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Archeologia

Metro C: riaffora la domus del Comandante

Particolare di un mosaico della domus del Comandante rinvenuta a Roma durante gli scavi per la metro C

Roma. Il cantiere della metro C per la costruzione della stazione Amba Aradam dopo l’ultima eccezionale scoperta, la domus del Comandante, somiglia sempre più a un tesoro archeologico a cielo aperto. Anelli d’oro, pugnali con il manico d’avorio intarsiato e soprattutto, a 12 m di profondità, affreschi, marmi pregiati e una serie di mosaici intatti: decorazioni geometriche tra satiri e amorini che danzano sotto un lungo tralcio d’uva sorvegliato da un uccello su un ramo.

La domus del Comandante (II secolo d.C.) copre un’area di circa 300 mq e comprende 14 ambienti lussuosi disposti intorno a un cortile centrale, decorato da una fontana con tubi di piombo e i resti di una statua dalla quale sgorgava l’acqua. Tanta raffinatezza suggerisce all’archeologa Rossella Rea che «la struttura potrebbe essere l’abitazione di un comandante delle milizie speciali, i servizi segreti dell’imperatore Adriano». Ma i capolavori più sorprendenti sono i pavimenti in marmo bianco e ardesia e soprattutto i mosaici (nella foto uno degli ambienti).

Scendendo le scale del cantiere, sul terreno che declinava un tempo verso un piccolo fiume che scorreva all’altezza delle Mura Aureliane, allora non ancora costruite, si notano i resti delle «suspensurae» che formavano l’intercapedine per il passaggio dell’aria calda. «Si tratta di un ritrovamento eccezionale e inaspettato», dichiara Francesco Prosperetti, soprintendente speciale di Roma responsabile degli scavi insieme con Simona Moretta e Rossella Rea. Un patrimonio che senza gli scavi della metro probabilmente non sarebbe mai affiorato: del complesso infatti non esistevano testimonianze.

Si procede intanto al rapido smontaggio dei reperti ritrovati che saranno conservati in speciali container riscaldati per essere poi rimontati tutti insieme nella stazione museo (disegnata da Paolo Desideri) che già espone i ritrovamenti del 2016.

Tina Lepri, da Il Giornale dell'Arte numero 385, aprile 2018


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