dispositivo di interrogazione percettiva e culturale. L’artista, infatti, utilizza un linguaggio pittorico che prende avvio da oggetti ordinari, frutti, animali, contenitori, elementi domestici, per sottoporli a un processo di trasformazione formale che ne sospende l’identità originaria. Le sue immagini sembrano quindi appartenere a un universo parallelo, dove il reale è filtrato attraverso una superficie artificiale, liscia e plastificata che neutralizza ogni residuo di naturalismo. Il procedimento fa sì che si crei una tensione tra riconoscibilità e straniamento: gli oggetti conservano una memoria della loro funzione ma vengono privati di ogni contesto narrativo e ricollocati in spazi silenziosi, dominati da una sospensione che diviene quasi metafisica. L’artista stessa ha dichiarato di non essere interessata all’autenticità dell’oggetto, bensì alla sua condizione di costruzione culturale e visiva e proprio per questo un elemento centrale della sua ricerca è la nozione di «plasticizzazione» attraverso cui le forme vengono semplificate, rese compatte e prive di temperatura emotiva, come se fossero manufatti sintetici. Infine va ricordato che nella sua produzione più recente emerge inoltre una dimensione narrativa più complessa, con la presenza di dinamiche di occultamento e rivelazione che suggeriscono una riflessione sullo sguardo stesso con il fine ultimo di determinare un’indagine precisa e costante sulla capacità delle immagini di generare mondi possibili, sottratti alle urgenze del reale e aperti a una dimensione contemplativa.