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Gallerie


Miart cresce come la nuova Milano

Rabottini «È innegabile la capacità attrattiva della città»

Alessandro Rabottini dirige Miart per il secondo anno. Foto di Marco De Scalzi

Milano. Dal 13 al 15 aprile Miart accenderà l’intera città, com’è ormai solita fare, coinvolgendo gallerie, istituzioni, spazi artistici non profit, e parchi: come l’«incursione» di Fondazione Trussardi nel Parco delle Sculture di CityLife. A cura di Massimiliano Gioni, la Fondazione ha infatti portato a Milano dal 12 al 15 aprile la gigantesca installazione «Sacrilege» di Jeremy Deller, un lavoro che ha girato il mondo, con cui l’artista, Turner Prize 2004, ha ricostruito con un immenso gonfiabile, in scala 1:1, il sito archeologico di Stonehenge. La fiera d’arte moderna e contemporanea, insomma, è sempre più motore di arte e di cultura. Ne parliamo con il suo direttore.

Alessandro Rabottini, anche nell’edizione 2018 l’articolazione della fiera prosegue in più sezioni. Quale è stata più richiesta?

Le sezioni principali, ovvero «Established Contemporary» e «Established Masters», mentre i numeri delle sezioni curate (da «Generations» a «Decades», da «Emergent» a «Object») sono strutturalmente legati al modo in cui l’architettura della fiera è disegnata da qualche anno a questa parte, e al concept di ciascuna sezione.

Avete 62 nuovi espositori (il 32% sul totale) e 77 gallerie straniere (il 41% sul totale): sono entrambi, segnali significativi del grado di attrattività esercitato da Miart. Quali, secondo lei, le ragioni principali?

Il nuovo corso di Miart è organico alla Milano che stiamo conoscendo in questi anni. Da parte di Fiera Milano c’è stato e c’è un impegno in termini di progettualità che ha contribuito a far sì che Miart assumesse una sua identità precisa, e a questo processo si è accompagnato il sostegno che le istituzioni pubbliche milanesi, le fondazioni private, le gallerie, i collezionisti, gli spazi non profit, e così via, hanno offerto alla manifestazione. Un evento internazionale come Miart non può affermarsi se non c’è un contesto che si riconosce in esso, ed è innegabile la capacità attrattiva che Milano sta esprimendo su tutti i livelli: economico, culturale e sociale. Il fatto poi che ci siano tanti espositori internazionali, sia italiani sia stranieri, che tornano da diverse edizioni è un segnale di affezione a Miart che, immagino, abbia generato un passaparola positivo tra colleghi galleristi.

La tendenza delle altre fiere è di ridurre progressivamente il numero degli espositori, voi invece tendete a espandervi? Perché?

La crescita numerica che Miart ha vissuto in queste ultime edizioni è stata molto graduale e sempre organica alla crescita dell’apprezzamento che la fiera ha sviluppato. Non ci sono state impennate improvvise ma aggiunte che abbiamo sempre misurato insieme con la crescita del nostro pubblico, per cui parlerei di una «crescita responsabile» da parte nostra.

Anche per le fiere d’arte si usa la parola «identità». Qual è quella di Miart?

Quello che sempre facciamo è mettere al centro le gallerie: sono loro che hanno il polso della situazione del mercato dell’arte, loro che credono negli artisti e che rischiano su un progetto. A partire da questo dialogo costante con gli espositori, abbiamo cercato di portare in ciascuna sezione una narrazione tanto specifica quanto evocativa: penso al dialogo tra le generazioni che esprimiamo in «Generations» o al viaggio nel tempo di «Decades». Il magazzino di una galleria non è soltanto un insieme di quadri e sculture ma una risorsa di storie. Allora come fiera dobbiamo creare un contesto in cui il dialogo tra espositori, curatori e collezionisti possa trovare nuove forme di comunicazione. Ecco perché Miart quest’anno si presenta al pubblico con lo slogan «Il presente ha molte storie».

Qual è il vostro rapporto con Artissima, ArteFiera, ArtVerona?

In questi anni abbiamo lavorato affinché l’offerta cronologica di Miart fosse molto ampia e si espandesse dagli inizi del ’900 fino alle ricerche degli artisti più recenti, passando per un contemporaneo consolidato e per un design di ricerca. Abbiamo lavorato su un mix di storia e sperimentazione, novità e tradizione, pensando sempre che il mondo dell’arte è fatto di tanti mondi e sviluppando un modello inclusivo. Negli ultimi anni mi sembra che alcuni contesti abbiano focalizzato il proprio lavoro quasi esclusivamente su un contemporaneo molto stretto, alienando fasce di pubblico interessate all’arte storica, e che altri abbiano progressivamente abdicato alla dimensione della sperimentazione.

Il progetto Art Week, istituito dal Comune di Milano, e la partnership di Intesa Sanpaolo (novità di quest’anno) provano che le forze istituzionali ed economiche della città si sono mobilitate per il successo di Miart. Quanto pesa (al di là dell’apporto economico di Banca Intesa) questa collaborazione allargata?

La collaborazione con il tessuto culturale e istituzionale di Milano è per noi un asse fondamentale. Ormai, quando si decide di viaggiare verso una città che non è la propria per visitare una fiera, lo si fa anche per la sua offerta espositiva. Personalmente sono onorato di lavorare nella Milano di questi anni, perché la qualità che essa sta esprimendo secondo me segna un momento storico che ricorderemo, cui dobbiamo tutti guardare come a un bene collettivo.

Altre fiere in Italia lamentano, invece minor sostegno da parte del sistema produttivo della loro area.

Non posso valutare un contesto che conosco solo da visitatore ma posso dire che è il desiderio a cui l’intera struttura di Miart e di Fiera Milano lavora da anni, ovvero che miart sia una fiera che ha luogo a Milano ma che esprime una qualità, di gallerie e di collezionismo, che attraversa l’Italia intera.

Miart pigliatutto

di Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 385, aprile 2018


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