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All’ombra di una Palma ombrosa
Geniale ma intrattabile, più curatrice che storica dell’arte: artisti, colleghi e il suo Museo ricordano Palma Bucarelli, bella e impossibile direttrice della Gnam
di Federico Castelli Gattinara
ROMA. «Palma Bucarelli. Il museo come avanguardia» è una mostra che dal 26 giugno al primo novembre nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna, a cura di Mariastella Margozzi, celebra la figura di un vero e proprio motore culturale del dopoguerra nel nostro Paese (catalogo Electa). La Bucarelli (Roma, 1910-98) ha legato il suo nome allo stesso Museo che ora ne ripercorre le vicende, dove dal 1942 al 1975 fu prima direttrice e poi soprintendente. A undici anni dalla sua morte, la «gente dell’arte» che l’ha conosciuta ne parla con immutata passione, sia in positivo sia in negativo. «La leggenda vuole che Palma abbia un pessimo carattere, che qualcuno definisce addirittura infernale. Gli unici che non condividono questa opinione sono quel centinaio di dipendenti della Galleria Nazionale d’arte moderna, che l’adorano»: così scriveva Indro Montanelli. Oggi basta un giro di telefonate per capire che non è cambiato molto. Si va così da una quasi venerazione nelle parole dell’artista Gino Marotta («ho un debito di gratitudine perché avevo 19 anni e questa signora mi ha fatto esporre insieme ai grandi maestri dell’arte italiana. Era una persona senza preconcetti che capiva la qualità delle cose, dove c’era qualità non guardava a mode, tendenze, raccomandazioni ») al brusco no comment di Maurizio Calvesi che liquida l’argomento con due frasi: «Io veramente non ne ho mai avuto una buona opinione, non ci sono andato d’accordo, ho lavorato con lei quindi non ho voglia di parlarne». L’ex soprintendente alla Gnam, Sandra Pinto, sostiene che «il personaggio è uno di quelli che invoglia, parlandone, a un ritratto più letterario e storico-sociale che storico artistico, anche se il suo contributo “partigiano” (nel senso della presa di rischio come del ruolo di eroina, di libertà che guida il popolo) al modernismo ha una parte preponderante nello scenario italiano e internazionale degli anni Cinquanta e Sessanta». Di lei la Pinto conserva un grande rispetto per il senso istituzionale, il suo spendersi, la sua generosità verso il lavoro, meno come persona di cultura o come storica dell’arte: «Era una meravigliosa direttrice, la considero una maestra anche se poi ho “fatto museo” in un altro modo, mi ha insegnato veramente come si sta al servizio del pubblico. Se penso ai curatori, come si chiamano oggi, io le darei ancora un voto molto più alto di tanti di loro». Come figura istituzionale, concordano tutti, la Bucarelli fu irripetibile, sostenne a tutti i livelli dentro e fuori dal nostro Paese l’arte italiana di quegli anni, almeno quella che le interessava. Galleristi come Ileana Sonnabend e Leo Castelli sono giunti a Roma grazie alle sue aperture, allo svecchiamento della cultura in Italia uscita da vent’anni di autarchia e alla sua ribalta sulla scena internazionale.
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