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Mostre

Contrordine al Met: l’abito fa il monaco

L'abbigliamento sacro come fonte di ispirazione per gli stilisti

L’annuale Met Gala di beneficenza copresieduto da Amal Clooney, Rihanna, Donatella Versace e Anna Wintour, con Stephen Allen Schwarzman, amico di lunga data di Donald Trump, e la moglie Christine quali presidenti onorari, è stato preludio alla mostra del Costume Institute «Heavenly Bodies: Fashion and the Catholic Imagination» aperta dal 10 maggio all’8 ottobre. Una mostra diffusa in più gallerie e dipartimenti del Metropolitan Museum, «il progetto più ambizioso mai realizzato su questo tema», secondo Andrew Bolton, che la cura insieme ai colleghi del Met.

Il tema portante è il forte, continuo scambio di influenze e ispirazioni tra i grandi stilisti della moda e le pratiche devozionali e tradizioni secolari del Cattolicesimo. L’aspetto più prezioso è il prestito di una quarantina di capolavori vaticani di arte ecclesiastica dal XVIII ai primi anni del XXI secolo, molti dei quali mai usciti prima dalla Santa Sede e tutti provenienti dalla sacrestia della Cappella Sistina: saranno esposti all’Anna Wintour Costume Center e comprenderanno sontuosi paramenti e accessori papali, tra cui anelli e tiare, una tra tutte quella donata da Isabella II di Spagna a papa Pio IX tempestata da 18mila brillanti, di oltre 15 papati (era dal 1983 che il Vaticano non concedeva al museo un prestito così importante).

«L’uomo è ciò che veste», ha esordito il cardinale Gianfranco Ravasi parafrasando Feuerbach, in occasione della presentazione romana alla Galleria Colonna (sul tema scriverà un suo saggio in catalogo). L’abito, ha spiegato, specifica l’uomo, e Dio nella Bibbia entra in scena come creatore, certo, ma anche e subito come sarto: «Il Signore Dio fece all’uomo e alla donna tuniche di pelli e li vestì» (Genesi, 3, 21).

La mostra evidenzia il dialogo continuo tra moda e opere d’arte medievale conservate al Met, articolandosi lungo le gallerie bizantine e medievali, nell’ala Robert Lehman e nella sede distaccata del Met Cloisters, riservata all’arte medievale. Accanto ai capolavori antichi saranno allestiti oltre 150 «ensemble» soprattutto di abiti femminili, dai primi del Novecento fino ai giorni nostri, risultando subito evidenti i riferimenti del resto dichiarati di Gianni Versace ai mosaici di Ravenna, Dolce e Gabbana al Duomo di Monreale, Pierpaolo Piccioli alla cappa magna, e ancora la casola disegnata per Giovanni Paolo II, i paramenti per le Madonne con Bambino di Yves Saint Laurent e di altri, gli abiti ispirati agli ordini religiosi allestiti ai Met Cloisters e così via.

«I cattolici vivono in un mondo incantato», ha scritto il teologo Andrew Greeley. L’abito del resto, chiarisce Ravasi, ha sia un aspetto materiale, fisico, fondamentale ma parziale, sia un significato simbolico, che chi opera nella moda conosce bene. In esso il cardinale distingue quattro aspetti: morale, sociale, culturale e sacrale. «Tutte le religioni, spiega Ravasi, hanno dei paramenti, degli ornamenti propri, tipici del rito. Questi abiti non sono di per sé necessari, perché sotto di essi noi indossiamo le vesti laiche. Sono ornamentali, e sono così ricchi perché rappresentano la dimensione trascendentale, la dimensione del mistero religioso».

Come intuì lo stesso Picasso commentando le casule disegnate settant’anni fa da Matisse per la chiesa di Vence, oggi ai Musei Vaticani: «Questi non sono paramenti sacri, sono farfalle che volano nel cielo di Dio».

di Federico Castelli Gattinara, da Il Giornale dell'Arte numero 385, aprile 2018


  • Da sinistra, particolare di frammento di mosaico pavimentale bizantino con una personificazione di Ktisis, 500-550, The Metropolitan Museum of Art, New York, Harris Brisbane Dick Fund and Fletcher Fund, 1998; Purchase, Lila Acheson Wallace Gift, Dodge Fund, and Rogers Fund, 1999. A destra, una creazione di Domenico Dolce e Stefano Gabbana per Dolce & Gabbana. Autunno/inverno 2013–14. Courtesy Dolce & Gabbana

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