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    <title>Il Giornale dell'Arte</title>
    <subtitle>Le ultime notizie del Il Giornale dell'Arte</subtitle>
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    <updated>2012-05-17T09:53:15+01:00</updated>
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        <title>Villa Adriana, sulla discarica di Corcolle parere favorevole dei tecnici </title>
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        <published>2012-05-16T20:36:26+01:00</published>
        <updated>2012-05-16T20:36:26+01:00</updated>
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            <name>Tina Lepri</name>
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        <summary>Roma. Parere favorevole dei tecnici dell'Arpa, l'Agenzia regionale protezione ambiente, e dei docenti dell'Università di Tor Vergata: la discarica a Corcolle si può fare. Il prefetto Giuseppe Pecoraro, commissario di Governo per la discarica, ha confermato il primo via libera anche se «Ci saranno delle prescrizioni da osservare».Contro la discarica a Corcolle, luogo vicino alla Villa Adriana, sito Unesco, si sono già pronunciati i Ministeri dell'Ambiente, dei Beni culturali, la stessa Unesco, il sindaco di Roma Gianni Alemanno (il presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, è invece d'accordo con il prefetto Pecoraro e accusa il Comune di «scarso decisionismo»), cinquemila intellettuali di tutto il mondo che hanno firmato un appello contro la discarica e decine di movimenti ambientalisti e cittadini della zona. A Corcolle sabato prossimo ci sarà una manifestazione contro la decisione di realizzare la nuova discarica a Villa Adriana. Ci saranno agricoltori, cittadini, residenti, volti noti, come Franca Valeri e Sabina Guzzanti. Per l'archeologo Andrea Carandini: «È uno scandalo, un caso nazionale». «Tutto il mondo ci guarda», ammonisce indignato Urbano Barberini presidente dell'Associazione «Salviamo Villa Adriana». «Il luogo dove dovrebbe nascere la discarica, ricorda, è già l'acropoli arcaica di Corcolle, un posto, un paesaggio, una storia, un pezzo della nostra civiltà visitata amata e conosciuta da milioni di turisti e di amanti dell'arte, un sito tutto da rispettare e proteggere».</summary>
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        <title>Venezia, il Palav fa litigare sindaco e direttore regionale</title>
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        <published>2012-05-16T20:29:02+01:00</published>
        <updated>2012-05-16T20:29:02+01:00</updated>
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            <name>Lidia Panzeri</name>
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        <summary>Venezia. È ormai guerra aperta tra il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni e il direttore regionale del Veneto, Ugo Soragni. Orsoni ha infatti inviato i giorni scorsi una diffida formale a Soragni con riserva di presentare denuncia entro 30 giorni, in mancanza di risposta. Motivo del contendere: la commissione di salvaguardia, istituita con la legge speciale del 1973, alla quale spetta l’ultimo parere sulla congruità dei progetti (relativi ad abitazioni private, monumenti o infrastrutture come i pontili)  dei comuni della gronda lagunare. Non solo Venezia, quindi, ma anche  altri nove comuni della gronda, come Mira, Jesolo e Chioggia.Il contenzioso risale a un anno fa, quando  l’approvazione del Palav, il Piano d’ambito della laguna di Venezia,  a giudizio del sindaco Orsoni,  veniva a svuotare di fatto il ruolo della commissione, rendendone inutile il parere. Di conseguenza il Comune non aveva più inoltrato  le pratiche alla commissione. Questa, a sua volta, ricorreva all’Avvocatura dello Stato, che le dava ragione,  sostenendo che il  Palav non era ancora completo in tutti i suoi aspetti. Conseguenza: le pratiche inoltrate dal Comune alla Sovrintendenza per i Beni architettonici e paesaggistici di Venezia, su indicazione della Direzione Regionale, vengono rispedite al mittente perché prive della necessaria autorizzazione della commissione di Salvaguardia. Risultato: un impasse nell’approvazione dei progetti. Da qui la diffida di Orsoni nei confronti di Soragni perché ritorni sulla sua decisione.Una guerra istituzionale, dagli imprevedibili sviluppi (Soragni si è trincerato dietro un prudente no comment), ma a farne le spese sono ancora una volta i cittadini</summary>
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        <title>Gli incendiari </title>
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        <published>2012-05-16T15:53:21+01:00</published>
        <updated>2012-05-16T15:53:21+01:00</updated>
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            <name>Alessandro Morandotti</name>
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        <summary>«Temo che le sovvenzioni pubbliche continueranno a diminuire. Questa è la prospettiva che il Louvre e gli altri musei europei dovranno affrontare. Il mio compito è costruire un sistema di governance nuova che non sia quello di un’impresa commerciale, ma di una grande istituzione al passo con il ventunesimo secolo». Finiva così una recente intervista del direttore del Museo del Louvre, Henri Loyrette, sulle pagine de «la Repubblica» e ci si domandava quali risultati abbia sino a ora registrato l’apertura al mondo privato operato da quel direttore, che ha una robusta formazione storica e non è un manager prestato alla direzione di un grande museo. Conosco male le vicende delle «succursali» mediorientali del Louvre, ma ogni volta che entro in quel luogo e ne visito le raccolte permanenti o le mostre ho la consapevolezza che per il momento ricerca e spettacolo per il grande pubblico riescano a convivere armoniosamente; senza dimenticare che l’imminente apertura della nuova grande ala dedicata all’arte islamica ci restituirà l’idea che il museo sia l’unica grande «chiesa» ecumenica della nostra era alla quale tutti vorremmo continuare a esprimere la nostra devozione.Visto dall’Italia sembra un altro