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Gioia Meli
Leggi i suoi articoliUna testa umana può essere anche un uccello. Una lepre può diventare paesaggio. Una figura può apparire addormentata e priva di vita nello stesso momento. È dentro questa zona di indeterminazione che Francesca Giubilei e Luca Berta hanno riconosciuto il punto d’incontro tra due artisti che, sulla carta, sembrerebbero appartenere a mondi lontani: Henri Beaufour, nato nel 1965, e Chiara Calore, classe 1994. Quasi trent’anni di distanza, percorsi differenti, la scultura per l’uno e una pittura densamente figurativa per l’altra. Ad accomunarli è invece una radicale instabilità della forma, la difficoltà di stabilire dove finisca un’identità e ne cominci un’altra.
Da questa intuizione nasce «Tutte le creature abitano il confine», la bipersonale concepita per Palazzetto Tito della Fondazione Bevilacqua La Masa a Venezia. Un titolo che contiene già la struttura teorica del progetto: il confine come costruzione umana che separa ciò che nelle opere dei due artisti continua invece a mescolarsi. Umano e animale, vegetale e minerale, reale e fantastico, corpo e paesaggio. Non propriamente metamorfosi, precisano i curatori, perché la metamorfosi presuppone ancora un prima e un dopo. Qui le identità possono esistere simultaneamente in stati differenti.
Poi, mentre la mostra era ancora in costruzione, è intervenuto un confine che nessun progetto curatoriale avrebbe potuto prevedere. Henri Beaufour è morto prima che l’incontro con Chiara Calore potesse avvenire. I due artisti avevano visto reciprocamente i propri lavori e riconosciuto quella contiguità che Giubilei e Berta avevano intuito; non hanno però fatto in tempo a incontrarsi di persona. La domanda, a quel punto, era se avesse ancora senso realizzare la mostra così come era stata immaginata.
La risposta è arrivata dalle opere. Mortalità, finitezza, disfacimento della materia e passaggio tra differenti stati dell’esistenza erano già presenti nel lavoro di entrambi. La morte di Beaufour non doveva quindi diventare il soggetto della mostra né trasformare una bipersonale in una retrospettiva commemorativa. Presenza e assenza erano, in qualche modo, già dentro il progetto. Nell’ultima sala i due artisti finiscono così per incontrarsi attraverso due autoritratti e con un significativo rovesciamento dei rispettivi linguaggi: un dipinto su tavola di Beaufour e un autoritratto scultoreo in argilla colorata a engobbio di Calore, simile a una maschera mortuaria.
È da questo incontro mancato e tuttavia realizzato dalle opere che parte la conversazione con Francesca Giubilei e Luca Berta: sul significato del confine, sulla traccia lasciata dal corpo dell’artista nella materia, sulla possibilità di mettere in relazione due generazioni senza costruire genealogie artificiali e su quell’inquietudine davanti alla fragilità della forma che, come spiegano i curatori, «non appartiene a un’epoca, ma a uno sguardo».
La mostra accosta due artisti appartenenti a generazioni diverse e con linguaggi apparentemente molto distanti. Qual è stata la prima intuizione che vi ha fatto pensare che Henri Beaufour e Chiara Calore dovessero essere messi uno di fronte all’altra?
Si tratta di uno spazio di indeterminazione. Una nota che risuona in modo diverso nei rispettivi linguaggi di Calore e di Beaufour, ma con un timbro simile. C’è un aspetto paradossale, perché la cifra distintiva che li accomuna ai nostri occhi risiede proprio in qualcosa che è quasi inafferrabile. Ovvero uno statuto incerto inerente alle loro figure e alle loro superfici.
Il titolo, Tutte le creature abitano il confine, contiene già una dichiarazione curatoriale. Che cosa significa per voi «abitare il confine» e dove riconoscete questa condizione nelle opere dei due artisti?
