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    <title>Il Giornale dell'Arte</title>
    <subtitle>Le ultime notizie del Il Giornale dell'Arte</subtitle>
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    <updated>2012-02-04T22:12:48+01:00</updated>
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        <title>Studiosi a confronto sul «Sant'Agostino nello studio»</title>
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        <published>2012-02-03T21:03:01+01:00</published>
        <updated>2012-02-03T21:03:01+01:00</updated>
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        <summary>Roma. Si svolgerà lunedì 6 febbraio nel Museo Nazionale di Palazzo Venezia (Sala Altoviti) la tavola rotonda, preannunciata da tempo, sul dipinto «Sant'Agostino nello studio», opera attribuita a Michelangelo Merisi ed esposta nella mostra «Roma al tempo di Caravaggio» allestita nel museo romano (la rassegna, che avrebbe concludersi il 5 febbraio è stata prorogata al 18 marzo, Ndr). Il dipinto, rintracciato in una collezione privata, è da mesi al centro di un vivace dibattito sull'attribuzione al maestro lombardo.  Il programma della giornata (dalle 10 alle 18) prevede interventi di: Silvia Danesi Squarzina (Possiamo attribuire a Caravaggio il Sant'Agostino Giustiniani?), Marco Carminati (Sbatti Caravaggio in prima pagina), Marco Cardinali e Beatrice de Ruggieri, (La tecnica pittorica del «Sant'Agostino» e le ricerche tecniche sul corpus di Caravaggio), Claudio Falcucci (Impostazioni compositive attraverso la riflettografia e le macrofotografie), Vittorio Sgarbi (L'autore del Sant'Agostino), Clovis Whitfield (Sant'Agostino nella Roma di Caravaggio), Ursula Fischer Pace (Il «Sant'Agostino Giustiniani»: Giacinto Gimignani ad 1638), Vincenzo Pacelli (L'aspetto iconografico),  Alessandro Cosma e Gianni Pittiglio (Cuculla nigrainduimus: gli Eremitani e l’iconografia di Sant’Agostino nello studio), Keith Sciberras (Caravaggio at the crossroads), Alessandro Zuccari (Enigmi caravaggeschi). Moderano Rossella Vodret e Giorgio Leone.Gli interventi della giornata di studi sul dipinto confluiranno in una pubblicazione scientifica.Il convegno è aperto al pubblico con ingresso gratuito. Per informazioni: poloromano.beniculturali.it; tel. 06 69994312.</summary>
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        <title>Cooperazione pubblico e privato nella cultura: il ruolo delle fondazioni di partecipazione</title>
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        <published>2012-02-03T10:10:34+01:00</published>
        <updated>2012-02-03T10:10:34+01:00</updated>
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            <name>Il Giornale delle Fondazioni</name>
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        <summary>Vicenza. Nell’ambito del progetto Provincia italiana, sviluppato da FuoriBiennale con il Consiglio Regionale del Veneto, le Province di Belluno, Padova, Treviso e Vicenza e la Fondazione CariVerona, la nostra testata organizza il secondo workshop per amministrazioni pubblici, dirigenti e responsabili delle istituzioni culturali, per comprendere presupposti, meccanismi, valenze e criticità della governance fondazionale. «Cooperazione pubblico e privato nella cultura. La fondazione di partecipazione è una risposta giuridica efficace?».Il workshop si tiene  nella sede della Fondazione Cariverona in Vicenza, Palazzo Baggio Giustiniani, contrà S. Francesco, 41, venerdì 3 febbraio alle 18.30 (prenotazioni 0444 327166 info@fuoribiennale.org).Interverranno Ugo Bacchella, presidente della Fondazione Fitzcarraldo che delineerà lo scenario evolutivo atteso del contesto culturale, Enrico Bellezza, già notaio e professore del corso universitario in Turismo di Lucca, ideatore della fondazione di partecipazione, Francesca Lazzari, assessore alla progettazione e innovazione del territorio e alla cultura di Vicenza, Cristian Valsecchi, segretario generale Amaci, sulla rapida conversione dei musei di arte contemporanea al veicolo giuridico in esame, Adriano Da Re, segretario generale della Fondazione Torino Musei, best practice di una realtà che ne incorpora altre, pronta a diventare una «superfondazione», Silvano Spiller, vicepresidente della Fondazione Cariverona, ente di origine bancaria, sulla politica di erogazione di questi enti centrali.L’introduzione sullo scenario di territorio che si appresta ad aprire la Basilica Palladiana dopo il restauro è affidata a Cristiano Seganfreddo, direttore di Fuoribiennale e Innov(e)tion Valley. Modera Catterina Seia, direttore del «Rapporto Annuale Fondazioni» e di «Il Giornale delle Fondazioni» del «Giornale dell’Arte»Provincia italiana si presenta come un laboratorio permanente concepito per ripensare l’idea di «provincia». Il coinvolgimento dei cinque territori di Vicenza, Venezia, Padova, Treviso e Belluno con la creazione di una rete di attività tra i comuni, permette di incubare colture creative: incontri, workshop, talk, conferenze, convegni, azioni a cui corrispondano anche reazioni, proposte e contagi. La prima edizione ha creato una serie di casi specifici con risultati diretti e concreti sui territori. L’obiettivo di questo progetto è definire le linee guida di una piattaforma diffusa permanente, in cui possano incontrarsi le amministrazioni e la contemporaneità, la realtà sociale e la sperimentazione creativa. Un progetto che si origina con la Biennale, ma che guarda già oltre verso il lungo periodo, per realizzare oggi quelle indispensabili condizioni di possibilità che sapranno farsi carico di accompagnare il futuro.© Riproduzione riservata</summary>
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        <title>Napoli, il Forum dimezzato (e non solo nei giorni)</title>
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        <published>2012-02-02T17:50:57+01:00</published>
        <updated>2012-02-02T17:50:57+01:00</updated>
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            <name>Olga Scotto di Vettimo</name>
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        <summary>Napoli. La prestigiosa kermesse internazionale, il cui format fu assegnato a Napoli nel 2007 e destinata a far vivere alla città un protagonismo nuovo sullo scenario internazionale, si arricchisce di settimana e in settimana di notizie di cronaca, pur nell’assoluta vacanza di contenuti che giustifichino le attività espositive e culturali che dovrebbero vivacemente articolarla e gli interventi urbanistici da attuare, per i quali, a dire il vero, già non si parla più.Del Forum Universale delle Culture Napoli 2013 si conosce ormai tutto sull’organigramma e sulle vicende della Fondazione che lo coordina: dalle rocambolesche successioni alla presidenza (Nicola Oddati prima, Roberto Vecchioni poi, Sergio Marotta infine) alle polemiche sui compensi (70mila euro versus 200mila, fino alla rinuncia al compenso, in pieno stile austerity, perché l’attuale presidente ha preferito mantenere quello di vicecapo di Gabinetto del Sindaco); dall’eterogeneo comitato scientifico al prestigio del direttore generale.Ma, si diceva, ogni giorno la cronaca aggiunge nuovi particolari. Quelli che oggi si segnalano sono due: da un lato si scopre (!) che i circa 30 giganteschi totem pubblicitari strategicamente sparsi per la città sotto la precedente gestione sono abusivi (ma c’è da chiedersi come possa essere accaduto visto che, tra l’altro, l’allora presidente del Forum ricopriva anche la carica di assessore alla Cultura del Comune di Napoli); dall’altro che, su suggerimento degli stessi catalani proprietari del marchio Unesco, l’assessore alla Regione alla Cultura della Regione Campania ha dichiarato che il Fourm non si svolgerà in 101 giorni ma solo in 60. Mentre la colpa si dà agli incolmabili ritardi, si hanno finalmente anche le prime certezze sui finanziamenti regionali/europei, pari a circa 15-20 milioni di euro. Abbandonata l’idea di Bagnoli per ospitare il Forum, sono stati indicati le meno «scottanti» e più gestibili Mostra d’Oltremare, centro storico e, forse, alcuni siti sulla collina del Vomero.Intanto sui giornali alcuni a gran voce chiedono alla città di fare un passo indietro e di capitolare: il Forum della Culture «non s’ha da fare».Preferendo, però, il visconte (dimezzato, appunto) di Calvino alle «promesse» di Manzoni, pur consapevoli che non mancheranno nuove delusioni frustranti, ci si augura ancora che vi siano margini perché il Forum si possa ricongiungere con la sua metà (quella buona, ovviamente, se esiste).</summary>