mondo, anche perché se la Francia impiega umanisti nella difficile macchina amministrativa dei musei con ottimi risultati, qui da noi manager ed economisti si improvvisano talvolta critici d’arte. Non credevo che Mario Resca, un manager su cui lo Stato ha puntato tutto o quasi per mettere le «cose a posto» nel settore dei beni culturali, fosse un conoscitore d’arte militante, come farebbe pensare la scelta di promuovere nelle sale di Palazzo Venezia a Roma, sede della Soprintendenza, l’attività di un artista non proprio indimenticabile. Sulle pagine del catalogo della mostra organizzata dalla Galleria Benucci, e dedicata a «Moreno Bondi. La luce e l’ombra di Caravaggio nel contemporaneo» (21 marzo-25 aprile), si poteva leggere dalle parole di Resca che quell’iniziativa è stata «un significativo inizio di valorizzazione per quel particolare settore dell’arte contemporanea che guarda con estremo interesse e partecipazione alla pittura del passato, non ultimo a quella caravaggesca, la quale in questi anni sta realmente “incendiando il mondo” come messaggera della cultura italiana in ogni parte del Pianeta». Incendiario è il termine esatto per definire quanti partecipano allo sfruttamento improprio e alla degenerazione degli studi caravaggeschi (dove ormai non c’è limite al peggio nell’accrescimento inverosimile del catalogo del grande artista lombardo). Resca è un vero e proprio piromane, visto che Bondi (e parlo del pittore e non dell’ex ministro a cui Resca deve gran parte della sua carriera tra le fila del Ministero per i Beni culturali) non si può definire artista caravaggesco quanto piuttosto neomanierista o citazionista: ma simili definizioni farebbero meno effetto nelle sale della Galleria Benucci ora trasferite in Palazzo Venezia.È dunque la valorizzazione di Bondi e della Galleria Benucci che lo rappresenta il grande contributo alla vita dei musei italiani di Mario Resca, la sua eredità che coincide con la scadenza del suo incarico di Direttore generale per la valorizzazione del patrimonio culturale presso il Ministero per i Beni culturali? Ma non sarebbe stato meglio darsi da fare perché la Galleria Sabauda a Torino non chiudesse in sordina per fare posto alla prepotente avanzata del Museo Egizio? E perché, sempre a Torino, non sprangasse la Pinacoteca dell’Accademia Albertina per mancanza di fondi? O, ancora, perché le sale del Cinquecento e del Seicento della Galleria Nazionale di Parma tornassero a essere aperte al pubblico con il personale di custodia necessario? E il cahier de doléances potrebbe continuare a lungo, regione per regione, città per città.Certo, Resca ha capito che nel nostro Paese è più semplice occuparsi di Caravaggio e della sua fortuna. Lo fanno tutti, perché non lo può fare anche lui che ha studiato a Milano (alla Bocconi, come molti tecnici del Governo), dove il grande pittore è nato e cresciuto? © Riproduzione riservata</summary>
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        <title>Targa svizzera, motore asiatico </title>
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        <published>2012-05-16T13:08:33+01:00</published>
        <updated>2012-05-16T13:08:33+01:00</updated>
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            <name>Riah Pryor</name>
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        <summary>Hong Kong. Forse era solo questione di tempo prima che gli organizzatori di Art Basel mettessero a segno il loro maggior successo, conquistando la Cina. Dopo l’acquisizione, lo scorso anno, del 60% delle azioni di Art HK, la cui nuova edizione si svolge dal 17 al 20 maggio, si parlava molto dell’effetto che il ben oliato meccanismo europeo avrebbe avuto in Cina.Art HK è stata fondata da Asian Art Fairs, diretta da Tim Etchells, nel 2008. L’Mch Group, che controlla Art Basel e Art Basel Miami Beach, nel 2011 ha pagato una somma imprecisata per partecipare alla venture, spostando immediatamente le date della fiera da maggio a febbraio, salvo poi tornare sui suoi passi perché esse coincidevano con il capodanno cinese. «Credo sia importante sottolineare che non cambierà nulla. Vogliamo il 50% degli espositori asiatici», afferma Magnus Renfrew, direttore della fiera dalla prima edizione. Quest’anno le gallerie asiatiche sono il 52% delle partecipanti, in aumento rispetto al 41% della passata edizione, che ha incassato molte critiche in merito alla separazione della sezione «Asian One», dedicata agli espositori asiatici, rispetto agli stand internazionali. Così quest’anno la sezione asiatica è collocata nel bel mezzo della fiera. La nuova «Exhibitor Networking Initiative» è stata pensata per aiutare le gallerie (cinque le italiane: Massimo De Carlo, Continua, Galleria Arte Maggiore, Lorcan O'Neill e Lia Rumma, Ndr) a condividere informazioni su come fare affari nella regione. «In Asia, ad esempio, valori come lealtà, umiltà, integrità e rapporti personali sono fondamentali. Per i collezionisti asiatici è importante avere un rapporto di fiducia con un soggetto prima di entrare in affari con lui», spiega Renfrew.Quest’anno le gallerie Gagosian, White Cube e Asia Society hanno aperto degli spazi a Hong Kong, mentre Adam Sheffer della Cheim &amp;amp; Read, alla sua seconda partecipazione ad Art HK dichiara: «Abbiamo sviluppato dei rapporti importanti in Cina e abbiamo continuato ad alimentarli nel corso dell’anno». Con tante gallerie di prestigio già presenti a Hong Kong, quali novità potrà portare Art Basel? «Un’esperienza senza paragoni nell’organizzazione», afferma Renfrew, e spera che il nuovo team attirerà un maggior numero di collezionisti europei e statunitensi.Le vendite in fiera si sono rivelate stabili; i risultati migliori sono quelli dell’arte asiatica proposta dalle grandi gallerie occidentali. Ecco perché la newyorkese Lehmann Maupin quest’anno presenta opere in stoffa di Do Ho Suh e «Bruno Taut» di Lee Bul. © Riproduzione riservata</summary>
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        <title>Napoli, apre al pubblico San Domenico Maggiore</title>