La nostra intenzione era quella di prolungare la traiettoria dell’incertezza e del paradosso anche nel titolo. Un confine può essere geografico, simbolico, concettuale. Ma deriva sempre dall’imposizione di un sistema umano di opposizioni logiche. In questo senso, le creature non sono tenute a rispettare i confini, possono muoversi in un ordine di realtà che congiunge, invece di separare.
Nelle opere di Calore e Beaufour ricorre una forte instabilità della figura: umano e animale, reale e fantastico, quotidiano e mitologico sembrano continuamente contaminarsi. È la metamorfosi la chiave attraverso cui leggere la mostra?
Esatto, questo scivolamento permanente tra poli opposti è il punto di contatto tra le opere pittoriche di Calore e le sculture di Beaufour. Però la metamorfosi configura implicitamente una sequenza evolutiva: il bruco si trasforma in farfalla. Qui invece, la testa umana è anche uccello, la lepre è anche paesaggio, le figure sono dormienti e senza vita allo stesso tempo.
Il progetto era stato concepito quando Henri Beaufour era ancora in vita. Come è cambiata la mostra dopo la sua scomparsa? Avete sentito la necessità di modificarla oppure avete scelto, per quanto possibile, di rispettare il dialogo immaginato insieme a lui?
Inizialmente abbiamo suggerito il contatto in modo discreto, mostrando a Beaufour i lavori di Calore, e viceversa. Entrambi ci hanno confermato di avvertire quella contiguità che noi avevamo intravisto. Quando si è trattato di organizzare l’incontro di persona, purtroppo è arrivata la notizia improvvisa della morte di Beaufour. Ci siamo interrogati se il progetto, come l’avevamo pensato, avesse ancora un senso alla luce di questo evento drammatico. La risposta è giunta dalle opere degli artisti, dal fatto che entrambi avessero già accostato a viso aperto i temi della mortalità e della finitezza. Quando poi Chiara Calore ci ha mostrato un suo autoritratto in argilla colorata a engobbio, che è di fatto una sorta di maschera mortuaria, abbiamo avuto un’ulteriore conferma. Perciò nell’ultima sala della mostra abbiamo fatto incontrare i due artisti attraverso due autoritratti, con un incrocio di tecniche: un dipinto su tavola di Beaufour, e la scultura di Calore.
La morte di Beaufour introduce inevitabilmente un altro confine, quello fra presenza e assenza. Le sue sculture conservano fisicamente tracce, impronte e gesti dell’artista. Questa dimensione ha assunto un significato diverso nel momento dell’allestimento?
Certamente il confine che citiamo nel titolo è anche essenzialmente quello tra vita e morte. La scultura di Beaufour è marcatamente gestuale. Le sue mani, che aggiungono, tolgono, plasmano, limano la materia (ceramica, gesso/bronzo, marmo), sono inscritte nelle opere. La nozione stessa di traccia si colloca a un confine: è qualcosa di visibile, presente, ma porta il segno di qualcosa che non c’è più, che è assente. È una transizione che riguarda ogni opera, nel momento in cui è compiuta e si distacca dal corpo e dall’intenzione dell’artista. La morte dell’artista è solo il caso limite di un fenomeno che si manifesta nella quotidianità della creazione.
Dopo la morte di un artista c’è il rischio che una mostra originariamente pensata come confronto si trasformi involontariamente in un omaggio. Come avete lavorato per mantenere Beaufour e Calore sullo stesso piano, lasciando che fossero davvero le opere a confrontarsi?
L’impostazione bipersonale è sempre stata il nostro punto fermo, garantendo un equilibrio che abbiamo mantenuto rigorosamente anche dopo la scomparsa di Beaufour. Conoscendolo, sapevamo che non avrebbe mai voluto prevalere né apprezzato una celebrazione postuma.
Piuttosto che soffermarci sugli eventi contingenti, ci siamo concentrati sulla contiguità concettuale e formale del loro lavoro. Non abbiamo ignorato il tema della morte, ma l'abbiamo accolto come cifra strutturale del loro linguaggio: la materia in disfacimento, le forme sfuggenti e la transizione fluida tra stati diversi (umano e animale, vegetale e minerale) sono esattamente gli elementi che definiscono quel confine (forse inesistente) su cui si gioca la mostra.
