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Gallerie

Ad Art Basel meno americani e più orientali

I collezionisti dall'Oriente fanno acquisti anche nelle gallerie italiane

L'installazione di Lara Favaretto proposta da Franco Noero. Foto © Art Basel

Basilea. Si è conclusa ieri, sfiorando i 95mila visitatori, la 49esima edizione di Art Basel, svoltasi dal 14 al 17 giugno. Quest’anno la fiera d’arte più potente al mondo ha accolto 290 gallerie provenienti da 35 Paesi ed esposto i lavori di circa 4mila artisti. Sedici le gallerie che hanno partecipato alla fiera per la prima volta: una cinese, la galleria White Space Beijing, 3 statunitensi e 12 europee (nessuna galleria italiana tra le new entry).

Nonostante i nuovi arrivati d’oltreoceano, i collezionisti americani sono stati meno presenti rispetto alle scorse edizioni. Colpa forse delle scorciatoie del mercato, che sempre più spesso invia ai collezionisti la bramatissima preview delle opere che saranno esposte, anticipando l’inizio della fiera e rendendo così inutili i viaggi transatlantici. Un modo come un altro, in fondo, di adeguarsi al ritmo del mondo.

«Meno americani ma molti più collezionisti asiatici», afferma Filippo Di Carlo della Galleria dello Scudo, che tra i clienti di quest’anno conta anche una collezionista coreana. La galleria di Verona ha venduto opere di Emilio Vedova, Carla Accardi, Giuseppe Santomaso e Alberto Burri. Oltre a una natura morta di Morandi del 1936 e a una Villa Romana di de Chirico del 1924, la galleria ha esposto una delle famose «Merde d’artista» che Piero Manzoni realizzò in novanta esemplari nel 1961. L’opera («conservata al naturale» come assicura l’etichetta originale) è stata proposta al prezzo di 310mila euro. In corso anche una trattativa di oltre 400mila euro per il «Racconto Rosso» di Leoncillo, artista che la galleria espone a Basilea da quattro anni. Fondata nel 1968, la Galleria dello Scudo si conferma impegnata in una difesa dell’arte italiana che mira a sostenere il lavoro di artisti quali Angelo Savelli, Giuseppe Spagnulo o Gianni Dessì, ancora non del tutto affermati a livello internazionale.

Il giorno di apertura della fiera, i colossi Hauser&Wirth e Lévy Gorvy hanno aperto le danze realizzando due delle maggiori transazioni di questa edizione, vendendo tele dell’espressionista astratta americana Joan Mitchell (1925-1992) rispettivamente per 14 e 15 milioni di dollari. Tra le vendite di Hauser&Wirth spicca anche la splendida «The  Three Graces» (Le tre Grazie, 1947) di Louise Bourgeois, uno dei totemici personaggi che l’artista scolpì a partire dalla metà degli anni ’40 dopo il suo arrivo negli Stati Uniti, in memoria degli affetti lasciati nella Francia natia. Nata dalla rivisitazione di una precedente scultura chiamata «Depression Woman», «The Three Graces» è stata venduta per 4,8 milioni di dollari.

Grande successo anche per Tornabuoni Art, che ha appena dedicato un’esposizione all’opera di Afro nella sua sede di Parigi. La galleria diretta da Michele Casamonti ha presentato una delle rare personali di questa edizione della fiera: il suo stand dedicato ad Alberto Burri ha riunito una decina di plastiche realizzate tra gli anni ’50 e ’60, per prezzi compresi tra i 5 e i 15 milioni di euro. Tra le altre sorprese italiane, l’opera del 1945 «Olandese Volante (Blu)» di Osvaldo Licini, esposto dalla Galleria Tega accanto a un’opera su carta di Picasso e a un Crocifisso di Lucio Fontana del ’50-55, uno dei gioielli dell’artista di origini argentine che si riteneva «uno scultore e non un ceramista».

Quest’anno, la sezione Unlimited della fiera ha abbandonato il piano terra e si è spostata al primo piano, con la complicità dell’opera di Daniel Buren che dal 2007 occupa i gradini delle scale mobili della fiera, ricoperti di righe bianche e blu. Per il settimo anno consecutivo, i progetti formato extralarge sono stati selezionati dallo svizzero Gianni Jetzer, curatore presso l'Hirshhorn Museum di Washington. Tra le 72 opere esposte a Unlimited era presente l’installazione di Lara Favaretto, proposta dalla torinese Galleria Franco Noero: l’artista classe 1973 ha composto dieci ammassi di coriandoli pressati in forma cuboidale (ciascuno di 90x90x90cm), mettendoli alla prova con il viavai dei visitatori e lasciandoli in balia del caso, ovvero di quell’«insospettata virtù dell’ignoranza» da cui l’opera trae il titolo.

Bianca Bozzeda, edizione online, 18 giugno 2018


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