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        <published>2012-05-16T09:05:41+01:00</published>
        <updated>2012-05-16T09:05:41+01:00</updated>
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            <name>Olga Scotto di Vettimo</name>
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        <summary>Napoli. L’apertura al pubblico a scopo museale di un’ala del complesso monumentale di San Domenico Maggiore, ampia insula nel cuore del centro antico della città di Napoli e di proprietà del Comune, avviene a seguito del completamento di importanti lavori di restauro architettonico e pittorico che hanno interessato il chiostro di San Domenico, il grande Refettorio con l’attiguo piccolo refettorio, la sala del Capitolo, la Biblioteca, le celle dei Domenicani e il corridoio di san Tommaso. Questa area, dall’alto valore simbolico perché strettamente legata al culto di san Tommaso d’Aquino, di cui si conserva anche la cella, è stata ampiamente modificata soprattutto tra ’800 e ’900 e adattata alle diverse destinazioni d’uso.Sede fino agli anni ’90 del Novecento della Corte d’Assise, alcuni ambienti hanno subito profonde alterazioni della struttura architettonica originaria, tra cui controsoffittature e creazione di livelli ammezzati.I lavori di restauro, finalizzati al recupero anche funzionale degli spazi, sono stati coordinati dalla Soprintendenza per i Beni architettonici di Napoli e provincia e diretti da Orsola Foglia, progettista e direttore dei lavori, e da Ida Maietta, direttore scientifico dei restauri storico artistici.Scanditi in due lotti a partire dal 2000 (il primo realizzato con fondi europei, il secondo a seguito dell’Accordo del Programma Quadro tra Ministero per i Beni e le Attività Culturali e la Regione Campania), il completamento degli interventi di restauro è stato illustrato ieri nel corso di una conferenza stampa a cui hanno partecipato il direttore regionale Gregorio Angelini, il soprintendente Stefano Gizzi, il soprintendente Fabrizio Vona, il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, l’assessore alla Cultura del Comune di Napoli Antonella Di Nocera e i responsabili scientifici e tecnici.L’intero complesso di San Domenico è frutto di una plurisecolare vicenda architettonica, che, dal primo nucleo insediativo duecentesco, ha subito ampliamenti e modificazioni importanti, tra cui quella storicamente più rilevante nel Seicento per volontà del priore Tommaso Ruffo dei duchi di Bagnara ad opera degli architetti Francesco Antonio Picchiatti prima e Bonaventura Presti poi.Il recupero dei superstiti cicli pittorici e degli stucchi tardosettecenteschi e la conseguente reintegrazione delle lacune è stata nuova occasione di confronto e di scelte, operate caso per caso, come nelle differenti soluzioni operate per gli affreschi di Arcangelo Guglielmelli, Domenico Antonio Vaccaro e Antonio Rossi d’Aversa nel grande Refettorio.Particolarmente interessanti gli interventi sui dipinti murali del siciliano Michele Ragolia e sugli stucchi con motivi vegetali e figurati di maestranze di formazione fanzaghiana nella Sala del Capitolo, ambiente la cui statica è stata compromessa non solo dal peso del sovrastante dormitorio dei monaci, ma anche dal terremoto del 1980 con distacchi degli stucchi e lesioni delle pareti. Qui si è proceduti al consolidamento degli intonaci e degli stucchi e al recupero pittorico, mantenendo i rifacimenti ottocenteschi. Di particolare valore simbolico, si diceva, la cella di san Tommaso, nella quale si è restituita la bicromia originale dei soffitti lignei laccati e dorati, danneggiata da importanti interventi di manutenzione; mentre nel corridoi si è intervenuti sui 25 affreschi tardoseicenteschi con le storie del santo attribuiti a Domenico Viola.Interessante, per la nuova destinazione d’uso museale è, infine, il ritrovamento dell'imponente Macchina liturgica per le Quarantore, da tempo data per dispersa. Articoli correlati:Sotto lo sporco lumeggiature d'oroDa Stato e Regione 8 milioni di euro per San Domenico </summary>
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        <title>Roma, sulla Via Tiburtina riemerge un cimitero del IV secolo </title>
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        <published>2012-05-16T08:38:26+01:00</published>
        <updated>2012-05-16T08:38:26+01:00</updated>
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            <name>Tina Lepri</name>
        </author>
        <summary>Roma. Un vasto sistema di gallerie catacombali scavate nel tufo, un cimitero sotterraneo con 193 sepolture intatte del IV secolo d.C. lungo la via Tiburtina, è stato scoperto a 50 centimetri di profondità vicino al cimitero romano del Verano, a poca distanza dall'antica basilica di San Lorenzo.La scoperta da parte della Soprintendenza per i Beni archeologici di Roma è avvenuta durante le indagini sul percorso per la realizzazione di una nuova linea elettrica. A rivelare il sito, vicinissimo alla strada, sono state le indagini tomografiche tridimensionali, «una Tac del sottosuolo», che hanno evidenziato le tante zone di vuoto nel terreno. «Sono gallerie catacombali di altezza variabile: la principale, alta oltre sei metri in asse con la via Tiburtina, e undici gallerie minori su quote diverse che si diradano come denti di pettine rivelando sepolture ordinate», dice la direttrice dello scavo Paola Filippini.A colpire gli archeologi è la presenza di sepolture infantili: il 20 per cento delle inumazioni è stato trovato aperto e questo ha consentito agli archeologi di effettuare analisi antropologiche sui resti umani, quasi tutti, finora, maschili. Importante il ritrovamento nella galleria maggiore: sull'intonaco bianco il simbolo del Cristogramma formato dalla sovrapposizione delle lettere greche «Chi» e «Rho», le iniziali del nome di Cristo. La catacomba è stata restaurata e protetta e il filo elettrico è stato messo al di sotto dell'area archeologica per non interferire con l'importante rinvenimento.Il cantiere «archeologia a Roma» sta facendo riemergere molte testimonianze del passato: l'ultima in via dei Latini con la pavimentazione d'epoca imperiale mentre si scoprono nello stesso luogo le fondamenta di un imponente edificio settecentesco.</summary>
