Il Giornale dell\ ilgiornaledellarte.comwww.allemandi.com

Musei


Jean Nouvel: «Una commovente relazione tra luce e acqua»

L’architetto francese del Louvre Abu Dhabi descrive le sue fonti di ispirazione per l'edificio-città

Jean Nouvel illustra il suo progetto per il Louvre Abu Dhabi

Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti), All’ingresso, c’è il prototipo di una poltrona in pelle espressamente disegnata per il Louvre Abu Dhabi che attende l’opinione del suo architetto, Jean Nouvel; alto, come sempre vestito di nero e circondato da modelli del museo e della sua cupola.
Qui ci spiega la sua visione per il Louvre Abu Dhabi come città araba dedicata alla cultura e alle arti e insiste su un’architettura più olistica.

Ad Abu Dhabi lei ha lavorato nelle migliori condizioni possibili: con un buon budget, tutto il tempo e lo spazio necessari, godendo del pieno supporto delle autorità. Questo progetto rappresenta il «non plus ultra di Jean Nouvel»?
Naturalmente sono felice di vedere, come spero, il pieno successo di un progetto architettonico così ambizioso, in tutta la sua dimensione simbolica. Come altre nazioni nel corso della loro storia, i Paesi del Golfo ambiscono a sottolineare la loro attuale «età dell’oro» con monumenti formativi e culturali nelle loro nuove capitali. I nostri partner degli Emirati avevano standard elevati. Quando ho iniziato a pensare all’idea progettuale non sapevo nemmeno quale museo avrebbe occupato il sito. La verità è che nessuno dei miei progetti è identificabile per il suo stile. È una cosa che non corrisponderebbe alle mie intenzioni o alla mia filosofia. Il mio concetto di stile è un’attitudine intellettuale di fondo. Considero l’architettura come dipendente da un contesto; ci sono sempre obblighi scritti o non scritti che non corrispondono necessariamente alla mia visione estetica.

Come definirebbe l’idea progettuale del Louvre Abu Dhabi e la sua evoluzione?
Il Louvre Abu Dhabi è un museo che richiede un certo tipo di architettura. Non è soltanto un edificio funzionale; è un pensiero simbolico e persino spirituale, e non intendo spirituale in senso religioso. Ho sempre voluto che il sito fosse più un quartiere che un edificio. Ho iniziato con volumi interconnessi di diverse proporzioni, ispirati alle bianche città arabe, alla medina. Quest’idea ci ha consentito tutta la flessibilità di cui avevamo bisogno, ma non sono mai stato del tutto libero; le modifiche sono state imposte da molti parametri, alcuni autoimposti, altri imposti dalla situazione e dai partner. L’architettura ha dovuto rispondere a questi limiti e soddisfare una volontà e un desiderio. Non si tratta di architettura fine a sé stessa; l’architettura deve essere collegata alle idee, all’anima del luogo.

Lei ha anche l'incarico di progettare gli allestimenti; ma questo non va al di là del suo ruolo di architetto?
Come si può concepire un edificio senza pensare al suo contenuto? Sono sbalordito da questa dilagante schizofrenia, che separa l’esterno dall’interno di un edificio. L’idea di un’osmosi tra un edificio e il suo contenuto e significato è fondamentale. Gli architetti devono sempre più far fronte a questa tematica con i committenti, che spesso scelgono un architetto per l’involucro e la struttura e un altro per gli interni. In questo progetto, sono felice di avere potuto sviluppare un’idea coerente, lavorando alle finiture interne e agli allestimenti in diretto rapporto, e in armonia, con il mio edificio. Ho introdotto la nozione di palazzo, con specifiche proporzioni e materiali che si evolvono con i contenuti. Abbiamo anche avuto discussioni appassionate e dettagliate con il cliente e con il team curatoriale per arricchire questo progetto con il programma didattico e culturale.

