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Ramallah, un hub culturale in Palestina

Omar Al-Qattan illustra le molte sfide dello spazio artistico permanente che ha aperto nella West Bank occupata

La sede da più di 7mila metri quadrati dell'Amqf si sarebbe dovuta inaugurare nel 2016 ma è stata ritardata da problemi costruttivi e di sicurezza Courtesy A.M. Qattan Foundation

Ramallah. Nel pieno della crescente violenza tra palestinesi e israeliani lungo il confine di Gaza, proseguita per tutto il mese scorso (in particolare in concomitanza con l’inaugurazione dell’Ambasciata americana a Gerusalemme voluta da Donald Trump), gli esperti dichiaravano che le possibilità di pace non erano mai state così distanti. Le proteste contro la decisione del presidente americano di spostare l’Ambasciata statunitense in Israele da Tel Aviv alla contesa Gerusalemme (avvenuta il 14 maggio, giorno del settantesimo anniversario della nascita dello Stato di Israele, la «catastrofe» per i palestinesi, Ndr) hanno visto almeno 60 palestinesi uccisi al confine dai soldati israeliani.

Nonostante il trambusto politico, un’importante fondazione culturale palestinese si prepara ad aprire al pubblico la sua nuova sede il 28 giugno a Ramallah, nella West Bank occupata. L’A.M. Qattan Foundation (Amqf) è stat istituita a Londra dallo scomparso filantropo palestinese Abdel Mohsin Al-Qattan nel 1993 ed è registrata nel Regno Unito come ente benefico. Oggi è presieduta dal figlio del fondatore, Omar Al-Qattan, ex presidente del Museo Palestinese, un’istituzione finanziata privatamente che ha aperto nel maggio del 2016 a Birzeit. La Fondazione gestisce le Mosaic Rooms, lo spazio che da dieci anni si occupa di cultura contemporanea araba nel settore ovest di Londra e che gestisce programmi culturali e formativi a Gaza, nella West Bank e a Beirut.

«Abbiamo dibattuto a lungo sull’opportunità di disporre di uno spazio permanente», spiega Al-Qattan, che avrebbe preferito una rete decentrata di uffici tra loro connessi, a immagine di una comunità palestinese geograficamente frammentata: «Mio padre diceva che avevamo bisogno di un punto di riferimento, qualcosa a cui la gente si potesse rivolgere, quasi un simbolo».

Il Museo Palestinese, costato 24 milioni di dollari e aperto dopo anni di ritardi, è rimasto vuoto per 15 mesi. La costruzione dell’edificio dell’Amqf è iniziata nel 2012 e il suo completamento era previsto per il 2016, ma le difficoltà di lavorare nella regione hanno causato una lunga serie di interruzioni e ritardi. «Le imprese edilizie locali non sono abituate a questo livello di complessità e di dettaglio», dice Al-Qattan.

Un impresario inesperto aveva sottovalutato il costo di realizzazione del progetto concepito della società spagnola Donaire Arquitectos, ora stimato in 15 milioni di dollari sui 18 milioni del budget totale. È stato difficile trasportare i materiali attraverso il confine israeliano e reperire manodopera qualificata, dato che molti palestinesi sono attratti in Israele dai salari più alti.

Con i suoi 7.700 metri quadrati, la sede dispone di più del doppio dello spazio del Museo Palestinese e ospiterà atelier, spazi espositivi, aule scolastiche, una biblioteca, un piccolo teatro e un ristorante, oltre agli uffici amministrativi. Tuttavia, la Fondazione ha tagliato il suo programma d’apertura a causa dei ritardi e perché è improbabile che il personale vi si possa trasferire prima della fine dell’estate.

«Il problema maggiore, oltre al denaro e ovviamente all’occupazione israeliana, sono le risorse umane, dice Al-Qattan. È pressoché impossibile ottenere un permesso di lavoro per chi non ha un documento di identità palestinese o israeliano». Questo limita il bacino di candidati a tutti i livelli, dagli assistenti curatoriali ai direttori, dato che in pochi nell’area dispongono delle necessarie qualifiche professionali. Il Museo Palestinese è già alla ricerca del suo terzo direttore. L’Amqf ha ora più di 100 dipendenti, di cui 60 residenti a Ramallah.

Importare ed esportare le opere d’arte rappresenta un’altra corsa a ostacoli. La Fondazione ospiterà mostre a ingresso libero, a cominciare da «Subcontracted Nations (Nazioni subappaltate)» (28 giugno-29 settembre), una mostra collettiva di più di 60 tra artisti e gruppi, tra cui Khaled Jarrar, Larissa Sansour e Naeem Mohaiemen, che si interrogano sul concetto di Stato Nazionale. «La maggior parte delle opere è stata commissionata oppure sono copie, date le complicate misure di sicurezza correlate ai trasporti da Israele verso la Palestina», dice Yazid Anani, curatore della mostra e direttore della Fondazione per la programmazione pubblica.

Dal 3 al 30 ottobre, l’Amqf parteciperà alla Biennale palestinese Qalandiya International sul tema della «Solidarietà». L’A.M. Qattan Foundation non ha ancora deciso se la sua collezione sarà esposta a Ramallah. «Operiamo in un ambiente dove bisogna stare molto attenti quando si possiede qualcosa che può essere facilmente distrutta o rubata», osserva Al-Qattan. L’insicurezza rende anche difficile ottenere opere in prestito: «La nostra vulnerabilità, prosegue Al-Qattan, può spaventare alcuni proprietari di collezioni o altri musei. Vedremo». La chiave per lavorare tra le complesse strutture politiche della Palestina, spiega, è l’autonomia finanziaria: «Ti dà la libertà di operare unicamente secondo le direttive del consiglio».

La famiglia Al-Qattan fornisce almeno il 60% dei fondi della Fondazione e un’apposita dotazione finanziaria è stata istituita per l’edificio. «Questo non significa che non ci siano tentativi di interferenza, aggiunge Al-Qattan. Il modo in cui ciò avviene è attraverso complicazioni burocratiche o indagini. Non ci è ancora successo, ma pensiamo che potrebbe accadere, anche molto presto».
La Fondazione ha assistito a due decenni di conflitto israelo-palestinese, organizzando la sua prima mostra «Young Artist of the Year Award» a Ramallah mentre scoppiava la Seconda Intifada palestinese nel 2000 e la seconda mostra sotto il coprifuoco. Quindi, se le attuali tensioni dovessero far saltare la prevista inaugurazione di fine mese, Al-Qattan guarda già avanti, alle future collaborazioni della fondazione e alla «rivalità» con il Museo Palestinese. «La concorrenza è positiva, stimola e accresce le ambizioni, dice. Siamo gli unici due spazi nei Territori palestinesi in termini di attività espositiva e di capacità conservative di alto livello. Ma se tutto va bene prima o poi ce ne saranno molti di più».

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