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        <title>La guerra di Paola </title>
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        <published>2012-05-16T07:50:13+01:00</published>
        <updated>2012-05-16T07:50:13+01:00</updated>
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            <name>Walter Guadagnini</name>
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        <summary>Roma. Si sta avvicinando il centenario dell’inizio di una delle maggiori tragedie dell’umanità del XX secolo, la carneficina passata alla storia con il nome di prima guerra mondiale: un conflitto del quale si sono viste relativamente poche immagini fotografiche, stretto come era il nodo della censura del tempo.Paola De Pietri, fotografa reggiana (1960) di statura ormai internazionale, è ritornata sulle montagne che hanno visto svolgersi alcune delle battaglie più tragicamente celebri della guerra, fra Dolomiti e Carso, per riprendere ciò che resta di «trincee, di caverne, di vette sconvolte dallo scoppio di mine, di crateri provocati da migliaia di bombe e rovine di baracche e depositi costruiti con i materiali del sito. Adesso questi  luoghi sono meta di escursioni e luoghi di vacanza, oasi di  pace e di meditazione...». Le 21 immagini di grande formato che compongono questa serie, intitolata «To Face. Landscape along the Austrian and Italian front of the First World War», realizzata fra 2008 e 2011 e vincitrice del prestigioso Premio Albert Renger-Patzsch, sono in mostra dal 17 maggio al MaXXI di Roma, in una bella mostra che evidenzia come si possa parlare di un evento tragico senza la necessità di mostrarlo, un dire per assenza, e allo stesso tempo un dire e un vedere per non dimenticare (fino al 16 settembre, a cura di Francesca Fabiani, libro Steidl con testi di Mario Rigoni Stern, Roberta Valtorta e dell’autrice). © Riproduzione riservata</summary>
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        <title>Certaldo, la Casa di Boccaccio ora è comunale</title>
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        <published>2012-05-16T14:11:28+01:00</published>
        <updated>2012-05-16T14:11:28+01:00</updated>
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            <name>S.L.</name>
        </author>
        <summary>Certaldo (Fi). La casa natale di Giovanni Boccaccio (Certaldo, 1313-1375) passa dalla proprietà statale a quella comunale. È stato firmato il 14 maggio l’atto notarile tra l'Agenzia del Demanio, il Mibac-Direzione Regionale per i Beni culturali e paesaggistici della Toscana e dal Comune di Certaldo che conclude l'accordo per la valorizzazione della «Casa di Giovanni Boccaccio». L'immobile è trasferito, a titolo non oneroso, dallo Stato al Comune entro 60 giorni dalla firma dell'accordo e la valorizzazione avrà lo scopo di mantenere, tutelare e gestire il patrimonio anche simbolico rappresentato dall’edificio. L'immobile è la sede dell’Ente Nazionale Giovanni Boccaccio che ormai da anni vi organizza mostre, convegni, visite guidate, attività formative. È anche presente una notevole biblioteca specializzata con opere di e sul poeta toscano. Nel 2013 il comune toscano celebrerà il VII centenario della nascita del Boccaccio.</summary>
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        <title>Maria Giulia Picchione nuovo soprintendente ai Beni architettonici del Friuli</title>
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        <published>2012-05-16T10:21:59+01:00</published>
        <updated>2012-05-16T10:21:59+01:00</updated>
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        <author>
            <name>S.L.</name>
        </author>
        <summary>Trieste. L'architetto Maria Giulia Picchione è la nuova soprintendente per i Beni architettonici e paesaggistici del Friuli Venezia Giulia. Proveniente dalla Soprintendenza del Lazio, succede a Luca Rinaldi, trasferito a Torino. Maria Giulia Picchione si è laureata nel 1980 alla Sapienza. Dal 1985 è funzionario del Mibac.</summary>
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        <title>Nola, sarà interrata la «Pompei dell'Età del Bronzo»</title>
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        <published>2012-05-16T08:06:53+01:00</published>
        <updated>2012-05-16T08:06:53+01:00</updated>
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            <name>Tina Lepri</name>
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        <summary>Nola (Napoli). Gli appelli e le proteste che si susseguono da anni non sono riusciti a salvare il villaggio preistorico di Nola. «La Pompei dell'Età del Bronzo», da tempo sommersa dall'acqua, sarà interrata definitivamente.Amarezza e polemiche da parte dei cittadini e delle associazioni culturali locali che si sono battute per la salvaguardia del sito venuto alla luce nel 2001 e progressivamente allagatosi per via di acque di falda. Delusione e voglia di non arrendersi alla decisione di seppellire il villaggio da parte di «Meridies», il comitato per la salvaguardia del sito che nel 2011 inoltrò al Presidente della Repubblica una petizione con cinquemila firme per evitare la distruzione del villaggio di capanne dell'Età del Bronzo (4mila anni), uno dei più interessanti d'Europa, sepolto da una eruzione del Vesuvio. «Una soluzione dolorosa dovuta all'incapacità e all'immobilismo da parte di Regione, Ministero e Soprintendenza», afferma Giacomo Stefanile dirigente ai Beni culturali del Comune di Nola. La proposta di salvare il villaggio con l'aiuto di pompe idrovore e di un sistema fognario più consono a smaltire grandi quantità d'acqua è sembrata troppo onerosa per le finanze locali: da qui la decisione dell'interramento. Lo scorso gennaio, più o meno per le stesse ragioni, anche il villaggio protostorico di Poggiomarino, a Longola, sempre in provincia di Napoli, aveva rischiato di essere reinterrato.Articoli correlati:«Salviamo il villaggio». A Nola sprofonda sito preistorico Da villaggio ad acquitrino</summary>
