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Vulci, la forza dei simboli

Mara van Wees, Via Cave 1

Vulci (Vt). La prima volta è stata l’anno scorso con «Pietra liquida», oggi con «Il Codice Vulci» torna negli affascinanti ambienti ipogei della Domus del Criptoportico nell’area archeologica di Vulci una collettiva di scultura ceramica che si confronta con i grandi temi dell’antico, quest’anno con la forza poetica e generatrice dei simboli, come recita il sottotitolo della mostra.

Dieci gli artisti scelti dalla stessa curatrice, Gianna Besson, in parte gli stessi della prima edizione di una rassegna che si va strutturando in annuale appuntamento estivo: dall’8 luglio al 10 settembre i freschi e ombrosi spazi sotterranei si animeranno delle opere di Luigi Belli, Giorgio Crisafi, Antonio Grieco, Mirna Manni, Riccardo Monachesi, Jasmine Pignatelli, Paolo Porelli, Alfonso Talotta, Paolo Torella e Mara van Wees. Questa volta ampliata con una seconda tappa di tutti gli artisti nel vicino Museo della ricerca archeologica di Vulci a Canino, ospitato tra le mura quattrocentesche dell’ex convento di San Francesco.

La potenza del simbolo attraversa le culture che in epoca antica hanno informato di sé questo ricco territorio, disseminato di importanti città etrusche come Vulci, conquistato da Roma come testimonia la domus aristocratica di II secolo a.C., segnato dal cattolicesimo e dominato dai Farnese (fu Gabriele Francesco, figlio di Ranuccio Farnese e marito di Isabella Orsini, a far erigere il monastero occupato dai frati Minori Osservanti fino al 1886). Le geometrie semplici del quadrato, triangolo, ovale, cerchio e croce sono simboli ricorrenti, etruschi e cristiani, che gli artisti reinterpretano nella loro ricerca estetica e intellettuale. Da Luigi Belli che sovrappone ossa e teschi in ceramica su una lastra quadrata, ai tanti che si rifanno alla croce e all’uovo generatore, alla frammentazione in tasselli della scritta INRI di Riccardo Monachesi, ai riferimenti alle vie cave etrusche di Mara van Wees, la ceramica plasma e rinnova l’antichissimo rito della cottura della terra, uno dei primi segni della civiltà. E rinnova il grido viscerale di Leoncillo: «Creta, creta mia, materia mia artificiale ma carica per metafora di tutto ciò che ho visto, amato, di cui sono stato vicino, creta carica per metafora delle cose che ho dentro, con cui in fondo mi sono, volta per volta, identificato».

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