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Gallerie

I 50 anni di attività di Enzo Cannaviello

Come non fare le fiere e vivere felici «Sono tra le cause dei mali del sistema dell'arte»

Enzo Cannaviello in galleria nel 1984 con Angela Vettese, Marco Bellocchio e a destra Giulio Ciavoliello

Era il 1968 quando il giovane Enzo Cannaviello, «folgorato», ad Amalfi, dalla mostra di Marcello e Lia Rumma «Arte Povera+Azioni Povere», apriva a Caserta la sua prima galleria d’arte. Si chiamava «Oggetto» e nasceva dall’incontro di Cannaviello con il grande gallerista napoletano Lucio Amelio, conosciuto attraverso la moglie pittrice, Maria Teresa Corvino, che esponeva da lui: «Un uomo geniale ma di carattere difficile. Tanto che di lì a poco le nostre strade si divisero. Ma posso dire di essere stato un suo discepolo», ricorda ora il gallerista, mentre ripercorre i suoi 50 anni ininterrotti di passione per l’arte contemporanea e per la scoperta di giovani talenti.

Aprire una galleria così radicale a Caserta era un gesto audace, eppure già nel 1970 Cannaviello esponeva il lavoro di un giovanissimo e sconosciuto Mimmo Paladino, presentato da Achille Bonito Oliva: «Una mostra innovativa, con tre installazioni, anche sonore, che ha segnato l’inizio del mio rapporto di amicizia con Mimmo, tuttora saldissimo sebbene poi le nostre strade si siano divise professionalmente, poiché lui seguì Achille Bonito Oliva nell’avventura della Transavanguardia mentre io, in seguito, avrei scelto il Neoespressionismo di area germanica».

La Caserta di allora (che i napoletani chiamavano «terra di lavoro») non poteva offrirgli nulla, così nel 1971 partì alla volta di Roma. «Era la capitale, credevo che mi potesse dare molto. A Roma ho prodotto molto sul piano culturale: nella galleria Seconda Scala ho presentato esperienze internazionali come la Narrative Art, Fluxus, l’Iperrealismo, il minimalista Bernar Venet, un maestro della Body art come Urs Lüthi, i concettuali Christian Boltanski e Vincenzo Agnetti e alcune performance del caro amico Fabio Mauri, allora non compreso dal sistema dell’arte; però non ebbi riscontri sul piano economico. A quel tempo a Roma andava di moda la Scuola di Piazza del Popolo, ma di tutti loro io presentai solo Giosetta Fioroni. Non ho mai inseguito il denaro, però è evidente che una galleria, per sopravvivere, deve avere un ritorno economico. Pensai dapprima di trasferirmi a New York, poi puntai su quella che già allora era la città più internazionale d’Italia: Milano. Del resto, con il capoluogo lombardo avevo un contatto continuo poiché lì vivevano molti collezionisti che venivano in galleria a Roma».

Era il 1977. Fu allora che, in un viaggio a Berlino, conobbe in una galleria autogestita gli artisti del Neoespressionismo tedesco chiamati «Nuovi Selvaggi»: Karl Horst Hödicke, Bernd Koberling, Helmut Middendorf, Bernd Zimmer, Rainer Fetting; i «Nuovi Ordinatori» (Hermann Albert e Klaus Mehrkens) e, poco dopo, Sigmar Polke, Georg Baselitz, Walter Dahn e altri, che in Italia erano perlopiù sconosciuti.

«
Alla vernice delle personali di Sigmar Polke si presentarono in pochissimi, e lui se ne ebbe a male. Io fui l’unico a esporlo in Italia. Solo in seguito avrei trovato il sostegno, prezioso, di Giovanni Testori».