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        <title>Quanto si svecchia Roma </title>
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        <published>2012-05-16T12:52:30+01:00</published>
        <updated>2012-05-16T12:52:30+01:00</updated>
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            <name>F.R.M.  </name>
        </author>
        <summary>In occasione della quinta edizione della fiera d’arte capitolina, Roma Contemporary, dal 25 al 27 maggio al Macro e alla Pelanda del Testaccio (con apertura sino alle 23), il patron Roberto Casiraghi e la sua società Revolution ne avviano un restyling, sfidando una situazione romana non certo favorevole. La rassegna sembra sterzare dolcemente verso le nuovi generazioni: dalle gallerie agli artisti (senza stravolgerne il «Dna di fiera in senso classico», puntualizza Casiraghi, ma è già in atto un allontanamento dal Novecento storico), dai grafici svizzeri Larissa Kasper &amp;amp; Rosario Florio, che ne rimodellano l’immagine (tendenza lanciata dall’ultima Artissima), a Chris Sharp curatore della sezione «Out of Range», mentre Luca Cerizza segue in «Start Up» le gallerie giovani. Alessio Ascari, direttore della rivista «Kaleidoscope», è poi responsabile d’iniziative collaterali; in squadra entrano anche Nero e Cura, editori che già per conto proprio indagano e valorizzano la produzione emergente. Diverse le gallerie giovani partecipanti, forse anche sull’onda lunga della torinese The Others: Mario Mazzoli (Berlino) figlio del noto gallerista modenese, Dino Morra (Napoli), Luce (Torino), Fluxia (Torino), Jarach Project (Venezia), Frutta (Roma), che ha aperto nel 2012 con un curatore di punta come Chris Fitzpatrick, l’attivissima Laveronica decentrata a Modica nel ragusano. Infine le berlinesi, oltre alla veterana Supportico Lopez, Florent Tosin, Podbielski, Duve Berlin, Cher. Tre i premi-acquisto, conferiti dalle associazioni Macroamici, Giovani Collezionisti a favore del MaXXI, la torinese Fondazione Ettore Fico. Non è mancata, in realtà, una critica da parte di galleristi e artisti per la mancanza di acquirenti pubblici locali, incapaci minimamente di impegnarsi con la scusa della crisi. Scarse ancora le partecipazioni romane, che contano comunque la presenza di Federica Schiavo, S.A.L.E.S., Oredaria e Lorcan O’Neill: nel momento in cui questo giornale va in stampa non è ancora nota la lista definitiva delle aderenti, ma i bene informati sostengono che non saranno molte le gallerie locali a fiancheggiare Casiraghi: un atteggiamento, stavolta, ricambiato. Nella foto, «Omne meum», un’opera di Fatma Bucak presentata dalla galleria Peola.</summary>
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        <title>I gioielli di Lily Safra vanno a ruba. Ma a fin di bene</title>
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        <published>2012-05-15T08:20:56+01:00</published>
        <updated>2012-05-15T08:20:56+01:00</updated>
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        <author>
            <name>V.B.</name>
        </author>
        <summary>Ginevra. Ha fruttato in totale 29,2 milioni di euro la vendita della collezione di gioielli di Lily Safra, celebre filantropa e collezionista d’arte, tenuta da Christie’s a Ginevra ieri sera. Sono stati venduti tutti e 69 i lotti del catalogo, per un risultato che quasi raddoppia le stime preasta. Il top lot della serata è «The Hope Ruby»: un anello con un rubino birmano di 32,08 carati di Chaumet, che è stato acquistato dal mercante di diamanti di Dubai Amer Radwan a 5,2 milioni di euro. Il prezzo pagato è il nuovo record per un rubino all’asta. Gli incassi andranno a favore di 32 istituzioni benefiche di tutto il mondo, dal Brasile al Ruanda, dalla Svizzera al Regno Unito, dalla Francia a Israele.</summary>
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        <title>Venezia, sul bon ton dei turisti vigileranno i San Marco Guardian</title>
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        <published>2012-05-14T16:41:53+01:00</published>
        <updated>2012-05-14T16:41:53+01:00</updated>
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        <author>
            <name>Veronica Rodenigo</name>
        </author>
        <summary>Venezia. Si chiamano «San Marco Guardian» e saranno in azione da oggi 14 maggio sino al 30 settembre in piazza San Marco dalle 10 alle 17. Sono 15 giovani operatori (hostess o steward, se si preferisce dar loro una connotazione «international») appositamente selezionati e formati per redarguire il turista poco sensibile al mantenimento di un certo decoro comportamentale. Le città d'arte, si sa, soprattutto nei mesi estivi, complici il caldo, l'assenza di un arredo urbano su cui poter sostare e i prezzi non sempre equi degli esercizi di ristorazione, sono popolate da visitatori spesso stremati che non si pongono il problema di dove sia più opportuno consumare un pranzo al sacco o trovare un po' di temporaneo refrigerio. A Venezia un esperimento per arginare il fenomeno in area marciana si era già tentato in passato; allora, però, si trattava di volontari. Quest'ultima iniziativa invece, frutto di un protocollo d'intesa tra Comune, Associazione Piazza San Marco (composta dai commercianti dell'area) e da Costa Crociere Spa è sponsorizzata con un importo di 150mila euro proprio dalla società crocieristica. Inevitabile la reazione polemica dei comitati che da tempo si battono per precludere l'accesso delle grandi navi in laguna e che hanno manifestato pubblicamente il proprio disappunto. La finalità prima di questa piccola flotta targata Costa  e Comune di Venezia con maglietta arancione e cappellino, sarebbe comunque quella di fornire anche informazioni di carattere culturale e di supportare i vigili urbani. Vero è, però, che i «San Marco Guardian» non potranno imporre alcuna sanzione. Nel caso di fenomeni recidivi, l'apporto del vigile urbano sarà comunque necessario.</summary>
