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Mostre

Una terra di incroci

La Galleria Nazionale dell’Umbria festeggia cent’anni con una mostra con 130 opere e restauri per 100mila euro

Ottaviano Nelli, Madonna con Bambino, Trinità, santi, cherubini, 1403. Tempera su tavola

Perugia. Il 17 gennaio 1918 veniva fondata a Palazzo dei Priori a Perugia la Galleria Nazionale dell’Umbria. Nasceva anche (non solo) sulla scia di un’esposizione gigantesca oggi irrealizzabile e forse neanche concepibile: «Nel 1907 la “Mostra d’antica arte umbra” propose 940 opere portate in città anche su carri trainati da buoi. Per i cento anni del museo la rievochiamo con la rassegna “Tutta l’Umbria una mostra”», racconta il direttore del museo Marco Pierini.

La mostra attuale «Tutta l’Umbria una mostra. La mostra del 1907 e l’arte umbra tra Medioevo e Rinascimento», allestita dall’11 marzo al 10 giugno e cocurata dallo stesso Pierini e da Cristina Galassi dell’Università di Perugia, si focalizza sull’età d’oro dell’Umbria, ossia dal tardo Duecento al Cinquecento con 130 opere, distribuite nella Sala Podiani e in spazi annessi, che allora vennero tutte esposte. «Ci focalizziamo su dipinti e sculture con l’aggiunta di ceramiche, tessuti e oreficerie allora ampiamente rappresentati, puntualizza lo storico dell’arte. Dal successo stupefacente, quell’avvenimento fece davvero vedere con continuità una storia dell’arte umbra e non umbro-toscana o umbro-marchigiana, dando l’avvio a studi specifici. Ripartire da lì significa appurare come sono evolute le conoscenze. La mostra del 1907 fece anche scoprire autori come Matteo da Gualdo (1435 ca-1507, Ndr) e l’Alunno (Niccolò di Liberatore, 1430 ca-1502, Ndr), allora come oggi considerato uno dei massimi nomi».

Il direttore ha caro un «risvolto etico: restauriamo, a nostre spese, una ventina di opere che non venivano prestate per problemi conservativi. Torneranno nei luoghi di origine grazie alla mostra. Così l’intervento ricade sul territorio, fa capire quanto i musei siano strumenti di tutela e di salvaguardia, non solo di valorizzazione. Il costo per i restauri, per noi alto, è poco inferiore ai 100mila euro».

Circa l’identità di un’arte umbra entro un ventaglio cronologico così ampio come quello sondato in mostra, Cristina Galassi chiarisce: «Già parlarne indica che è diversa da quella toscana, fiorentina e senese, o da quella marchigiana, mentre fino al 1907 era vista come una filiazione delle due regioni. Lo dimostrano, ad esempio, le scuole principali: come quella “perfetta e più classica” di Perugia con Benedetto Bonfigli (1420 ca-1496), Pintoricchio (1454 ca-1513) e Perugino, del quale presentiamo l’“Annunciazione Ranieri” dal deposito del museo, oppure la scuola più espressionista dell’Alunno».

Tutta l’Umbria in una mostra ammette qualche inserimento extraregionale: come la «Madonna dell’Umiltà» (1420-23) di Gentile da Fabriano dal Museo Nazionale di San Matteo a Pisa, o il Crocifisso dipinto nel 1452 da Antonio da Fabriano (notizie dal 1451 al 1489) dal Museo Piersanti di Matelica. «Non mancano anche marchigiani come Allegretto Nuzi (1315 ca-1373) e Gentile perché si consideravano in parte umbri», spiega la studiosa. «Siamo terra di incroci», chiosa Pierini, ricordando che la panoramica più ricca è nel museo medesimo, mentre il catalogo conterrà saggi più che schede. A proposito: su archive.org si può scaricare gratis il catalogo della mostra del 1907.

Stefano Miliani, da Il Giornale dell'Arte numero 384, marzo 2018


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