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        <title>Addio a Mike Kelley</title>
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        <published>2012-02-02T06:55:55+01:00</published>
        <updated>2012-02-02T06:55:55+01:00</updated>
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        <summary>Los Angeles.  Mike Kelley è stato trovato morto nella sua casa di South Pasadena, in California. L'artista si sarebbe suicidato. Kelley era nato il 27 agosto 1954 a Detroit. Studente all'Università del Michigan, con i compagni Jim Shaw, Niagara e Cary Loren aveva fondato la band protopunk Destroy All Monsters. Dopo la laurea, nel 1976, si era trasferito a Los Angeles per frequentare il California Institute of the Arts, dove ebbe come insegnanti, tra gli altri, John Baldessari e Laurie Anderson. Contemporaneamente,  con i compagni di studi John Miller e Tony Oursler, fondava la band Poetics. Si dedica alla performance, dando vita a  lavori che integrano pittura, scultura e musica, con uno stile innovativo e sperimentale, di forte impatto.Kelley si afferma sulla scena internazionale a partire dai primi anni Novanta. Nel 1992 è fra i protagonisti di «Post Human», a cura di Jeffrey Deitch, allestita in prima battuta al Musée d'Art Contemporain di Pully-Lausanne e passata poi al Castello di Rivoli, alla Deste Foundation di Atene e alle Deichtorhallen di Amburgo. Da allora le sue sculture popolate di peluche fatti a maglia, inquietanti oggetti di un postdadaismo sconfinante nell'horror, sono entrate nell'immaginario collettivo. Il peluche per la copertina di «Dirty», album della band Sonic Youth, ne ha fatto un artista di culto. Con Tony Oursler partecipa nel 1997 a Documenta X. Nel 2000 entra a far parte della scuderia di Gagosian, dopo essere stato rappresentato per vent'anni da Metro Pictures.Indicato regolarmente tra gli artisti più influenti nella «Power List» di «ArtReview»,  Kelley ha esposto in personali al Whitney, al Lacma di Los Angeles e, fuori degli Stati Uniti, al Louvre, al Portikus di Francoforte, al Mumok di Vienna. In Italia l'ultima personale dedicatagli è del 2009,  al Museion di Bolzano; nello stesso anno si tiene una sua retrospettiva allo Stedelijk Museum di Amsterdam.Da poco era era stato selezionato per la Whitney Biennial del 2012.</summary>
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        <title>Gioconda, originale e copia realizzate in parallelo</title>
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        <published>2012-02-01T21:59:08+01:00</published>
        <updated>2012-02-01T21:59:08+01:00</updated>
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        <author>
            <name>Martin Bailey</name>
        </author>
        <summary>Madrid. Celata da una ridipintura nera, i conservatori del Museo del Prado hanno fatto una scoperta sorprendente. Non era un semplice copia, come si era sempre ritenuto, la tavola raffigurante la «Gioconda» conservata nel museo, ma un’opera dipinta da uno degli allievi prediletti di Leonardo sotto la sua diretta supervisione.Il dipinto è dunque ben più di una copia di bottega, progrediva e mutava di pari passo con la composizione originale dipinta da Leonardo. Rimosse le ultime tracce di ridipintura, sono tornati in luce i fini dettagli del delicato paesaggio toscano, che riecheggia lo sfondo del capolavoro del maestro. Il volto della donna è stato ripulito della vernice ossidata che lo offuscava e gli occhi seducenti e l’enigmatico sorriso della «Gioconda» si sono rivelati in tutta la loro vividezza.Nell’originale del Louvre, del quale non è prevista una pulitura nel prossimo futuro, il volto di Monna Lisa è oscurato da una vecchia vernice screpolata che contribuisce a darle l’aspetto di una donna di mezza età. Nella copia del Prado ne vediamo invece le sembianze che doveva avere all’epoca, quelle di una radiosa giovane donna di una ventina d’anni (comunemente identificata con Lisa Gherardini, sposa del mercante di stoffe fiorentino Francesco del Giocondo).Leonardo da Vinci, e la «Gioconda» in particolare, ha la capacità di far scatenare infinite teorie sensazionaliste. La scoperta della copia coeva al capolavoro vinciano, però, è stata accettata dalle due principali autorità coinvolte, il Prado e il Louvre.La scoperta della veritàFino a pochi mesi fa i curatori del Prado non sospettavano minimamente l’importanza della copia della «Gioconda» in loro possesso. Non si contano infatti le repliche esistenti del capolavoro eseguite nel Cinque e Seicento. Per alcuni specialisti la versione di Madrid era stata dipinta non molto tempo dopo l’originale, ma la mancanza del paesaggio sullo sfondo fece sì che l’opera non suscitasse grande interesse (i cataloghi delle collezioni del Prado non le dedicano molto spazio). Il ritratto è dipinto con finezza, ma lo sfondo nerastro e smorto ha avuto un effetto deprimente sull’impatto visivo dell'immagine della giovane donna.Fino a poco tempo fa si riteneva che il dipinto del Prado fosse stato eseguito su una tavola di quercia (usata di rado nell’Italia del tempo) e che pertanto si trattasse dell’opera di un artista dell’Europa del Nord. Per José Ruiz Manero, autore di uno studio sulle opere italiane nelle collezioni spagnole, il quadro era fiammingo. L’anno scorso l’opera è stata sottoposta a indagini approfondite: è emerso, in primo luogo, che la tavola era in legno di noce, di uso comune in Italia (così come il pioppo, impiegato per l’originale della Gioconda).  Le dimensioni dell'opera poi si avvicinano molto a quelle dell'originale:  il dipinto del Louvre misura 77x53 cm, la copia del Prado 76x57cm.In un intervento presentato due settimane fa nella conferenza tecnica organizzata alla National Gallery di Londra, in concomitanza con la mostra «Leonardo da Vinci: Pittore alla Corte di Milano» (fino al 5 febbraio), i conservatori del museo madrileno hanno annunciato di aver scoperto che lo sfondo nero sulla tavola del Prado era stato aggiunto in un secondo momento. I mezzi di comunicazione non hanno dato notizia di questa conferenza (da noi annunciata; per un resoconto si veda il numero di febbraio, ora in edicola), durante la quale è stata mostrata una fotografia sensazionale: vi si vede l’opera così come appare dopo la rimozione del 90% della ridipintura nera, di cui rimane appena un tassello nella parte superiore destra della tavola.Visivamente, la riscoperta del paesaggio cambia del tutto la nostra percezione del dipinto, lo riporta in vita, lo anima. Ma c’era una sorpresa ancora più grande: le immagini della riflettografia a infrarossi eseguita sulla copia del Prado sono state messe a confronto con quelle ottenute nel 2004 esaminando l’originale del Louvre. Questa metodologia d’indagine consente ai ricercatori di sbirciare sotto la superficie del dipinto e di vedere disegni soggiacenti e variazioni in corso d’opera. Nella copia di Madrid, il disegno soggiacente era simile a quello della «Gioconda» prima che questa venisse ultimata, circostanza che induce a ritenere che originale e copia siano stati iniziati nello stesso momento e che siano stati dipinti di pari passo, uno accanto all’altro, con un’evoluzione comune.Chi l’ha dipinta?