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Mostre


Giardini di Limoni

Giancarlo Limoni, «Dentro il paesaggio. Giardino ad Agra», 2000

Roma. «Non è stato facile né scegliere i dipinti né allestirli», spiega il curatore Lorenzo Canova riferendosi alle 21 opere di Giancarlo Limoni della retrospettiva «Il Giardino del tempo» che stasera inaugura al Padiglione 9A di Macro Testaccio. Padiglione, come tutti gli altri, costruiti alla fine dell’Ottocento per la macellazione delle carni, affascinante ma complicato per le mostre, essendo praticamente un ambiente unico, rettangolare, di circa mille metri quadri.

Fino al 17 settembre chi ama la pittura-pittura può venirsi a godere queste grandi tele alla fine ottimamente scelte e allestite, datate dai primi anni Ottanta a oggi. «È nel suo DNA, la pittura gli scorre nel sangue: Giancarlo Limoni ha dipinto, dipinge e dipingerà», spiega Fabio Sargentini, suo amico e gallerista da oltre trent’anni, cioè da quando ha scoperto Limoni nel suo studio all’ex Pastificio Cerere invitandolo nella sua galleria L’Attico alla collettiva «Extemporanea» del 1984, insieme agli artisti Corona, Luzzi, Merlino, Nunzio, Pizzi Cannella, Ragalzi e Tirelli. Di Sargentini del resto sono due terzi delle tele in mostra, a cominciare dal gigantesco splendido «Giardino italiano» proprio del 1984, un olio di sei metri per tre dove si sentono potenti gli echi delle amatissime «Ninfee» di Monet e delle apocalissi luminose di William Turner. Echi che si avvertono del resto in tutta la sua pittura, che si mischiano con la prima Scuola Romana di Mafai e Scipione, con la pittura di Fautrier e di altri. In «Giardino italiano» Limoni «dialoga apertamente con Monet, a rappresentare una delle sue più intense riflessioni sul tempo e sulla memoria, sul flusso della vita che si dispiega come un pensiero intorno alla nostra presenza nel mondo», scrive Canova in catalogo (Regia Edizioni).
Il tema della natura non cambia, ma intorno al 1990 si fa più geometrico e la materia a olio, da un’opacità pastello si fa gradatamente più brillante ed esplosiva. Fino all’ultima svolta, testimoniata dal «Giardino d’inverno» di quest’anno, col suo fondo bianco, silente, nevoso.

di Federico Castelli Gattinara, edizione online, 20 giugno 2017


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