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        <title>Achille Bonito Oliva è Grande ufficiale al merito della Repubblica Italiana</title>
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        <published>2012-05-14T09:57:05+01:00</published>
        <updated>2012-05-14T09:57:05+01:00</updated>
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        <author>
            <name>Guglielmo Gigliotti   </name>
        </author>
        <summary>Roma. «Sono nato a Caggiano, presso Salerno, alle 8 del mattino del 4 novembre 1939, il primo di 9 fratelli: già allora ero il primo. A 21 anni ero già leggendario, per due motivi: perché a quell’età mi ero già laureato in Legge e perché leggevo un libro al giorno. Ho scritto la mia leggenda da subito, nel ’73, interpellato da Bolaffi per segnalare un artista, segnalai me stesso. Ma già da bambino mi era tutto abbastanza chiaro. Una volta mia madre mi chiese cosa volessi fare da grande, e io risposi: ‘Il bambino’. Allora ero enfant prodige, ora sono solo prodige».Genio e originalità di Achille Bonito Oliva hanno adesso un attestato presidenziale: Giorgio Napolitano ha insignito il teorico della Transavanguardia del titolo di Grande ufficiale al merito della Repubblica Italiana. Anche la Transavanguardia è premiata: Sandro Chia, Enzo Cucchi, Francesco Clemente, Nicola De Maria e Mimmo Paladino ricevono infatti contestualmente la qualifica di Commendatori. L’Ordine al Merito della Repubblica italiana è destinato a «ricompensare benemerenze acquisite verso la Nazione nel campo delle lettere, delle arti, della economia».Bonito Oliva si aggiudica questa benemerenza per la sua opera di curatore (tra le mostre più importanti «Vitalità del negativo» nel 1970 al Palaexpo, «Contemporanea» nel ’73 nei parcheggi sotterranei di Villa Borghese, «Avanguardia Transavanguardia» nelle Mura Aureliane nel 1982, «Tutte le strade portano a Roma» nel ’92, la 45esima Biennale di Venezia nel 1993, «Minimalia» nel ’97 e nel 2001 «Le Tribù dell’arte» negli ambienti dell’ex Birreria Peroni, oggi Macro) e di saggista (i suoi titoli maggiori sono Il territorio magico del 1971, Arte e sistema dell'arte del  1975,  L'ideologia del traditore del 1976 e appena ripubblicata,  Minori maniere del 1985, Il tallone d'Achille del 1988, titolo anche della rubrica che il critico tiene su «Il Giornale dell'Arte», ma anche il compimento, affidatogli da Argan, dei volumi di Storia dell’arte editi da Sansoni).Bonito Oliva si sente lusingato, ma al suo carnet manca ancora un altro riconoscimento: «Abito in via Giulia a Roma. A Veltroni sindaco dissi una volta che Giulia è un nome, manca un cognome, e poteva andare benissimo via Giulia Bonito Oliva».</summary>
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        <title>Cuba sì, star system no </title>
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        <published>2012-05-14T09:07:19+01:00</published>
        <updated>2012-05-14T09:07:19+01:00</updated>
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            <name>Elisabetta Alè</name>
        </author>
        <summary>L’Avana. Con il tema «Pratiche artistiche e immaginario sociale» si apre dall’11 maggio al 22 giugno l’XI edizione della Biennale d’Arte dell’Avana. Sono 116 i progetti selezionati, provenienti da 42 nazioni, anche se la maggior parte degli artisti proviene dall’America Latina e dal Continente Africano. Si tratta senza dubbio di un evento sui generis che, nonostante la notorietà di alcuni dei partecipanti, come Gabriel Orozco, Marina Abramovic, Andrés Serrano o Francis Naranjo, rappresenta ancora oggi un importante scenario di informazione su tendenze e correnti artistiche provenienti dal cosiddetto Sud del mondo, anche quando non in linea rispetto ai parametri e paradigmi prestabiliti dalla critica internazionale.Nata nel 1984, la biennale è oggi una manifestazione in linea con un discorso pluralista sui meccanismi sociali, storici e culturali che ci si trova a vivere in determinati contesti geografici. È tuttora un momento imperdibile per dare uno sguardo a tutto campo sullo stato attuale dell’arte cubana, spaziando dai 36 artisti inseriti nella lista ufficiale, alla ventina che espone il proprio lavoro individualmente nelle mostre collaterali, alla miriade di esposizioni parallele, ufficiali e ufficiose, che riempiono la città, facendo uso di spazi espositivi inediti, spesso improvvisati, dall’atmosfera quasi onirica e surreale. Margarita González, che abbiamo intervistato, laureata in storia dell’ arte, è la vicepresidente di questa edizione, e ne coordina l’équipe di otto curatori. Ed è proprio partendo dal carattere collettivo della curatela che si dipana la nostra intervista con lei.Perché nella Biennale dell’Avana non esiste un curatore unico o un commissario invitato, né giurie o premi?Questo carattere collettivo è piuttosto unico nel panorama internazionale. Fatta eccezione per le prime due edizioni (1984 e 1986), indette con partecipazione libera e aperta, dalla terza biennale in poi si è iniziato a organizzare gruppi curatoriali, sviluppando una riflessione e una tematica. Non è mai stata prevista la figura del curatore-star, del critico famoso invitato da fuori, dato il carattere un po’ autarchico della manifestazione. La selezione degli artisti è compito nostro, non dei Paesi invitati. Esiste un gruppo eterogeneo di curatori, quattro dei quali sono ancora gli stessi dal 1984, presieduto da un direttore, figura che coincide con chi dirige, al momento della biennale, il Centro Wifredo Lam dell’Avana, sede ufficiale del comitato organizzatore: ora è Jorge Fernández Torres. Nella pausa tra un’edizione e l’altra si sviluppa un tema, un asse curatoriale, si  formula il bando e si procede alla selezione degli artisti da invitare.Come si organizza il lavoro dei curatori e la partecipazione degli artisti?I curatori si dividono per area geografica. Ad esempio, esiste un  responsabile per Messico, Brasile e Colombia, che deve conoscere  perfettamente come funziona l’arte in questi Paesi. Partendo dal tema in  questione, questi seleziona una serie di possibili