È possibile che l’assistente di Leonardo abbia conosciuto Lisa e che possa addirittura essere stato presente durante le sedute per il ritratto. Non ci sono rimasti disegni, ma è probabile che Leonardo avesse cominciato l’opera partendo da bozzetti, schizzi del volto e della posa della giovane donna. Forse Lisa si recò nella bottega dell’artista per gli ultimi tocchi al viso del suo ritratto. La specialista del Prado Ana González Mozo parla della copia di Madrid come di un’opera «di alta qualità» e nella relazione presentata nella conferenza londinese ha fornito le prove che il dipinto era stato eseguito nella bottega di Leonardo. La data precisa dell’originale è dibattuta: il Louvre la colloca tra il 1503 e il 1506. Bruno Mottin, conservatore capo del Centre de Recherche et de Restauration des Musées de France, ritiene probabile che l’autore della copia del Prado sia uno dei due allievi prediletti di Leonardo. Per  Mottin potrebbe trattarsi di Salaì (Gian Giacomo Caprotti) giunto nella bottega di Leonardo nel 1490, o di Francesco Melzi, che cominciò a frequentarla verso il 1506. Se la copia del Prado dovesse essere attribuita a Melzi, la data della «Gioconda» originale dovrebbe essere spostata in avanti.Che cosa ci dice la copiaLa copia madrilena della «Gioconda» è importante per quel che ci dice sulle pratiche in uso nella bottega di Leonardo. Produrre una seconda versione di un’opera, di pari passo con l’originale, è intrigante; avvalora la teoria avanzata da Martin Kemp che Leonardo possa essere stato coinvolto in entrambe le versioni della «Madonna dei Fusi», 1501-07, una di proprietà del duca di Buccleuch e l’altra di un collezionista newyorkese (già nella collezione Lansdowne).Ma a rendere ancora più entusiasmante la copia del Prado è quel che ci svela dell’originale di Leonardo. Nella copia di Madrid alcune parti si sono conservate meglio che nella tavola del Louvre. Dalla copia emergono molti più dettagli della seggiola, della gala che orna la scollatura del vestito di Lisa e del velo semitrasparente che le copre spalla e braccio sinistro. Secondo il curatore del Prado Miguel Falomir la copia potrebbe essere identificata come un ritratto elencato nel 1666 nell’inventario dell’Alcázar di Madrid; non è chiaro, tuttavia, quando l’opera sia entrata a far parte delle collezioni reali spagnole.Ritorno alla luceFalomir sospetta che la ridipintura nera risalga probabilmente alla metà del Settecento. I motivi di questo intervento rimangono ignoti, dal momento che il paesaggio sullo sfondo è rimasto in buone condizioni e che il dipinto originale di Leonardo già a quell’epoca era tenuto in alta considerazione. Forse la ridipintura era funzionale all’esposizione della copia in un interno in cui prevalevano i ritratti su fondo scuro. Negli ultimi mesi lo strato nero è stato meticolosamente asportato nel laboratorio di restauro del museo madrileno; anche la vernice aggiunta posteriormente in altre parti dell’opera, in particolare sul viso, è stata eliminata.Dopo la presentazione al Prado, la copia andrà al Louvre, in prestito per la mostra «L’ultimo capolavoro di Leonardo: La Sant’Anna» (dal 29 marzo al 25 giugno). La si potrà vedere nella stessa galleria in cui si conserva l’originale, dando così per la prima volta agli specialisti e ai visitatori la possibilità di confrontare le due opere. Dopo 500 anni, le due versioni della «Gioconda» torneranno di nuovo insieme..</summary>
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        <title>In 172.549 per Artemisia</title>
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        <published>2012-02-01T09:41:40+01:00</published>
        <updated>2012-02-01T09:41:40+01:00</updated>
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        <author>
            <name>S.L.</name>
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        <summary>Milano. La mostra «Artemisia Gentileschi. Storia di una passione» a Palazzo Reale, con la cura di Roberto Contini e Francesco Solinas, ha chiuso i battenti a quota 172.549 visitatori. Prodotta dal Comune di Milano con 24 Ore Cultura - Gruppo 24 Ore in collaborazione con Cariparma - Crédit Agricole, in 132 giorni di apertura (dal 22 settembre al 29 gennaio, con una no stop nell'ultimo finesettimana di apertura) è stata visitata ogni giorno con una media di 1.307 persone. L'editore 24 Ore cultura dichiara «Un grande successo di visitatori &quot;reali&quot;, ma anche di visitatori &quot;virtuali&quot; sui social media: la pagina della mostra su Facebook ha raggiunto 2346 fan e su Twitter è stato possibile seguire i commenti dei visitatori su @ArtimisiaLomi e con #artemisia». La rassegna era suddivisa cronologicamente nelle quattro fasi che contraddistinguono la vita di Artemisia: gli inizi a Roma, giovanissima, sotto l'influenza del padre Orazio, gli anni a Firenze in cui il suo stile si sviluppa autonomamente, il ritorno a Roma all'inizio degli anni Venti del '600 e il successivo quasi quarto di secolo a Napoli fino alla morte giunta intorno al 1653. Dal 14 marzo «Artemisia» sarò allestita nel parigino Musée Maillol.</summary>
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        <title>Massimiliano Gioni curatore della Biennale di Venezia del 2013</title>
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        <published>2012-01-31T17:02:00+01:00</published>
        <updated>2012-01-31T17:02:00+01:00</updated>
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        <summary>Venezia. Sarà Massimiliano Gioni il curatore della 55ma Esposizione Internazionale d'Arte che si terrà nel 2013. Lo ha deliberato oggi il Consiglio di amministrazione della Biennale di Venezia, presieduto da Paolo Baratta e composto da Giorgio Orsoni, vicepresidente, Luca Zaia, Francesca Zaccariotto ed Emmanuele Francesco Maria Emanuele, riunitosi a Ca' Giustinian per nominare i direttori per i settori Arti Visive, Musica, Teatro e Danza.Gioni è stato eletto a maggioranza direttore del settore Arti Visive con lo specifico incarico di curare l'edizione della Biennale veneziana del 2013. Nato a Busto Arsizio nel 1973, il curatore e critico è attualmente Associate Director del New Museum di New York e direttore artistico della Fondazione Nicola Trussardi di Milano. Nel 2010 ha diretto (primo direttore europeo nonché il più giovane nella storia della biennale asiatica) 10.000 Lives, l'ottava Biennale d'Arte di Gwangju in Sud Corea.  