Quanto alla mostra di Rainer Fetting, fu citata in Il falò delle vanità (1987) di Tom Wolfe, dove un personaggio sfoglia il catalogo della sua personale «vista a Milano». Era quella del 1983 allo Studio Cannaviello, allora in piazza Beccaria: la prima dell’artista tedesco in Italia. Ma fu sempre Cannaviello a esporre per la prima volta in Italia anche gli artisti americani Robert Longo, David Salle, Donald Baechler e il francese Gérard Garouste.

Non contento, tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi del decennio successivo presentò nella nuova sede di via Cusani l’Azionismo viennese, con Arnulf Rainer, Hermann Nitsch, Günter Brus, e il Neoespressionismo austriaco (Siegfried Anzinger e la scontrosa Maria Lassnig, che accettò di esporre da lui e presentò capolavori oggi in musei internazionali), seguiti da Pizzi Cannella e Nunzio, della Scuola di San Lorenzo.

Poi, negli anni Novanta, ecco la pittura figurativa «Neoiconica» (De Grandi, Freiwald, Galliano, Hoberman, La Rocca, Mendoza, Pintaldi e Pusole). Due dati emergono da questo lunghissimo elenco di nomi (del quale fa parte anche un giovane Francesco Bonami con velleità pittoriche): innanzitutto l’ininterrotto lavoro di «scouting» di Cannaviello che, spinto dalla curiosità per il nuovo e dall’allergia per le mode, è sempre andato in cerca di stimoli culturali inediti,
soprattutto all’estero; poi la predilezione per gli artisti contemporanei che si avvalgono del mezzo pittorico: «Non ho trascurato né l’Arte concettuale né le opere prodotte con mezzi tecnologici, purché vi rimanesse una traccia di manualità. Ma è evidente che certi linguaggi non li amo: non rinuncio di certo alla manualità né all’estetica».

Nella sede di via Stoppani, inaugurata nel 2000, Cannaviello continua a presentare giovani artisti e i «suoi» autori storicizzati (con i tedeschi e gli austriaci, gli italiani Rotella, Germanà e Salvo), guadagnandosi, nel 2008, sulla rivista «Flash Art International», un posto tra le cento gallerie più influenti al mondo; poi, nel 2016, si trasferisce di nuovo, in piazzetta Bossi, dov’è tuttora.

Nel frattempo, però, Cannaviello (che per tre mandati è stato presidente dell’Angamc, l’associazione di categoria) rompe con le fiere: «Le ritengo responsabili di molti mali del sistema dell’arte attuale. Oggi conta solo la quotazione, non l’aspetto culturale, ma l’arte non è “merce”. E le fiere sono la consacrazione di questo concetto distorto, per cui a un certo punto le ho abbandonate, compresa Art Basel. Da un punto di vista economico è una perdita ma resto saldo nella mia decisione. Ho di recente esposto Wolf Vostell, questo non l’avrei potuto fare in fiera perché non è un “artista da fiera” e non ci sono gli spazi. Le aste? Soprattutto per quanto riguarda l’arte contemporanea preferisco non parlarne. Quando si cancella l’aspetto culturale, l’arte non ha più interesse».

Eppure Enzo Cannaviello è tutt’altro che un gallerista all’antica: nel 2012, infatti, ha aperto la strada delle gallerie in franchising, con lo Studio Cannaviello come «galleria madre». «Ne ho aperta una anchem ad Almaty, in Kazakistan, commenta, ma era effettivamente un po’ troppo lontana. Delle gallerie originarie di Torino, Roma, Linz e Benevento, restano oggi quelle di Cremona e Vicenza: due sole, che però mi danno molte soddisfazioni».

L’appuntamento per celebrare il traguardo dei 50 anni è in piazzetta Bossi il 27 settembre, con la mostra «50|1968-2018»: «Ci sono ben 74 dei “miei” artisti: tutti, salvo quelli dell’ultima generazione, perché è ancora troppo presto per storicizzarli. Abbiamo voluto lasciare voce alla sola storia, attraverso le opere e i documenti».

Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 389, settembre 2018


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