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Margherita Panaciciu
Leggi i suoi articoliSino al 31 luglio la sede londinese di David Zwirner ospita «My Moody Muse», nuova mostra personale dell’artista canadese Steven Shearer. L’esposizione segna il ritorno dell’artista nel Regno Unito con una mostra personale dopo quasi vent’anni e offre l’occasione per immergersi in una delle ricerche più originali e stratificate della pittura contemporanea. Da oltre trent’anni Shearer costruisce un universo visivo in cui convivono storia dell’arte, cultura popolare, sottoculture musicali, archivi fotografici e nuove tecnologie digitali. Pittura, disegno, collage, scultura e installazione diventano strumenti per indagare il modo in cui le immagini modellano la nostra percezione del mondo e la memoria che conserviamo degli altri. Il suo lavoro nasce infatti da domande tanto semplici quanto complesse che riguardano il modo in cui ricordiamo le persone e in che modo le immagini contribuiscono a idealizzarle, trasformandole in figure quasi mitologiche. Al centro del percorso c’è il tema del ritratto, affrontato però da una prospettiva insolita. I personaggi dipinti da Shearer non posano davanti all’artista né corrispondono a individui reali facilmente identificabili. Sono piuttosto «ritratti senza modello», figure costruite attraverso la sovrapposizione di immagini raccolte negli anni, riferimenti artistici, ricordi personali e suggestioni generate dalle tecnologie contemporanee. L’artista ha infatti accumulato per decenni un immenso archivio di fotografie trovate, immagini storiche e materiali provenienti dalle più disparate fonti visive. Negli ultimi tempi questo archivio si è ampliato grazie all’utilizzo di software di modellazione tridimensionale e strumenti di intelligenza artificiale generativa.
Steven Shearer, «The Pastel Tutor», 2025. © Steven Shearer Courtesy the artist, Galerie Eva Presenhuber, and David Zwirner Photo by Kerry McFate
Steven Shearer, «Comely Cad», 2026. © Steven Shearer Courtesy the artist, Galerie Eva Presenhuber, and David Zwirner Photo by Kerry McFate
Steven Shearer, «The Wizzer», 2026. © Steven Shearer Courtesy the artist, Galerie Eva Presenhuber, and David Zwirner Photo by Chase Barnes
Tuttavia, anziché sostituire il processo creativo tradizionale, queste tecnologie diventano per Shearer interlocutori inattesi, capaci di suggerire nuove associazioni e direzioni narrative. Ne emerge una pittura in cui il confine tra reale e immaginario appare costantemente sfumato e in cui i volti sembrano familiari ma impossibili da collocare. Ogni immagine diventa così il risultato di una lunga sedimentazione di memorie visive. Uno dei protagonisti della mostra è Birdy, figura che attraversa il lavoro dell’artista da oltre vent’anni. Nato da alcune fotografie recuperate su un sito dedicato all’hair fetish, dove un uomo sperimentava diverse acconciature trasformandosi nella propria musa, Birdy è stato reinterpretato più volte da Shearer in disegni e dipinti. Nell’opera «The Moody Muse» (2025) il personaggio riemerge attraverso un complesso intreccio di fonti: le fotografie originali, le precedenti elaborazioni dell’artista e perfino immagini generate dal modello di intelligenza artificiale Stable Diffusion. Il risultato è una figura che sembra portare sulle proprie spalle il peso di tutte le immagini che l’hanno preceduta. Particolarmente significativa è anche «The Wizzer» (2026), la più grande tela realizzata da Shearer fino a oggi. Il dipinto raffigura una figura dai lunghi capelli collocata all’interno di una stretta apertura architettonica. Sebbene l’immagine appaia contemporanea, la composizione richiama la tradizione della pittura rinascimentale italiana e, in particolare, alcune soluzioni formali presenti nelle opere di Sandro Botticelli. La pelle pallida del personaggio, le stampelle colorate che ricordano ali spezzate e l’atmosfera sospesa conferiscono alla scena una dimensione quasi religiosa. Anche «PoCo Rococo» (2025) intreccia riferimenti autobiografici e citazioni storiche. Il titolo richiama infatti Port Coquitlam, sobborgo di Vancouver dove l’artista è cresciuto, mentre la composizione accosta elementi contemporanei e dettagli che sembrano provenire dalla pittura manierista. La mostra presenta inoltre una serie di dipinti incentrati su un altro personaggio ricorrente nell’universo dell’artista, ispirato a Manfred Finger, oscuro idolo pop tedesco scoperto casualmente da Shearer attraverso un poster pieghevole trovato anni fa. Trasformato e reinterpretato in numerose varianti, il volto di Finger diventa un’identità mutevole che attraversa epoche, stili e contesti differenti: in alcune tele appare come un elegante personaggio androgino degno di un ritratto rinascimentale mentre in altre assume l’aspetto di una scultura da studio d’artista o di una figura immersa in scenari psichedelici.