Nello specifico come ha applicato queste idee?
Significa inquadrare il sito, lavorare sulle connessioni tra le gallerie di un museo dedicato alle civiltà, dove il confronto e il dialogo tra le opere d’arte dovrebbero creare uno shock emotivo nei visitatori, paragonabile a quello che le persone provavano quando gli oggetti si trovavano nel loro contesto originale. Come è possibile trasferire questa sensazione in un milieu completamente diverso: questa è la domanda fondamentale cui dare una risposta quando si concettualizzano i legami tra gli spazi e le collezioni. Deve anche esserci un modo per evocare il contesto in cui l’arte era stata originariamente concepita e utilizzata: per esempio, questo è quello che ho cercato di fare al Musée du quai Branly, Jacques Chirac di Parigi [per le arti indigene di Asia, Africa, Oceania e delle Americhe] evocando il tipo di illuminazione dei luoghi d’origine dei sacri manufatti.
Non si tratta di una riproduzione o di una subdola allusione. Quello che proprio non volevo era la tipica esposizione occidentale con illuminazione forte, pareti bianche e piedistalli.
Ad Abu Dhabi, dovevamo anche tenere conto di una specifica relazione con il tempo. Ho accentuato e fornito spazio supplementare alla nozione ed espressione di permanenza, e ci era stato chiesto di edificare un museo permanente, benché la costituzione di una collezione permanente sia tuttora in corso. Quindi abbiamo dovuto considerare che ogni opera esposta successivamente avrebbe potuto essere sostituita da un’altra completamente diversa. Il che ha richiesto una certa dose di flessibilità.

Nel Louvre Abu Dhabi figurano alcuni dei suoi elementi più caratteristici, come il filtraggio della luce.
È possibile che nei miei lavori ravvisiate un vocabolario formale che è il prodotto del mio inconscio. Se avessi un’ossessione, sarebbe per la luce, ma ogni edificio è legato a un tempo e a un luogo; è il prodotto della volontà e dei desideri di un cliente.
L’architetto non dovrebbe imporre un colore, una tecnica o un materiale prima di avere considerato le varie opzioni e avere compreso il significato profondo di un luogo. Questo è un museo in una capitale araba, dove luce e ombra sottolineano la vista, creando un loro proprio senso di mistero e cultura. Nella cultura araba, guardare attraverso la luce filtrata di una mashrabbiya [schermo traforato] è molto naturale.
Esiste un’architettura internazionale che ripete gli stessi riflessi basati sulla dittatura della logica. Ha diritto a esistere, ma perché deve essere così generica? In alcuni casi, un edificio dovrebbe essere concepito con una natura propria, connessa alla storia e alla geografia e che tenga conto dei desideri della gente, senza pregiudizi. È un’alchimia che dobbiamo trovare insieme. Ancora, non ho un insieme di forme e di colori che voglio ripetere ovunque. Sono un architetto, non un pittore o uno scultore.

Date queste premesse, ha cercato di richiamare l’ombra delle palme in un’oasi con la cupola?
Non la vedo come un’oasi. È un oggetto unico, un disegno, una geometria complessa che intreccia motivi arabi provenienti da un passato dimenticato. La luce è filtrata attraverso la sovrapposizione di quattro cupole sottili, creando un ciclo spirituale e cinetico. L’ombra si muove costantemente durante il giorno e secondo le stagioni. La cupola non è esattamente bianca, ma argentata, e col tempo, spero ci ricorderà il colore della sabbia. La cupola è un parasole, che può essere interpretato in vari modi. Tradizionalmente, si può far entrare la luce in una cupola lateralmente, attraverso lucerne [esili abbaini], o dall’alto, attraverso un lucernario nel centro. In questo caso la luce cade come pioggia, credo sia una novità. Volevo creare una relazione mobile tra luce e acqua e trovare una connessione con gli elementi del clima. È anche la ragione per cui volevo dell’acqua nell’edificio, come ricordo delle vie più fresche di una città.
Il Louvre Abu Dhabi è un quartiere con le sue strade, piazza e terrazze, dove le opere d’arte sono esposte all’interno delle gallerie così come all’esterno. È anche un palazzo, con le proporzioni di un palazzo; una penisola, con il suo proprio mistero, disegnata dalla luce e dall’acqua, l’archetipo di una microcittà dedicata a una missione spirituale che dall’esterno si può soltanto supporre e scoprire solo entrandoci.

di Vincent Noce, edizione online, 5 settembre 2017


  • Il Louvre Abu Dhabi di notte. © Abu Dhabi Tourism & Culture Authority, Architect  Ateliers Jean Nouvel

Ricerca


GDA settembre 2017

Vernissage settembre 2017

Vedere a ...
Vedere a Firenze e in Toscana 2017

Vedere in Puglia e Basilicata 2017


Società Editrice Umberto Allemandi & C. spa - Piazza Emanuele Filiberto, 13/15, 10122 Torino - 011.819.9111 - p.iva 04272580012