Nel trecentesimo anniversario della morte di padre Andrea Pozzo la Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo devolve 3 milioni di euro al recupero degli affreschi della Chiesa della Missione. In dicembre mostre a Mondovì, Trento e Roma.
Mondovì. Proseguono i lavori del cantiere di restauro della Chiesa di San Francesco Saverio a Mondovì Piazza, detta della Missione, dove è conservato il prezioso ciclo di dipinti murali dell'artista gesuita Andrea Pozzo (Trento 1642-Vienna 1709). Il progetto è stato totalmente finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo per circa 3 milioni di euro. La stessa Chiesa della Missione ospiterà dal 19 dicembre fino al 30 aprile «Il trionfo dell'illusione. Andrea Pozzo pittore, architetto, scenografo. Chiesa di San Francesco Saverio, 1676-1678»: articolata rassegna con visite guidate quotidiane sui ponteggi del cantiere, per ammirare da vicino la grandiosità degli affreschi raffiguranti la «Gloria di san Francesco Saverio», accompagnata da una mostra multimediale dedicata alla figura del virtuoso artista trentino.
L'iniziativa s'affianca ad altri due eventi, rispettivamente a Trento e a Roma, e coordinati con quello di Mondovì in occasione del trecentesimo anniversario della morte dell'artista. Con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto, il Museo Diocesano Tridentino organizza la mostra «Andrea Pozzo (1642-1709) pittore e prospettico in Italia settentrionale», dal 18 dicembre al 5 aprile, curata da Eugenia Bianchi, Domizio Cattoi, Giuseppe Dardanello e Francesco Frangi. A Roma, su iniziativa della Pontificia Università Gregoriana si terrà dal 5 marzo al 13 maggio «Mirabili disiganni. Andrea Pozzo (Trento 1642-Vienna 1709) pittore e architetto gesuita», mostra curata da Richard Bosel e Lydia Salviucci Insolera.
Secondo Heinrich Pfeiffer, docente dell'Università Gregoriana di Roma e tra i massimi esperti del pittore, il ciclo monregalese, datato tra il 1676 e il 1678, rappresenta «la prima opera monumentale di Andrea Pozzo. Siamo di fronte a un autore di grande talento: dopo Rubens e Bernini la più grande personalità del Barocco». Il cantiere vede attualmente impegnate tre diverse équipe specializzate di restauratori, coordinate dall'architetto Pierpaolo Falcone: le ditte Costamagna, Pagliero e Cristellotti, mentre i primi lavori erano stati eseguiti da Rava restauri. Il cantiere s'era aperto tra il 2004 e il 2005, ma solo tra il 2007 e il 2008 hanno preso il via i restauri dei dipinti e degli apparati decorativi, che dovrebbe concludersi entro la Pasqua del 2010. Sono state impiegate tecniche molto avanzate, grazie anche al supporto del Getty Institute di Los Angeles, che ha condotto le analisi sui pigmenti utilizzati da Andrea Pozzo. «È un restauro molto importante, commenta Laura Moro della Soprintendenza ai Beni architettonici del Piemonte, che ha visto la proficua collaborazione tra le due Sopritendenze interessate e la Fondazione Crc».
Professor Miyashita, perché proprio Santa Croce e perché il ciclo di Agnolo Gaddi? Ho studiato Il libro dell'arte di Cennino Cennini che fu anche artista, allievo di Agnolo Gaddi appunto, anche se poco è rimasto della sua opera pittorica. Dunque per comprendere a fondo Il libro dell'arte bisogna studiare Agnolo, e il suo capolavoro è proprio in Santa Croce. Sono anche molto interessato al rapporto tra letteratura e immagine e quella di Agnolo Gaddi è la prima trasposizione pittorica della Legenda Aurea di Jacopo da Varagine: mi affascina vedere come lui, leggendo certe cose, se le figurava nella mente e le rappresentava. Lei ha scelto di devolvere l'eredità dei suoi genitori per il restauro di questi affreschi: erano appassionati di arte? Mio padre era un normale impiegato, ma, senza dirmi niente, aveva cominciato ad appassionarsi di arte dopo che io avevo cominciato i miei studi ed ero venuto in Italia. Alla sua morte, nel suo studio, ho trovato una collezione di libri di arte italiana: insomma mio padre aveva voluto seguire la mia strada! A che punto è la riproduzione del ciclo di Agnolo nell'Università di Kanazawa e chi la realizza? Siamo a circa l'85% del lavoro, ma ci sono ancora problemi da studiare, ad esempio l'applicazione della foglia d'oro. Ci lavorano soprattutto i dottorandi. Noi leggiamo Il libro dell'arte di Cennini, poi guardiamo le fotografie del ciclo di Agnolo Gaddi, facciamo le analisi delle tecniche pittoriche e molte prove, e così gli studenti procedono nell'opera. Non sono restauratori, sono proprio studenti di storia dell'arte e la copia del ciclo di Agnolo Gaddi è un modo per entrare in maniera approfondita nella materia oggetto dei loro studi.