Per la Biennale di Venezia ha curato nel 2003 la sezione «La Zona», nel 2004 è stato  cocuratore della biennale itinerante Manifesta 5 e nel 2006 ha curato la quarta Biennale di Berlino con Maurizio Cattelan eAli Subotnick (suoi colleghi anche nell'avventura della Wrong Gallery, la più piccola galleria del mondo, a New York. Il 16 febbraio, ma questa volta solo con Cattelan, inaugurerà lo spazio Family Business a Chelsea).Al termine del Cda, il presidente Paolo Baratta ha sottolineato come «Per le Arti Visive, dopo avere richiamato il successo dell'edizione di Bice Curiger, la Biennale ha voluto nominare con congruo anticipo il nuovo Direttore, e fra le possibili soluzioni in campo internazionale ha individuato in Massimiliano Gioni una personalità, giovane, che ha già accumulato importantissimi incarichi che egli ha svolto in modo da conquistare autorevolezza tra gli artisti e i critici di tutto il mondo».Le altre nomine deliberate: Ivan Fedele è stato nominato direttore del settore Musica per il quadriennio 2012-2015; Àlex Rigola, già direttore del settore Teatro negli anni 2010-2011, è stato confermato per il biennio 2012-2013; confermato anche per tutto il 2012 Ismael Ivo, direttore del settore Danza dal 2005 al 2011.Qui di seguito la nostra intervista a Massimiliano Gioni pubblicata a dicembre 2010 in «Vernissage»:http://www.ilgiornaledellarte.com/articoli/2010/12/105553.html</summary>
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        <title>Alla fine della Fiera, a Bologna non è andata così male</title>
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        <published>2012-01-31T09:50:16+01:00</published>
        <updated>2012-01-31T09:50:16+01:00</updated>
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            <name>Jenny Dogliani </name>
        </author>
        <summary>Bologna. Oltre 40mila visitatori hanno passeggiato tra le 150 gallerie del Quartiere Fieristico cittadino durante i primi 3 giorni di ArteFiera, che ha chiuso i battenti ieri. Un pubblico vivace accanto, però, a un mercato lento e titubante, animato quasi esclusivamente da collezionisti italiani molto interessati, ma restii a mettere mano al portafoglio, vuoi per la grave crisi economica che dilaga nei Paesi dell’eurozona, vuoi per la pressione fiscale e la lotta all’evasione che caratterizzano invece il panorama nazionale. A risentire principalmente di questi due fattori sono le opere a sei zeri dell’arte moderna, «è soprattutto il diritto di seguito, insieme all’Iva al 21%, che poi diventerà al 23%, a penalizzare il mercato italiano», spiega Matteo Lampertico dell’omonima galleria milanese, nel suo stand con opere di Castellani, Capogrossi, Basaldella, Burri e Fontana, fino a un milione di euro.La flessione delle vendite contagia anche il settore dell’arte contemporanea. Lo si evince, per esempio, dalle parole di Frej Forsblom della galleria Forsblom di Helsinki, che davanti a un dipinto di Jason Martin da 90mila euro dichiara di non stare vendendo molto. Decisamente meglio, invece, gli affari per le giovani gallerie e per le opere sotto i 50mila euro. A documentarlo sono le parole di Antonio Di Mino della galleria Bianca di Palermo, che tra opere di Bonafè e Alessandro Bazan e Paul Housley dagli 800 agli 8.000 euro, afferma: «La richiesta è tanta, abbiamo allacciato molti contatti e portato a termine parecchie vendite». Con lui anche So Hasegawa della Base Gallery di Tokyo, che davanti a opere di Fukushi Ito, Minako Abe, Atsuo Ogawa e Nobuyuki Takahashi fino a 68mila euro, conferma: «abbiamo venduto bene e abbiamo conosciuto nuovi collezionisti italiani. Il mercato in ArteFiera non è andato così male».</summary>
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        <title>La dieta non nuoce ad ArteFiera</title>
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        <published>2012-01-31T14:11:44+01:00</published>
        <updated>2012-01-31T14:11:44+01:00</updated>
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        <author>
            <name>Stefano Luppi   </name>
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        <summary>Bologna. Si è chiusa ieri la 36esima edizione di Arte Fiera Art First, l’ultima presumibilmente diretta da Silvia Evangelisti che, dopo esserne stata la responsabile dal 2004, è oggi in scadenza di contratto. Evangelisti ha inoltre già reso noto di aver assunto, altre al proseguimento degli impegni di insegnamento in Accademia e Università, la responsabilità quale «referente, e coordinatrice insieme ad Andrea Binato, di tutte le attività culturali del progetto di Renzo Piano per l'area ex Falck di Sesto San Giovanni».«Il Giornale dell’Arte» pubblicherà sul numero di marzo il consueto report dedicato alla più importante fiera d’arte italiana (visitando gli stand si aveva la sensazione che varie vendite ci siano state, forse non al livello di periodi precedenti in ogni caso), per ora vale la pena sottolineare come la riduzione del numero di gallerie (una quarantina in meno rispetto al 2011, ora sono 150) e il conseguente cambiamento di padiglioni abbiano fatto bene alla manifestazione.Gli spazi dei padiglioni 16, 21 e 22 hanno permesso infatti un rinnovato layout reso possibile dalla luce naturale (sono affacciati su un cortile centrale) che ha agevolato la visita delle migliaia di persone che l’hanno visitata nel weekend. Saranno superati i numeri del 2011 oppure avranno ragione alcuni noti galleristi che quest’anno hanno deciso di non partecipare lamentando la mancata riduzione dei prezzi degli stand in tempi di crisi e un deciso restyling della manifestazione? L’opera maggiormente ammirata dal pubblico è senz’altro l’installazione «Armada» di Jacob Hashimoto, portata da Studio La Città di Verona: 700 piccole barche a vela che oscillano grazie a un sistema meccanico. Quella che ha fatto discutere invece è il murale di Stella Rognoni raffigurante Vittorio Sgarbi inginocchiato che lustra le scarpe a Philippe Daverio. Il primo, visitando l’opera, aveva abbozzato dicendo: «Bella, è arte e l’arte è fatta per essere realizzata senza autorizzazione. Con Daverio siamo amici, era peggio se lustravo ad Achille Bonito Oliva», ma nel giro di poche ore i volti dei due protagonisti sono stati cancellati. ArteFiera non ha voluto dare chiarimenti sull’azione, non confermando l'ipotesi di uno Sgarbi innervosito dalla rappresentazione: «Il lavoro, dicono ad ArteFiera, non era esposto 'ufficialmente' all'interno del percorso espositivo».Impossibile ripercorrere qui le centinaia di appuntamenti che nel fine settimana appena trascorso hanno accompagnato la manifestazione: vale solo la pena sottolineare un appuntamento «esterno» che ha però scelto di effettuarsi nei giorni di ArteFiera. L’inaugurazione, a Palazzo Pepoli Vecchio, di Genus Bononiae, il Museo della storia di Bologna, voluto da Fabio Roversi Monaco. Grande successo di pubblico anche, venerdì scorso, ha raccolto l’incontro con Luigi Ontani che presentato da Renato Barilli ha ripercorso la sua lunga carriera. In fiera, sabato scorso, è stato anche scelto il vincitore del sesto premio Gruppo Euromobil under 30: ha vinto l’artista serbo, 30 anni, Nebojsa Despotovic con l'opera «Topologia discreta» esposta nello stand di Boccanera Artecontemporanea di Trento. «Nella sua pittura convivono allo stesso tempo memoria personale e studio del passato, altissimo senso della qualità pittorica e sensibile attenzione al quotidiano con una predilezione per il mondo infantile»,  dice la giuria composta dalla famiglia Lucchetta titolare di Euromobil, Silvia Evangelisti, Beatrice Buscaroli, Aldo Colonetti, Cleto Munari e Francesco Poli. Arte Fiera, infine, invade anche i social network: su www.facebook.com/#!/artefiera,  www.twitter.com/#!/artefiera e https://it.foursquare.com/artefiera .</summary>
