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L’arte va presa in parola

Immagini e scritture da Mazzoleni a Londra

«Tricolore» (1972), di Salvo

Il critico statunitense Harold Rosenberg sosteneva che l’arte contemporanea fosse una sorta di centauro, fatto per metà di immagini e per metà di parole. Si riferiva, in verità, alla gemellarità tra arte e critica, ma la parentela tra arte e parola scritta è una costante, sia pure multiforme, nella produzione del secondo ’900. Allo stesso modo, il commento didascalico o, nei carmi figurati e nei calligrammi, la trasfigurazione della parola in immagine sono aspetti radicati nella storia dell’arte antica. Ma nel XX secolo, la rivendicazione dell’indipendenza dell’arte dalla schiavitù della narrazione con la celeberrima precisazione «Ceci n’est pas un pipe» apposta da Magritte in un quadro raffigurante una pipa, ha la stessa importanza dell’elogio della tautologia pronunciato da Joseph Kosuth.

Il Concettualismo fu un alveo di grande fecondità della liaison arte-parola, tema di una bella rassegna tematica curata da Daniela Ferrari per la sede londinese di Mazzoleni. «More Than Words...» (questo il titolo della mostra) passa in rassegna molte modalità attraverso le quali si manifestò questo connubio. E ai concettuali, ai preconcettuali (Lucio Fontana che utilizzò precocemente il neon, medium ancora oggi privilegiato per opere in forma di frase o parola, Piero Manzoni, Vincenzo Agnetti, Mel Bochner e lo stesso Kosuth) o alla fase concettuale di un pittore come Salvo, abbina l’uso poetico della parola in ambito pittorico.

Ecco allora Cy Twombly, con un disegno del 1961 che precede di un anno un’opera di Gastone Novelli, ma anche il primo Kounellis, non insensibile alla poesia visiva, all’ermetismo e, a guardare in profondità, alla grafica futurista. Non poteva mancare un prezioso nucleo di «biro» di Alighiero Boetti datate dal 1970 al 1980, ma neanche le esternazioni autobiografiche di Tracey Emin. C’è John Baldessari (cui i frequentatori dei bookshop dei musei devono un’esilarante t-shirt con le prescrizioni per raggiungere i successo commerciale in arte), ma c’è anche il segno che diventa nuovo alfabeto nelle opere di Dadamaino. Il Pop italiano è rappresentato da Mimmo Rotella e da Mario Schifano, ma la curatrice offre anche un’apertura sul presente, con i giovani Rebecca Moccia e David Reimondo. C’è, infine, chi le parole le cancella o le seleziona, radicalizzandone il significato, come Emilio Isgrò. La mostra, comprensiva di 30 opere, è aperta dal 23 febbraio al 12 maggio.

GALLERIA MAZZOLENI

Redazione, da Il Giornale dell'Arte numero 383, febbraio 2018


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