partecipanti e li  presenta al collettivo curatoriale in due tappe successive: prima descrivendo il loro percorso artistico e quindi con un progetto specifico,  che verrà poi approvato o meno, concordato direttamente con ogni artista in base al tema della biennale. In ogni caso, tutte le decisioni vengono prese in maniera collettiva, a maggioranza.La Biennale dell’Avana è nata  28 anni fa con una vocazione decisamente regionale, di resistenza e contrasto tra periferia e centri di produzione artistica, di  critica verso il colonialismo culturale.Che cosa è cambiato oggi, quando ormai i confini tra primo e terzo mondo sono confusi e obsoleti in molti campi?Penso che questa biennale rappresenti ancora una proposta alternativa allo star system mondiale, mischiando volutamente artisti già noti con altri emergenti, senza troppa attenzione al curriculum e alle quotazioni di mercato, bensì alle proposte concrete. Dalla sesta edizione in poi la manifestazione ha anche assunto un carattere pubblico e urbano inedito, uscendo dalla rete di musei e gallerie per occupare le piazze e le strade dell’Avana, soprattutto del centro storico recentemente restaurato. Siamo stati sicuramente influenzati da una certa tendenza mondiale verso questo tipo di tematica artistica, ricercando comunque un’arte sociale che richiami un pubblico più eterogeneo, che sia sempre più interessata alla relazione tra l’opera e lo spettatore, alla sua partecipazione. © Riproduzione riservata</summary>
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        <title>Artigianato e Palazzo maggiorenne</title>
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        <published>2012-05-11T10:33:23+01:00</published>
        <updated>2012-05-11T10:33:23+01:00</updated>
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        <author>
            <name>L.L.</name>
        </author>
        <summary>Firenze. L’importanza della manualità e il ruolo dell’artigianato raffinato sono ancora una volta al centro di Artigianato e Palazzo (dall’11 al 13 maggio la XVIII edizione), manifestazione organizzata da Giorgiana Corsini e Neri Torrigiani nel giardino di Palazzo Corsini. Sono presenti 80 maestri artigiani dall’Italia e dall’estero, come Comad, specializzata nella lavorazione della pietra serena; dal Friuli, Antica dimora dell’arte, con stufe in maiolica; o Roberto Bottaini che prosegue l’antica lavorazione di vimini e paglia. Nella Limonaia piccola si festeggiano i 400 anni dell’Officina di Santa Maria Novella con una mostra. Inoltre, sotto la cinquecentesca Loggia del Buontalenti del Giardino Corsini, vi sarà una grande installazione collettiva di pezzi unici realizzati a mano appositamente da un altro ospite di eccezione: il consorzio Il cappello di Firenze, nato nel maggio 1986.</summary>
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        <title>330 milioni di euro per valorizzare 20 poli museali del Sud</title>
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        <published>2012-05-14T09:16:37+01:00</published>
        <updated>2012-05-14T09:16:37+01:00</updated>
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            <name>Tina Lepri</name>
        </author>
        <summary> Piazza Armerina (Enna). Grazie alla decisione del  governo Monti di avocare a sé 330 milioni dei fondi europei a  causa dell'incapacità delle regioni meridionali di utilizzare i fondi Poin (Programmi operativi interregionali) che  si sarebbero dovuti restituire all'Europa, i denari andranno a valorizzare  e potenziare 20 poli museali delle regioni del Sud, tra cui quello della Villa  Romana del Casale a Piazza Armerina. Sono cinque i siti siciliani, quasi  tutti Unesco, che si divideranno la somma: in media 16 milioni per ogni polo  museale. Il sindaco di Piazza Armerina Fausto Carmelo Nigrelli, vicepresidente  nazionale dell'associazione italiana Città e siti Unesco, afferma che «Quella  del Governo è una decisione di portata storica che permetterà anche, oltre alla  sistemazione della Villa del Casale dove i lavori sono molto avanzati, la  ristrutturazione dei tesori del centro storico: Palazzo Trigona, il Sistema  museale comunale, pinacoteca, biblioteca, mostra dello zolfo, teatro comunale ed  altri progetti presto cantierabili». Rimangono da definire i progetti del parco  della Villa diretto da Guido Meli, soprattutto i restauri della  copertura del Triclinio e il suo spostamento come hall d'ingresso all'area  archeologica, l'irrisolto problema della nuova copertura dei mosaici romani, gli  scavi nell'area sud della villa e la sistemazione delle aree  esterne. Insomma per terminare i lavori infiniti della Villa del  Casale e renderla finalmente tutta visitabile dopo il lungo «spezzettamento» dei restauri.</summary>
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        <title>La vita in comune </title>
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        <published>2012-05-11T07:28:27+01:00</published>
        <updated>2012-05-11T07:28:27+01:00</updated>
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        <author>
            <name>Stefano Luppi</name>
        </author>
        <summary>Reggio Emilia. Giunge alla settima edizione Fotografia Europea, quest’anno dedicata alla «Vita comune. Immagini per la cittadinanza» e programmata dall’11 al 13 maggio. In 250 sedi cittadine, che comprendono musei, gallerie e centri espositivi, sono organizzati numerosi appuntamenti tra conferenze, incontri, workshop, proiezioni, installazioni video, spettacoli e naturalmente mostre. Tra queste la principale, promossa dal Comune di Reggio Emilia e curata da Elio Grazioli, sarà dedicata ad Henri Cartier-Bresson dall’11 maggio al 24 giugno. In «Des Européens», promossa da Contrasto, Magnum Photos e Fondation Cartier-Bresson, ai Chiostri di San Domenico sono raccolti gli scatti realizzati tra il 1929 e il 1991: un’antologica costruita su differenze e contiguità tra le popolazioni d’Europa che il fotogiornalista francese ha realizzato in oltre 60 anni di attività.La «vita comune» comprende rassegne, organizzate