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        <title>Venaria supera il milione di visitatori e presenta la nuova stagione delle mostre</title>
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        <published>2012-01-31T12:55:57+01:00</published>
        <updated>2012-01-31T12:55:57+01:00</updated>
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        <author>
            <name>S.L.</name>
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        <summary>Venaria Reale (To). Il direttore della Reggia di Venaria, Alberto Vanelli, ha presentato il programma espositivo e culturale del monumento che, con i suoi due milioni e 600mila visitatori dalla riapertura, è tra i luoghi d'arte più visitati d'Italia. «Siamo il quinto sito, dopo il Colosseo, gli scavi di Pompei, il Polo museale fiorentino e quello veneziano», precisa Vanelli. Interviene anche il presidente del consorzio che gestisce l'ex residenza sabauda (ne fanno parte Mibac, Regione Piemonte, Compagnia di San Paolo e Fondazione 1563 per l'Arte e la Cultura), il dirigente Rai Fabrizio Del Noce: «Nessuno deve scandalizzarsi se raccogliamo fondi anche con balli e matrimoni, come fanno all'estero. Inoltre ci siamo accorti che le mostre con un unico capolavoro, come quella dedicata all'autoritratto di Leonardo da Vinci sono forse più efficaci rispetto a mostre ricchissime e complesse come &quot;La Bella Italia&quot;».Quest'ultima, dopo le polemiche delle settimane precedenti l'apertura causa mancanza di due spazi appositi per gli ex ducati di Parma e Modena (l'allestimento era suddiviso tra gli stati pre-unitari e le città capitali nei secoli precedenti l'Unità) ha totalizzato oltre 223mila presenze. Ora nella reggia sabauda è allestita la mostra «Leonardo. Il genio, il mito», prorogata sino al 19 febbraio. Il 20 febbraio ci sarà un'apertura straordinaria gratuita: 3mila i biglietti disponibili dal 1° febbraio presso la biglietteria della Reggia e all'InfoPoint di piazza Castello a Torino. Dopo una chiusura dal 13 febbraio al 15 marzo, la Reggia riaprirà il 16 con un percorso di visita rinnovato, Il Teatro di Storia e Magnificenza lungo 2mila metri e per gli appuntamenti espositivi di primavera.  Mostre dedicate alla Peota reale, la «fiabesca imbarcazione» del re di Sardegna, alla ricostruzione della collezione d'arte del principe Eugenio di Savoia: 130 opere, tra gli altri di Guido Reni, Van Dyck e Brueghel in arrivo dalla Galleria Sabauda, in attesa del nuovo allestimento nella Manica Nuova di Palazzo Reale a Torino (I quadri del re. Capolavori dalle collezioni sabaude. Le raccolte del principe Eugenio, condottiero e collezionista, dal 30 marzo al 9 settembre). E ancora, in estate,  gioielli che l'orafo Peter Carl Fabergè realizzò per gli zar di Russia (da fine luglio all'autunno).I numeri come detto fotografano un sistema di ampia tenuta nel campo dei beni culturali: la ristrutturazione di Reggia e circondario costò 200 milioni di euro (130 per i grandiosi edificio e giardini, composti su 10mila ettari), mentre in pochi anni le entrate sono arrivate a 9 milioni di euro tra biglietteria, bookshop e punti di ristoro.Il 28 gennaio è stato anche premiato, presidente Fabrizio Del Noce e dall'Assessore regionale alla cultura Michele Coppola, il milionesimo visitatore della Reggia: si tratta di Margherita Gervasoni, 30 anni, di professione consulente, residente a Mentone in Francia.</summary>
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        <title>Il Tar del Lazio blocca le gare per i servizi del Polo Museale romano </title>
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        <published>2012-01-31T09:44:24+01:00</published>
        <updated>2012-01-31T09:44:24+01:00</updated>
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            <name>Tina Lepri</name>
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        <summary>Roma. In un anno e mezzo i Tar-Tribunali amministrativi regionali del Paese hanno bloccato una trentina di gare per i servizi dei musei. L'ultima è quella, recentissima, che affidava a privati i servizi di biglietteria del Polo Museale romano: Galleria Borghese, Palazzo Barberini, Galleria Spada, Palazzo Corsini, Castel Sant' Angelo, Palazzo Venezia. Tutto da rifare.Il verdetto del Tar del Lazio non è che l'ultimo di una lunga serie di interventi dei giudici amministrativi di Campania, Calabria, Puglia ecc. Le gare che il Ministero per i Beni culturali ha bandito dal maggio 2010 sono in pratica fallite. Le concessioni di bookshop, biglietterie, guardiania, servizi di ristoro e altri servizi museali sono da tempo scadute e i gestori potrebbero interrompere i servizi da un giorno all'altro.Patrizia Asproni, presidente di Confcultura, l'associazione che raggruppa buona parte delle imprese interessate ai servizi aggiuntivi, dice che «Se le nuove gare si sono  ancora una volta arenate è la prova che i contenuti dei bandi sono inadeguati e non consentono alle ditte di partecipare. Quindi le attuali gare per le concessioni dei servizi museali di fatto non convengono né agli imprenditori né al Ministero».</summary>
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        <title>La Reggia di Colorno chiusa per terremoto</title>
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        <published>2012-01-29T13:41:28+01:00</published>
        <updated>2012-01-29T13:41:28+01:00</updated>
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            <name>Tina Lepri</name>
        </author>
        <summary>Colorno (Parma). Lunedì inizieranno i lavori nella Reggia di Colorno, che resterà chiusa, per rimuovere le due statue della facciata (una terza è pericolosamente in bilico) crollate alla seconda scossa di terremoto del 27 gennaio che ha colpito il Nord e l'Emilia. Molti i vasi, i pinnacoli e le antiche decorazioni lesionati o distrutti dal sisma; altri sono danneggiati ma stanno ancora su grazie ai supporti metallici. Anche le torri della Reggia, 400 stanze e un magnifico parco restaurato di recente, hanno subito pesanti contraccolpi: quella di destra, sul lato della piazza, è inagibile e si aspettano esami più approfonditi per  capire la gravità delle lesioni: la torre che guarda il giardino della storica residenza ha una statua che incombe sul tetto sottostante. Ieri i tecnici hanno percorso anche l'interno della storica residenza, di proprietà della Provincia: nei corridoi del piano nobile e nelle stanze, molte le lesioni e le fenditure che andranno analizzate. Dalle finestre del sottotetto la visione complessiva dei danni è preoccupante. «Tutte le operazioni saranno concordate con la Soprintendenza, subito però la rimozione degli elementi a rischio e un sopralluogo con i tecnici per valutare eventuali problemi di staticità», afferma l'assessore provinciale alla Cultura Giuseppe Romanini. Altri edifici del parmense hanno subito danni. Preoccupa, nel centro della Bassa, la Rocca Terzi che ospita il Municipio. Verifiche anche alla Rocca di Fontanellato e a palazzo Giordani, una delle sedi della Provincia di Parma.</summary>
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        <title>Generazione TQ, un manifesto per l'Università e la ricerca</title>
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        <published>2012-01-27T22:08:28+01:00</published>
        <updated>2012-01-27T22:08:28+01:00</updated>
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            <name>Andrea Cortellessa e Michele Dantini </name>