Roma. La contestata Convenzione tra il Ministero per i Beni culturali e la ditta Impredcost chiamata «Progetto Monumenti Italia» (cfr. n. 287, mag. '09, p. 1 e n. 289, lu.-ago. '09, p. 1) si concluderà tra cinque mesi. Si tratta dell'infelice accordo triennale che nel marzo del 2007 ha dato a una piccola, sconosciuta ditta di Maddaloni (Caserta), l'avallo del Mibac a restaurare gratis decine di monumenti nelle più importanti piazze d'Italia in cambio dei ricchi ricavi della pubblicità sui ponteggi di restauro. Un affare da molti milioni di euro che ha provocato subito forti sospetti di illegittimità e la reazione di associazioni e imprese, anche perché i lavori sono stati affidati dai Comuni alla Impredcost senza evidenza pubblica e senza le necessarie gare d'appalto, con il benestare delle Soprintendenze. Da qui denunce e ricorsi in ogni sede, Unione Europea compresa. Il Ministero, preoccupato, sembrava deciso ad annullare l'imbarazzante Convenzione, fonte di abusi e irregolarità. Lo stesso direttore generale Roberto Cecchi era intervenuto (3 giugno 2009) per annunciare il «riesame» della Convenzione in vista di «un provvedimento finale»: un segnale di allarme per le Soprintendenze. La circolare era stata diffusa dopo il parere fortemente critico sulla Convenzione dell'Autorità garante della Concorrenza (4 maggio) e in attesa di quello dell'Ufficio Legale dello stesso Mibac e di quello, più volte sollecitato e mai arrivato, dell'Autorità sui Contratti Pubblici. Dopo quattro mesi di silenzio la vicenda si è conclusa il 29 settembre quando è stato pubblicato nel sito Internet del Ministero un documento conclusivo: 5 pagine, fitte di capoversi che cominciano con «visto», «considerato», «ritenuto», «esaminato» etc. Nel documento vengono certificate le serie irregolarità provocate dalla stessa Convenzione. Secondo l'Autorità Garante della Concorrenza ed il Mercato: «la stipula di detta Convenzione non appare essere il frutto dello svolgimento di un corretto confronto concorrenziale con altri operatori economici che avrebbero potuto, anche a parità di condizioni economiche, offrire alla amministrazioni comunali un servizio di restauro dei monumenti e di gestione degli spazi pubblicitari di qualità più elevata». Ancora più duro il parere dell'ufficio legislativo dello stesso Mibac (18 settembre 2009): «la Convenzione presenta rilevanti elementi di illegittimità, sia sotto il profilo della violazione dell'evidenza pubblica per la scelta dei privati contraenti con l'Amministrazione (in particolare per l'affidamento dei lavori di restauro per la verifica della qualificazione delle imprese affidatarie dei singoli interventi) sia sotto il profilo della non chiara ed equivoca «efficacia» che tale Convenzione inammissibilmente esplica». Insomma, dichiara il documento, esistono «in astratto, i presupposti per fare ricorso all'annullamento d'ufficio» della Convenzione. Nei mesi estivi di silenzio ministeriale, i rapporti di Comuni e Soprintendenze con la Impredcost hanno avuto sviluppi diversi. Ciascuno ha deciso per suo conto e ne è nato un incredibile groviglio burocratico. Il documento spiega infatti che la Soprintendenza per le Province di Milano, Bergamo, Lecco-Lodi, Pavia-Sondrio e Varese ha rilasciato, nonostante tutto, le autorizzazioni ai Comuni per i contratti con la Impredcost che dunque sono in corso a Milano, ma anche a Venezia e Padova. Invece Bari, Reggio Calabria, Torino e Bologna, hanno annullato i lavori. Così, tra agosto e settembre, la Impredcost ha presentato al Ministero diverse «memorie» legali per lamentare «la gravità del danno patrimoniale» subito. Dunque il Ministero era stretto in una morsa: da un lato la Convenzione illegittima, dall'altra una situazione amministrativa inestricabile, con il rischio di denunce e richieste di danni. Il dilemma è stato risolto con un colpo di autentico equilibrismo burocratico: il documento infatti dichiara prevalenti «le ragioni di convenienza e opportunità amministrative (…) in quanto il legittimo affidamento ingenerato dalla Convenzione appare più significativo [...] L'articolo integrale è disponibile nell'edizione stampata de Il Giornale dell'Arte
Martedì, 9 Febbraio 2010