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Esilio di caccia nei boschi della Ficuzza
CORLEONE (PA). Dopo un restauro durato poco più di due anni, il Reale Casino di Caccia del re Ferdinando IV di Borbone (nella foto) è tornato a risplendere tra i boschi della Ficuzza, a 45 chilometri da Palermo. Quando alla fine del Settecento il re in fuga da Napoli arrivò in Sicilia, al fine di rendere meno duro l’esilio decise di dedicarsi al suo passatempo preferito: la caccia. A questo scopo commissionò al più celebre architetto palermitano del tempo, Giuseppe Venanzio Marvuglia (1729- 1814, autore del progetto della Palazzina Cinese di Palermo), un sobrio ed elegante edificio in stile neoclassico che venne eretto tra il 1799 e il 1807, nel cuore del bosco della Ficuzza. I materiali adoperati per la costruzione vennero reperiti in loco, dai conci di pietra arenaria che caratterizzano con la loro cromia dorata la facciata esterna, ai marmi provenienti dalla vicina Alpe Cucco, fino al legname per infissi e arredi. I recenti lavori di restauro conservativo, realizzati dal dipartimento regionale Azienda foreste demaniali, proprietaria dell’immobile e dalla Soprintendenza regionale ai Beni culturali, per un importo complessivo di due milioni e 324 mila euro (in parte fondi europei del Programma operativo regionale 2000-2006), hanno riguardato sia gli interni sia la facciata a due ordini di finestre. Gli ambienti della reggia sono stati riportati all’originaria distribuzione, con le stanze per le guardie e la servitù al piano terra, insieme ai locali di servizio, mentre al piano superiore si trovano gli appartamenti del re e della regina Carolina. In facciata si è intervenuti sul gruppo scultoreo con lo stemma coronato dei Borboni e le statue del dio Pan, protettore dei boschi, e della dea della caccia Diana, opera dello scultore Francesco Quattrocchi.

 
 

La rabbia di Michelangelo
A fine giugno è in programma la presentazione del restauro che ha interessato la Cappella Paolina per otto anni

di Francesca Romana Morelli
















CITTÀ DEL VATICANO. «I manuali di storia dell’arte ci consegnavano un Michelangelo crepuscolare, con le sue pitture fatte di polvere di cenere» spiega Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani davanti alla «Conversione di Saulo» e alla «Crocefissione di san Pietro», il cui restauro è appena terminato insieme a quello della Cappella Paolina che li contiene «da questo intervento conservativo emerge invece un Michelangelo che si esprime attraverso una salda plasticità dei volumi strutturali e un colore fermo». E prosegue: «Come nel “Giudizio Universale”, impiega una forte caratterizzazione espressionista, accresciuta da una tensione implosa che pervade l’opera. Non ho mai visto, come in queste pitture, così tante facce stravolte, tanta ottusità e violenza nei soggetti umani. Mi impressiona soprattutto la “Crocefissione”, in cui l’apostolo ci guarda con rabbia, quasi dubbioso dell’utilità del suo martirio per una umanità come quella che è intorno a lui. È un’idea così tragicamente umana, che Caravaggio la riprende nella “Crocefissione di san Pietro” in Santa Maria del Popolo». Entro la fine di giugno verrà inaugurato il restauro che per otto anni ha interessato la Cappella Paolina (cfr. n. 248, nov. ’05, p. 47). Ubicata all’interno del Palazzo Apostolico, la Paolina è la Cappella «minore» rispetto alla Sistina ed è tuttora utilizzata per l’adorazione del Santissimo Sacramento. Questa sua peculiare destinazione ne fa il luogo «identitario » della Chiesa cattolica, della sua dottrina, come viene esplicitato attraverso l’apparato decorativo incentrato sulle figure di san Pietro e di san Paolo: il primo legittima la successione apostolica, e quindi il primato dei pontefici romani, il secondo sancisce il valore della Chiesa. Tale destinazione della Cappella è all’origine delle sue complesse vicende architettoniche e decorative. Adiacente alla Cappella Sistina con la quale comunica attraverso l’Aula Regia, la Paolina fu commissionata da Paolo III Farnese ad Antonio da Sangallo il Giovane (1540), che la concepisce come un ambiente a una navata unica, terminante con un’area absidale e coperto da una volta a soffitto. Michelangelo dipinge la Conversione tra il novembre del 1542 e la primavera del ’45, mentre la Crocefissione, iniziata forse nello stesso anno, la conclude nel ’50. La decorazione a stucco del soffitto fu opera di Perin del Vaga, poi perduta nell’incendio del ’45. Negli anni ’70, intervengono con delle scene pittoriche Federico Zuccari e Lorenzo Sabbatini, determinati a conservare un’unitarietà di fondo dell’ambiente, una sorta di armonia «ancillare» alle pitture del maestro.

 
 

Sabato, 4 Luglio 2009

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