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Mostre

Il nemico di Reagan ritorna nell’era Trump

Al Whitney Museum un’attesa retrospettiva di Wojnarowicz

«Untitled (Falling Buffalo)» (1988-89) di David Wojnarowicz. Collection Museum of Contemporary Art Chicago, Gift of Stephen Solovy Art Foundation, 1992.93

New York. La rabbia non ha mai avuto un’espressione più efficace di David Wojnarowicz (1954-92), che, omosessuale e nota testa calda, catturò nel suo lavoro il macabro spirito dell’emergenza dettata dalla diffusione dell’Aids degli anni Ottanta. Dal 13 luglio al 30 settembre il Whitney Museum presenta «David Wojnarowicz: History Keeps Me Awake at Night, Whitney Museum of American Art», un omaggio tardivo ma dovuto all’eclettico artista, ancora onnipresente nell’entourage delle mostre a tema omosessuale degli ultimi anni.

David Breslin e David Kiehl, curatori della mostra, hanno allestito una rassegna completa che presenta l’enorme varietà creativa dell’artista: graffiti, quadri neoespressionisti, performance, fotografia concettuale, film e saggi, sono soltanto alcuni dei linguaggi praticati dall’artista. Non sono molti i colleghi che possono competere con il numero di opere prodotte da Wojnarowicz in appena quindici anni di una carriera terminata nel 1992, con la morte prematura per complicazioni relative proprio all’Aids: un destino comune ad altri grandi protagonisti di quella stagione, come Félix González-Torres e Keith Haring.

«È molto difficile inquadrare la sua produzione, perché cambiava radicalmente nei diversi periodi, spiega Breslin. È la testimonianza di un artista che non voleva che la sua arte fosse facilmente mercificata, e per questo lavorò con modalità diverse e fu capace di dare corpo all’idea di Walt Whitman secondo la quale le persone contengono moltitudini». La mostra del Whitney Museum, una sorta di pendant di quella che ha fatto scalpore alla Morgan Library, «Peter Hujar: Speed of Life», chiusasi a maggio, fa i conti con l’emergenza Aids come una più ampia espressione di come la società ha sempre punito e maltrattato il diverso. Wojnarowicz era da sempre affascinato da questa figura, facendo riferimento per tutta la sua carriera a enfant terrible come il poeta Arthur Rimbaud o lo scrittore William S. Borroughs.

Hujar fu per lungo tempo amante e talvolta musa di Wojnarowicz e compare spesso in mostra. Secondo Breslin, «Untitled (Hujar Dead)» (1988-89) è una delle opere più significative di Wojnarowicz, che racchiude in sé l’appropriazione da parte dell’artista di diversi media. Vi si vede una fotografia di Hujar morto incollata a manifesti di supermercato e con spermatozoi che nuotano attraverso banconote da 20 dollari con impressa la Casa Bianca. L’opera comprende anche brani da uno dei testi più controversi di Wojnarowicz, scritto in origine per una mostra del 1989 all’Artist Space, organizzata dalla fotografa Nan Goldin.

Il saggio, Postcards from America: X-Rays from Hell, accusa i responsabili politici di destra di aver sostenuto una legislazione che avrebbe portato alla diffusione dell’Aids, scoraggiando l’educazione al sesso protetto. In un prologo a quella che fu la guerra culturale degli anni Novanta, Wojnarowicz scatenò le ire del presidente del National Endowment for the Arts (Nea) John Frohnmayer, che ritirò una donazione da 10mila dollari alla galleria. L’Artist Space in seguito negoziò con il Nea (siamo ai tempi in cui la caccia alle streghe degli ultranconservatori colpiva artisti come Robert Mapplethorpe o Andrés Serrano) per riavere parte dei finanziamenti ma solo a condizione che il catalogo che comprendeva il testo di Wojnarowicz non ricevesse finanziamenti. Quest’ultimo rifiutò di partecipare al vernissage della mostra, dicendo: «Non ritengo che i diritti civili o costituzionali possano essere barattati in cambio di soldi».

Trattato come nemico pubblico nell’era Reagan, la difesa senza compromessi di Wojnarowicz della comunità omosessuale ha le sue radici nell’esperienza dell’artista nella zona dei Chelsea Piers, un tempo fatiscenti, dove i senza tetto Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) cercavano compagnia e rifugio. È una sorta di giustizia poetica vedere la mostra di Wojnarowicz allestita al Whitney Museum, a pochi isolati di distanza da quei luoghi, che lui definì «il vero MoMA». Nel 2019, a maggio, la mostra si trasferirà al Museo Reina Sofía di Madrid e a novembre al Mudam Luxembourg.

Zachary Small, da Il Giornale dell'Arte numero 388, luglio 2018


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