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Mostre

Estate africana

Tensioni, mutamenti e conflitti in tre mostre a Roma

«Calao», 2016, di Abdoulaye Konaté è una delle opere esposte nella mostra «African Metropolis» al MaXXI

Roma. La seconda conferenza ministeriale Italia-Africa (a due anni dalla prima) in calendario il 21 giugno alla Farnesina si inserisce nel crescente interesse del nostro Paese per quel continente (negli ultimi anni sono nate nuove ambasciate in Niger, Guinea Conakry e tra poco Burkina Faso), legato sia agli interessi economici, basti pensare all’Eni, sia alla questione migratoria. Il paradosso però è che, dopo il tracollo elettorale del Partito democratico, il prossimo governo si orienterà in maniera forse molto diversa.

In questo contesto si colloca «African Metropolis. Una città immaginaria», una mostra aperta dal 22 giugno al 14 ottobre al MaXXI. Si tratta di una carrellata di oltre 100 lavori sul tema della città odierna, le sue trasformazioni, i suoi spazi, società e gentrificazione, i legami con la spiritualità e le tradizioni, il postcolonialismo e così via.

Non quindi una mostra di arte contemporanea africana, come rimarca Simon Njami, curatore affiancato da Elena Motisi; piuttosto una collettiva a tema di oltre 40 artisti di origine africana, ma che non necessariamente risiedono in Africa. Tra gli altri, El Anatsui, Akinbode Akinbiyi, Heba Amin, Abdoulaye Konaté, Lavar Munroe, Mimi Cherono Ng’ok, Pascale Marthine Tayou, Andrew Tshabangu, Ouattara Watts, e una committenza che ha coinvolto Bili Bidjocka, Meschac Gaba, Hassan Hajjaj, Youssef Limoud e James Webb.

Passando alla Galleria 5, nelle stesse date, si apre una seconda mostra: «Road to Justice», a cura di Anne Palopoli, presenta una dozzina di opere che trattano criticità e dinamiche africane, le rapide trasformazioni socioculturali ed economiche, le connesse problematiche legate a memoria e identità. Sono esposti pezzi sia del MaXXI (di Geers, Nejmi, Dumas e Langa) sia in prestito (Akomfrah, Khalili, Williamson, Tsegayé, Mutu).

Fino al 2 settembre il MaXXI ospita anche la mostra «Tel Aviv the White City», che attraverso un centinaio di foto, schizzi, plastici e video selezionati dal curatore Nitza Metzger Szmuk (main sponsor Intesa Sanpaolo) consente di riscoprire il Movimento Moderno e gli influssi Bauhaus a Tel Aviv, alla viglia del centesimo anniversario del movimento nato a Weimar nel 1919.

Intanto prosegue alla Gnam fino al 24 giugno la rassegna «I Is an Other/Be the Other» (Io è un altro. Sii l’altro) anch’essa a cura di Simon Njami, con 17 artisti contemporanei sempre legati a origini africane ma di formazione e ispirazione internazionale. Sono 34 le opere che, impiegando tecniche e repertori molto diversi, ruotano attorno al tema dell’identità e dell’alterità, come si deduce dal titolo tratto da una poesia di Rimbaud: «La mostra, spiega Njami, propone di uscire da noi stessi per provare l’ebbrezza di essere l’altro», attraverso lavori di Nick Cave, Wifredo Lam, Bili Bidjocka, Maurice Pefura e ancora Lahlou, Eshetu, Alexander, Galembo, Adams, Kapela, Gacha e altri.

Federico Castelli Gattinara, da Il Giornale dell'Arte numero 387, giugno 2018


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