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        <summary>«Dopo la scorsa estate siamo stati accusati di essere spariti: di aver lasciato la scena, in altre parole, dopo averla invasa. Ma non c’è solo la &quot;scena&quot;. TQ è un movimento di lavoratori e lavoratrici della conoscenza trenta-quarantenni e dunque, se lavora, lo fa anzitutto preoccupandosi di conoscere in dettaglio i temi su cui sceglie di intervenire.La nostra azione si svolge in spazi pubblici minacciati (come lo scorso 11 ottobre, quando una pacifica assemblea coi lavoratori della Biblioteca Nazionale di Roma è stata dispersa dalle forze dell’ordine) e con l’elaborazione di documenti su temi nevralgici come l’Università. Molti di noi vi sono &quot;incardinati&quot;, altri vi lavorano come precari, tutti l’abbiamo vissuta come studenti; ciascuno di noi conosce le sue magagne da un diverso punto di vista.Abbiamo dedicato molto tempo a elaborare il nostro quarto manifesto, che proprio all’Università e alla Ricerca è dedicato (e da oggi è disponibile @ http://www.generazionetq.org/2012/01/26/manifesto-tq4-universita-e-ricerca/).Intendiamo da un lato rivendicare l’importanza dell’istituzione universitaria ai fini di una democrazia partecipata e della mobilità sociale; dall’altro indicare le distorsioni cui l’hanno condotta le riforme promosse negli ultimi dodici anni, con attitudine perfettamente bipartisan, tanto dal centrodestra che dal centrosinistra, a partire dalla legge Berlinguer. A Mariastella Gelmini è subentrato Francesco Profumo. Col bel risultato che lo spirito s’è fatto (si potrà dire?) tripartisan. Con la prossima attuazione del regolamento sull’Abilitazione scientifica nazionale per l’accesso al ruolo dei professori universitari la pratica della cooptazione risulta, se possibile, incoraggiata; il bando dei nuovi Programmi di ricerca Prin restringe le risorse e introduce &quot;colli di bottiglia&quot; normativi a livello di singolo Ateneo; sono ridotte le opportunità per ricercatori individuali e comunità scientifiche innovative; la ricerca diffusa (o &quot;curiosity driven&quot;) è sacrificata a esigenze che il ministro, in un’intervista al &quot;Sole 24 ore&quot;, dichiara &quot;sistemiche&quot;.I due momenti genealogici dell’intelligenza occidentale, l’attitudine critica e il dubbio metodico, non possono essere incoraggiati da principi di management o dall’acritica adozione di dispositivi digitali. Non si può chiedere che i costi della riduzione del welfare formativo continuino a essere sostenuti in primo luogo dalle più giovani generazioni, senza una redistribuzione di risorse e una nuova regolamentazione dei poteri. Leggiamo nel manifesto TQ: &quot;la richiesta di un’università più qualificata e collegiale, avanzata dai movimenti studenteschi&quot;, è stata disattesa dalla legge 240/2010 che incoraggia &quot;un governo verticistico e autoritario degli atenei&quot; dando «quasi tutti i poteri di indirizzo e di controllo ai rettori, ai direttori amministrativi e ai dirigenti» e riducendo «a istituti consultivi (quando non sono stati eliminati del tutto) gli organi collegiali preesistenti».Le discipline storiche e sociali sono neglette da queste “riforme”, malgrado in ambito internazionale sempre più si insista sull’importanza degli studi umanistici per la costruzione di comunità cosmopolite, riflessive e tolleranti: &quot;la partecipazione di capitali privati è un processo da incoraggiare nel quadro delle compatibilità previste per il ruolo sociale e civile di un’istituzione culturale pubblica&quot;, prosegue il manifesto TQ: &quot;al tempo stesso, non è facilmente prevedibile al di fuori di ambiti tradizionalmente legati alla produzione, come ingegneria, chimica o farmacia, dove peraltro già esistono collaborazioni&quot;. La politica dei tagli lineari è punitiva e dimissionaria: &quot;l’Università è istituzione dello Stato, non di un qualsiasi esecutivo; ed è chiamata a esaudire principi fondamentali di democrazia e giustizia sociale. L’accesso democratico alla professione della ricerca e la formazione qualificata degli studenti mediante specifiche protezioni sono da considerare 'beni comuni'&quot;.TQ promuove una discussione pubblica su questi temi. Alla nostraprossima assemblea plenaria, il 18 febbraio a Firenze, verranno invitate tutte le componenti del mondo universitario. Vorremmo affermarlo con fermezza: l’Università italiana oggi ostacola de facto la mobilità sociale e dissuade dal perseguire indipendenza e innovazione. Per noi difenderla non vuol dire difendere il modo in cui è stata gestita finora. Disciplinare l’intervento pubblico, ridurre gli sprechi, riqualificare i processi di selezione e ricostruire le carriere su criteri di competenza scientifica e attitudine didattica sono esigenze anzitutto nostre: di chi opera nell’università e ne ha cura quotidiana. Ma nulla di tutto questo è stato fatto nel recente passato, né pare rientrare fra le priorità del nuovo Governo».*Il testo è originariamente apparso in «Il Corriere della Sera» del 27 gennaio 2012</summary>
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        <title>Cristiana Collu pronta a prendere le redini del Mart</title>
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        <published>2012-01-27T18:12:17+01:00</published>
        <updated>2012-01-27T18:12:17+01:00</updated>
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        <author>
            <name>Veronica Rodenigo </name>
        </author>
        <summary> Rovereto (Trento) «Un gigante discreto», Cristiana Collu, la neodirettrice del Mart che entrerà ufficialmente in carica a partire dal 1° febbraio, parla così dell’istituzione museale trentina, immaginandola come una realtà «in ascolto e in dialogo, che sappia essere non solo un crocevia ma anche un diffusore. Voglio dare al mio lavoro un’impronta di responsabilità verso il futuro, evitando accuratamente di fare del museo un’industria della nostalgia» ha dichiarato stamane la Collu durante la presentazione alla stampa delle attività per il 2012.Gabriella Belli rimane un esempio di gestione museale di successo mentre per quanto riguarda il futuro programma espositivo già elaborato dalla precedente direzione, la giovane direttrice esprime piena condivisione senza escludere la possibilità di potervi intervenire con ulteriori progetti. «Un museo, però, non fa solo mostre, puntualizza. Va data centralità agli archivi, alla collezione e alla biblioteca, che dovranno essere accessibili alla comunità». E proprio in merito al rapporto con la comunità la neodirettrice afferma di non sentirsi ospite bensì già parte della realtà trentina e manifesta l’intenzione di trasferirsi a Rovereto: «Finora ho impiegato tutto il mio tempo per incontrare le persone e parlare con loro e ho trovato uno staff davvero accogliente». «Cristiana Collu è la persona giusta», ha ribadito il presidente del Mart Franco Bernabè. Su 55 candidati ridottisi a una rosa finale di 4 nomi «ci ha colpito per la capacità di innovare e contemporaneamente di coinvolgere le comunità locali di cui ha dato prova al Man di Nuoro». Nel frattempo il Mart (oltre 300mila ingressi nel 2011 e una percentuale di pubblico pagante del 65%) nel 2012 compie 10 anni e festeggia con un nuovo logo e un nuovo volto alla guida il suo compleanno.</summary>
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        <title>«Qui non ci sono bambini»: infanzia e deportazione nei disegni di un ragazzino internato ad Auschwitz e Buchenwald</title>
