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Mostre

Milano

I cinque mondi di Matt

Una spettacolare personale di Mullican all’HangarBicocca

Una veduta della mostra di di Matt Mullican «Organizing the World» alla Haus der Kunst di Monaco, 2011. Courtesy l'artista, Mai 36 Galerie, Zurigo e Massimo De Carlo, Milano/Londra/Hong Kong (Foto: Jens Weber, Munich)

Milano. Le navate di Pirelli HangarBicocca, si aprono ad accogliere l’universo di Matt Mullican (California, 1951) con la grande mostra «The Feeling of Things», aperta dal 12 aprile al 16 settembre, voluta dal direttore artistico Vicente Todolí e curata da Roberta Tenconi.

Quarant’anni del lavoro di Mullican, dal 1972 a oggi, affollano di segni una struttura architettonica costruita nel ventre delle Navate e divisa in cinque aree di diverso colore, disposte secondo l’ordine (inverso) assegnato alla personalissima cosmologia di questo artista-demiurgo, che per lavorare si sdoppia, come in trance, nel suo alter ego «That Person». L’autore, cresciuto nella culla della cultura Beat, è abituato a immergersi nella realtà «altra» dello stato d’ipnosi, che usa come pratica performativa.

Ansioso, come tutta la sua generazione, di «rifondare» il mondo, Mullican ha ideato nel tempo un proliferante sistema di «Sign» (segni, immagini, pittogrammi, icone, simboli) con i quali ha reinterpretato, intersecandoli, studi scientifici e credenze magiche, tradizioni ancestrali e simboli di tutte le culture (dai mandala hindu alle immagini tantriche, ai simboli degli indiani Hopi). Li ha suddivisi in «cinque mondi», ognuno caratterizzato da un colore: il percorso si apre con il rosso, il colore della «comprensione soggettiva». Qui, in una vasta esedra, Mullican scandaglia, con «That Person», lo stato di coscienza più elevato, attraverso disegni che rivelano la sua personalità.

La sezione seguente, di un nero profondo (per lui il colore del linguaggio), accumula migliaia di opere su carta, disegni, appunti, fotografie: per questa mostra Mullican ha aperto il suo archivio fotografico e ne ha estratte duemila immagini, inedite, brulicanti di segni ricavati, in questo caso, soprattutto dal mondo dei fumetti e dell’animazione. L’area gialla, simbolo della cultura, della scienza e dell’arte, occupa il cuore della mostra e si fonda sullo spettacolare «M.I.T. Project» (1990), affiancato dal pionieristico «Computer Project», da cui quello scaturiva. La sezione blu riguarda il quotidiano, presentato in una sorta di città ideale realizzata con materiali eterogenei (granito, vetro, lightbox con immagini generate dal computer e altro), mentre in uno spazio inaccessibile ha ricostruito lo studio di «That Person».

Nell’area verde, ecco il mondo naturale: qui trovano posto ossa, pietre, minerali, animali impagliati, giunti dalle collezioni dei musei scientifici milanesi. Nel Cubo, infine, oltre 70 «Rubbings» (i suoi dipinti a frottage realizzati dal 1984) ricoprono per intero le pareti, disposti secondo l’horror vacui che caratterizza il linguaggio stordente e incantatore di questo artista-sciamano.

Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 385, aprile 2018


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