ai Chiostri di San Pietro, Galleria Parmeggiani, Palazzo Casotti, Spazio Gerra e tanti luoghi privati, dedicate a Costas Ordolis, Igor Mukhin, Michi Suzuki, Peter Bialobrzeski, Massimo Vitali, Federico Patellani, Paola De Pietri, Pierre Bourdieu, Ed van der Elsken, Christer Strömholm, Anders Petersen, Lisetta Carmi (gli ultimi quattro riuniti da Walter Guadagnini), sino alla «swinging London» di Philip Townsend.L’approccio multidisciplinare di Fotografia Europea porta a Reggio anche lo scrittore Gianni Biondillo, il filosofo Giacomo Marramao, il sinologo François Jullien e musicisti: i «Citizen Ship», Samuel e Boosta dei Subsonica, il James Taylor Quartet. Spazio infine ai giovani, con il progetto «Speciale diciotto venticinque» dedicato agli under 25, e ai nomi storici: «Un’idea e un progetto. Luigi Ghirri e l’attività curatoriale» è l’omaggio della Fototeca della Biblioteca Panizzi al grande fotografo reggiano. Ogni informazione su www.fotografiaeuropea.it. © Riproduzione riservata</summary>
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        <title>In braccio a Carlo Magno</title>
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        <published>2012-05-14T10:48:13+01:00</published>
        <updated>2012-05-14T10:48:13+01:00</updated>
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        <author>
            <name>Francesca Romana Morelli</name>
        </author>
        <summary>Roma. Raffaello, Lotto, Sebastiano del Piombo, Guido Reni, Guercino, Rubens, Tiziano, Melozzo da Forlì e il Sassoferrato sono soltanto alcuni degli autori più famosi dei tesori conservati, come uno scrigno, dalla Regione Marche e dal 3 maggio al 10 giugno accolti nel Braccio di Carlo Magno in occasione della mostra «Meraviglie dalle Marche», curata da Costanza Costanzi, Giovanni Morello e Stefano Papetti, e organizzata da Artifex Comunicare con l’Arte (catalogo Allemandi &amp;amp; C.). L’occasione della mostra, che non trascura artisti meno noti, come Olivuccio da Ciccarello, Girolamo Denti e Adolfo De Carolis, è offerta dalla chiusura temporanea della Pinacoteca anconetana per ristrutturazione, ma a prestare opere sono anche la Galleria Nazionale delle Marche (Urbino), le Pinacoteche di Fermo, Jesi, Fabriano e San Severino Marche, e il Museo-Tesoro della Santa Casa di Loreto.I curatori hanno compiuto una scelta di opere comprese tra la fine del XIV secolo e il primo Novecento, raggruppandole su una base iconografica. Una sezione mariana, motivata dal Santuario della Santa Casa di Loreto, raccoglie, tra le altre opere, due tavole di Carlo Crivelli, l’«Annunciazione» di Guido Reni, eseguita per la Chiesa degli Oratoriani di San Pietro in Valle (Fano) e un’«Assunzione di Maria», tessuta in arazzo su disegno di Peter Paul Rubens.La sezione incentrata sulla figura cristologica include un poco noto «Busto di Cristo» di Andrea Lilli, la celebre Resurrezione di Tiziano e un’intensa Pietà dell’anconetano Francesco Podesti, che nell’Ottocento raggiunse una tale fama a Roma da realizzare un affresco in Vaticano, nei pressi delle stanze raffaellesche. Nell’ampia sezione dedicata ai santi, spiccano la «Santa Caterina d’Alessandria» di Raffaello, che ben si avvicina alla «Santa Palazia» del Guercino.Infine l’iconografia della «buona morte» fu rilanciata in seguito al Concilio di Trento: in mostra la «Morte di san Giuseppe» del partenopeo Luca Giordano e un monumentale «San Nicola di Bari portato in gloria dagli angeli» del calabrese Mattia Preti. Il santo vescovo di Mira in Licia, oggi Demre, è venerato dalla chiesa cattolica, ortodossa e da diverse altre confessioni cristiane, ma molti non sanno che la sua figura ha dato origine al mito di Santa Claus, conosciuto in Italia come Babbo Natale. © Riproduzione riservata</summary>
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        <title>Reggio Emilia, no ai funghi in acciaio specchiante all'ingresso dei Musei Civici</title>
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        <published>2012-05-11T09:30:12+01:00</published>
        <updated>2012-05-11T09:30:12+01:00</updated>
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        <author>
            <name>Tina Lepri</name>
        </author>
        <summary>Reggio Emilia. Faranno fatica a spuntare i grandi funghi in acciaio a specchio che dovrebbero invadere il nuovo ingresso dei Musei Civici di Reggio Emilia. Polemica dura, da parte di comitati di cittadini, artisti e intellettuali, anche contro il piano di ristrutturazione dell'edificio. Da una parte a favore del progetto, l'amministrazione comunale con l'architetto Italo Rota che cura il nuovo allestimento (tra i suoi lavori anche il Museo del Novecento a Milano) e la direttrice del museo Elisabetta Farioli. Dall'altra, contro, molte firme autorevoli, anche un nutrito gruppo di storici dell'arte, da Salvatore Settis, Vittorio Emiliani ad Alessandra Mottola Molfino, da Vezio De Lucia, Pier Luigi Cervellati a Rita Paris e Fred Licht conservatore del Guggenheim di Venezia, e folti comitati di cittadini. Il progetto di Rota è accusato di essere stravagante, di puntare a un museo spettacolo, anzi a un «vero luna park»: il Museo ha sede in Palazzo San Francesco del 1200, ingrandito fra Sei e Settecento. Vivaci le polemiche dei contestatori anche contro la spesa del progetto che costerebbe 4,3 milioni di euro secondo l'amministrazione comunale, il doppio secondo i comitati che raccolgono firme anche in campo internazionale. Oltre ai funghi, il progetto prevede &quot;caverne primordiali&quot; acquari con gambe umane che nuotano e manichini con la testa della pecora Dolly. Insomma il Museo, invece di rinnovarsi davvero, «vira sugli effetti speciali». Indignata la replica dell'amministrazione comunale: «È stupefacente che un pezzo della cultura italiana si mobiliti su tante falsità spacciate per verità», affermano gli assessori Giovanni Catellani e Mimmo Spadoni. I promotori dell'appello chiedono al sindaco Graziano Delrio una pausa per approfondire il progetto.</summary>
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