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        <published>2012-01-27T11:18:55+01:00</published>
        <updated>2012-01-27T11:18:55+01:00</updated>
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        <author>
            <name>Tina Lepri</name>
        </author>
        <summary>Torino. Da oggi al 13 maggio sarà possibile vedere, per la prima volta in Italia, i 50 disegni di un bambino deportato ad Auschwitz, Thomas Geve, in mostra al Museo Diffuso della Resistenza. In occasione della inaugurazione della mostra, Thomas Geve, che vive in Israele, sarà presente al Museo. Il ragazzo aveva 13 anni quando, nel 1943, fu internato nel campo di sterminio insieme con la madre che morì nel campo. Assegnato ai lavori forzati, il bambino sopravvisse, trasferito prima a Gross-Rosen poi a Buchenwald dove fu liberato nell'aprile del 1945. I disegni rappresentano una testimonianza straordinaria per la lucidità e la precisione con la quale Thomas è riuscito a rappresentare le realtà del Lager descrivendo l'orrore che ha vissuto e la cattura, attraverso i disegni, di particolari inediti, inimmaginabili, della vita quotidiana nei posti dove, secondo la propaganda nazista: «Qui non ci sono bambini». Quelli esposti sono riproduzioni fedelissime dei disegni originali conservati a Gerusalemme presso lo Yad Vashem, il luogo dedicato agli eroi e ai martiri della Shoah, e non sono trasportabili a causa della fragilità della carta. I disegni, della dimensione di una cartolina, furono realizzati usando il retro dei formulari delle SS, con acquerelli e pastelli colorati che Thomas chiese durante il mese in cui rimase nel campo dopo la liberazione, perchè troppo debilitato.</summary>
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        <title>Versailles, Penone artista invitato del 2013</title>
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        <published>2012-01-27T07:47:09+01:00</published>
        <updated>2012-01-27T07:47:09+01:00</updated>
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            <name>Anna Maria Merlo</name>
        </author>
        <summary>Versailles. Sarà Giuseppe Penone l’artista invitato da Versailles nel 2013. Lo ha annunciato ieri la nuova presidente del Château, Catherine Pégard. Per quest’anno, Catherine Pégard ha confermato la scelta del suo predecessore, Jean-Jacques Aillagon, che aveva invitato la portoghese Joana Vasconcelos. Catherine Pégard ha parlato di «svolta» per l’arte contemporanea a Versailles, dopo un primo periodo «pionieristico». «L’arte contemporanea ha trovato il suo posto a Versailles», ha affermato. La scelta di Penone è in diretto rapporto con la celebrazione dei quattrocento anni della nascita del giardiniere del re André Le Nôtre, a cui sarà dedicata un’importante mostra il prossimo anno. «Ho pensato che Giuseppe Penone fosse assolutamente al suo posto nel dialogo tra passato e presente, ha spiegato Catherine Pégard, lui che penetra la superficie delle cose per ritrovarne la vita e i segreti. Quale miglior simbolo che accogliere a Versailles questo artista italiano, ma così francese, che ha tratto un’opera da uno dei cedri (del parco di Versailles) abbattuti dalla tempesta del ’99?».</summary>
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        <title>Giù la maschera, Adolfo Wildt</title>
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        <published>2012-01-24T15:15:14+01:00</published>
        <updated>2012-01-24T15:15:14+01:00</updated>
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        <author>
            <name>Stefano Luppi</name>
        </author>
        <summary>Forlì. I Musei San Domenico, dal 28 gennaio al 17 giugno, ospitano la rassegna «Adolfo Wildt. L’anima e le forme tra Michelangelo e Klimt», curata da Fernando Mazzocca e Paola Mola, con l’allestimento di Wilmotte et Associés e Studio Lucchi e Biserni e l’organizzazione della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì in collaborazione con il Comune (catalogo Silvana Editoriale). Ne parla, in questa intervista, lo stesso Mazzocca.Perché Wildt, pur avendo raccolto molti riconoscimenti in vita, è stato poi quasi dimenticato?Wildt è stato un uomo tormentato e un artista incontentabile, alla ricerca di sfide sempre più difficili e ardite. Lui stesso ricordava che nel 1906 era discesa su di lui una «notte mentale che mi tenne nella sua tragica ombra per tanto tempo. Soffrivo fino a rasentare la follia». Da questo stato emergerà dopo tre anni, siglando lo splendido e inquietante «Autoritratto», con la maschera tragica del suo volto scavato proiettata su fondo oro, con tre croci. Eppure doveva essere soddisfatto dei risultati raggiunti. Nel 1894 aveva iniziato un rapporto esclusivo con Franz Rose, un ricco latifondista prussiano, che per ben diciotto anni gli consentì di lavorare senza problemi e senza condizionamenti. Questa lunga relazione lo avvicinò all’Europa delle Secessioni e in quegli anni le sue opere furono presentate e premiate alle grandi esposizioni di Monaco, Dresda e Berlino. La svolta avvenne quando l’ultimo capolavoro creato per Rose, una grande fontana con tre figure («La Trilogia»), che ora giace pressoché dimenticata in un angolo remoto della Villa Reale a Milano, venne esposta alla Biennale di Brera del 1912 dove, nonostante la controversa accoglienza della critica, vinse il prestigioso Premio Principe Umberto. Da allora, pur tra molte polemiche, il suo successo fu inarrestabile: era detestato da molti, ma celebrato alla Biennale di Venezia, ammirato da D’Annunzio, Pirandello, Sarfatti, Ojetti, Carrà e Sironi che lo celebrò, alla morte avvenuta nel 1931, con uno splendido necrologio.Quanto pesò la sua presunta prossimità al fascismo?Su di lui è calato un velo di silenzio nel dopoguerra, ma non solo per essere stato ingiustamente considerato troppo vicino al fascismo. La vera ragione fu che la sua visione della scultura venne ritenuta antitetica a chi, come Medardo Rosso e Arturo Martini, furono considerati gli interpreti di una visione più moderna.Com’è organizzato il percorso della mostra?Abbiamo seguito un andamento cronologico che mettesse in evidenza il mutamento di temi e di soluzioni stilistiche da un periodo all’altro: da una fase iniziale pervasa da un drammatico spirito eroico, come nel «Vir Temporis Acti» o nel «Prigione», a una contraddistinta da una spiritualità al femminile, come nel «Rosario», nell’«Anima e la sua veste», in «Maria dà luce ai pargoli cristiani», alle successive invenzioni «surrealiste» come «La concezione» o il grande «Orecchio», allo scatto delle opere finali come il «Ritratto di Margherita Sarfatti» e il «Puro folle». Ma la mostra segue in realtà due percorsi, in un continuo confronto tra le opere di Wildt e quelle di Crivelli, Donatello, Bramantino, Ghirlandaio, Michelangelo, Bambaia, Dürer, Cosmè Tura, Bronzino, Bernini, Canova, Previati, Casorati, De Chirico, Carrà e Melotti e Fontana, suoi allievi a Brera.Ci sono novità scientifiche e restauri importanti?Questa mostra non sarebbe stata nemmeno pensabile senza gli studi di Paola Mola, a partire dagli anni Ottanta. Così diversi restauri, come quello del monumento a Nicola Bonservizi, hanno consentito di restituire alcune opere alla loro originaria bellezza.Perché a Forlì una mostra del milanese Wildt?Il Museo Civico di Forlì conserva un cospicuo nucleo di sue opere, capolavori eseguiti per il suo mecenate forlivese, il marchese Ranieri Paulucci de’ Calboli. Così l’atmosfera metafisica della città, che conserva l’impronta urbanistica e architettonica del Ventennio, la rende particolarmente adatta all’opera di Wildt.Con quali caratteristiche emerge il suo linguaggio figurativo?Sono proprio i confronti, direi tutti molto puntuali, con le opere cui lui si è ispirato e quelle dei contemporanei a farci capire finalmente l’originalità e la modernità di un percorso figurativo unico proprio per la capacità di trasformare le sue fonti in un’idea nuova della scultura, basata sulla smaterializzazione della materia (Ojetti diceva che era «capace di galleggiare»), e su una sorta di annullamento dei confini tra la scultura e la pittura. La sua è un’arte sperimentale, sempre alla ricerca di soluzioni ogni volta sorprendenti, per rappresentare contenuti che possono apparire sofisticati e difficili, temi come quello privilegiato della maschera.© Riproduzione riservata</summary>