Da una parte la pittura densamente popolata di Chiara Calore, dall’altra la fisicità quasi arcaica della scultura di Beaufour. Quanto vi interessava lavorare sulle differenze anziché cercare necessariamente delle somiglianze?
Le differenze ci interessano, ma la vera sfida è stata trovare la chiave per far emergere la loro profonda vicinanza. Volevamo che dal dialogo tra le opere trasparisse una comune sensibilità nell’osservare il mondo.
Al di là della differenza di genere, dell'ampio divario generazionale (Beaufour classe 1965, Calore 1994) e di percorsi di vita distanti, i loro sguardi condividono la stessa delicatezza e una sottile curiosità per quella dimensione indefinibile dell'interiorità che accomuna ogni essere vivente.
La parola «creature» evita deliberatamente termini come figura, individuo, persona o corpo. Perché l’avete scelta? Nelle opere di Beaufour e Calore c’è anche una messa in discussione di una concezione esclusivamente umana dell’identità?
Abbiamo scelto "creature" perché è un termine privo di rigidità, capace di accogliere la pluralità di esseri (reali o immaginari, comunque fuori da ogni norma) che popolano il lavoro di entrambi. È una parola che evoca libertà e dissolvimento: le identità raffigurate da Beaufour e Calore sfuggono alle definizioni rigide. Anziché farsi catturare o categorizzare, preferiscono dissolversi nel paesaggio.
Palazzetto Tito non è uno spazio neutro e la Bevilacqua La Masa ha una storia fortemente legata alla sperimentazione e alle nuove generazioni. Quanto il luogo ha determinato la costruzione della mostra e il rapporto tra le opere?
Non cercavamo un semplice contenitore, ma uno spazio che con la sua storia potesse arricchire il dialogo tra i due artisti. Palazzetto Tito offre ambienti intimi ed eleganti: un’architettura storica ricca di dettagli preziosi che tuttavia non sopraffà, con la tipica opulenza veneziana, la presenza del contemporaneo.
Questo luogo, inoltre, custodisce già una traccia del percorso di Chiara Calore, che vi aveva lavorato come assegnataria di una borsa di studio per giovani artisti. Ci è sembrato il contesto ideale per invitarla a tornare oggi, da autrice più matura, al fianco di un artista che, pur appartenendo a un'altra generazione, ha scelto di non conformarsi alle grammatiche del sistema dell’arte, conservando come lei uno sguardo autentico e privo di sovrastrutture.
Henri Beaufour è nato nel 1965, Chiara Calore nel 1994: quasi trent’anni li separano. Che cosa può raccontarci questo incontro sul cambiamento della sensibilità artistica tra due generazioni? Esistono inquietudini che ritornano, pur assumendo forme completamente differenti?
Più che un confronto generazionale, questo incontro dimostra come certe inquietudini profonde travalichino il tempo e possano prendere forme diverse pur rispondendo alla stessa urgenza.
Ciò che accomuna Beaufour e Calore è una radicale messa in discussione della centralità dell'essere umano. Se in Beaufour, nato negli anni Sessanta, questa sensibilità si traduce in una scultura arcaica e materica, dove il corpo torna ad essere sostanza primaria, in Calore, cresciuta negli anni Novanta, la pittura si fa magmatica, celebrando un'ibridazione continua tra regni: umano, animale e vegetale.
Il cambio di sensibilità non sta dunque nelle domande, che restano le medesime attorno alla fragilità dell'esistenza e al confine tra vita e disgregazione, ma nel linguaggio: dall'espressività plastica di Henri all'accumulo figurativo e fluido di Chiara. È la dimostrazione che l'inquietudine di fronte al limite/confine della forma non appartiene a un'epoca, ma a uno sguardo.
«Tutte le creature abitano il confine»
Gioia Meli
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