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        <title>Notte bianca per l'ultimo weekend di Artemisia</title>
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        <published>2012-01-26T16:59:46+01:00</published>
        <updated>2012-01-26T16:59:46+01:00</updated>
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        <summary>Milano. La mostra di Artemisia a Palazzo Reale resterà aperta ininterrottamente dalle 9.30 di sabato 28 gennaio a mezzanotte di domenica 29 (la biglietteria chiuderà alle 23.00): una maratona di 40 ore per visitare la rassegna già vista da oltre 160mila persone.Dal prossimo 14 marzo l'esposizione farà tappa al Musée Maillol di Parigi.</summary>
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        <title>Freud di carta</title>
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        <published>2012-01-26T14:32:28+01:00</published>
        <updated>2012-01-26T14:32:28+01:00</updated>
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        <author>
            <name>V.B.</name>
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        <summary>Londra. Il 15 febbraio Lucian Freud, scomparso il 20 luglio scorso, torna in una sala d'aste. Saranno dispersi un nucleo di 45 acqueforti e 5 suoi disegni.Dell'artista britannico Christie’s presenta, in una vendita monografica mattutina, 45 acqueforti provenienti dalla collezione privata dello stampatore di Freud, Magar Balakjian. L’intero corpus è esposto fino a domani al Museum of Mankind e copre un venticinquennio di attività artistica. Tra le opere in asta compaiono in catalogo «Portrait head», un ritratto di Martin Gayford, amico dell’artista e critico d’arte di «The Daily Telegraph» e di bloomberg.com, quotato 18-30mila euro e «Lord Goodman in his yellow pyjamas», 60-83mila euro (Lord Goodman fu il presidente del British Arts Council dal 1965 al 1972). «Woman sleeping» un nudo femminile che ritrae Sue Tilley, la modella ritratta nel celebre «Benefits supervisor sleeping», che nel 2008 venne venduta da Christie’s a oltre 33 milioni di dollari (all’epoca record mondiale per un artista vivente), ha una stima di 36-60mila euro. Anche Pluto, il cane whippet di Freud è soggetto di un’acquaforte: «Pluto aged twelve» è valutata tra i 60 e gli 83mila euro.Lo stesso giorno, all’asta serale di arte contemporanea di Sotheby’s, verranno dispersi cinque disegni che coprono un quarantennio dell’attività dell’artista, e sono valutati complessivamente oltre 1,5 milioni di sterline. Il più importante tra i cinque lotti è ancora un ritratto di Lord Goodman eseguito dal pittore a carboncino nero su carta nel 1985, che ora è stimato tra 480 e 720mila euro. Anche qui sono compresi ritratti di animali, come «Head of Success II», realizzato a carboncino e matita di una testa di cavallo (120-180mila euro) e studi di nudo: «Drawing for naked figure», non esposto da oltre 20 anni, è valutato tra 300 e 420mila euro.Il record per un'opera su carta di Freud è detenuto da «Boat on a Beach», un disegno del 1945 che documenta un viaggio compiuto dall'artista alle Isole Scilly. È stato battuto da Sotheby's a Londra lo scorso 15 giugno durante la vendita della collezione Evill/Frost: partita da stime di 400-600mila sterline, l'opera è stata aggiudicata a 2,6 milioni di sterline.</summary>
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        <title>Silvia Evangelisti: già nel 2009 pensavamo a una riduzione delle gallerie</title>
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        <published>2012-01-26T11:19:56+01:00</published>
        <updated>2012-01-26T11:19:56+01:00</updated>
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            <name>Stefano Luppi</name>
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        <summary>Bologna. Il 31 gennaio scadrà il contratto di Silvia Evangelisti quale responsabile artistica della manifestazione: entrata nello staff di Artefiera nel 1988, ne è divenuta direttrice nel 2004 e ora non è detto non sia in vista una futura collaborazione con l’Ente Fiera.Lo lascia intendere lei stessa rispondendo a tre domande. Quest’anno le gallerie sono state poco meno di 50 in meno rispetto al 2011, lei ha parlato di «scelta culturale».Sì, perché tutte le maggiori fiere del mondo hanno agito come noi: in un momento di difficoltà economica una maggior selezione porta a un’offerta più concentrata e di qualità. Non nascondo il complicato momento delle gallerie, ma la scelta di passare a 150, e ho i verbali di discussione, è stata fatta nel 2009. Già nel 2011 dissi che dall’anno seguente avremmo ristretto il numero dei partecipanti. Utile anche la scelta di «mischiare» le giovani gallerie tra le altre: in questo modo aumenta la loro visibilità. I padiglioni che usavamo erano importanti, ma molto grandi, mentre quelli del 2012 sono lunghi e stretti con una bella luce naturale che ha permesso di realizzare un layout migliore. Non è dunque vero, come ho sentito dire da alcuni galleristi, che nel 2012 abbiamo ristretto perché eravamo in carenza di richieste. Abbiamo fatto uno sforzo utile per gli espositori, certo non facile per l’ente fieristico.Qualche gallerista accusa: «Non ci sono venuti incontro con i prezzi degli stand». È un’altra bugia perché negli ultimi 5 anni i prezzi degli stand di Artefiera sono cresciuti in tutto del 4%, ossia neppure dell’1% all’anno. Per non venire i galleristi possono trovare tutte le motivazioni che vogliono, ma non dire cose non vere. Artefiera è la fiera meno costosa d’Europa e le gallerie giovani pagano il 30% di sconto. Inoltre alle gallerie abbiamo concesso dilazioni di pagamento del 60% nei tre anni successivi. E i servizi non sono certo calati. Ai galleristi «furbetti» che invece mi hanno detto: io non vengo ad Artefiera, faccio un evento in galleria e voi me lo promuovete, ho risposto ovviamente di no. Ma i problemi non si risolvono in questo modo, il mercato italiano è importante e occorre discuterne. Ora al Governo ci sono tecnici in grado di capire le problematiche.Il suo contratto scadrà il 31 gennaio.Con il 2012 finisce il mio lavoro di responsabile e ora ho tanti progetti di lavoro, anche collegabili ad Artefiera. Qui lavoro da quando ero una studentessa e vi ho investito tante energie. La considero non una figlia, ma una creatura importante questo sì. Sicuramente quanto farò in futuro non sarà dunque mai a danno della manifestazione. Quindi dico no ad altre fiere.</summary>
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