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Ragione e pentimento

Nel film di Stanley Tucci i tormentati 18 giorni in cui Giacometti eseguì, tra estenuanti rifacimenti, il ritratto di James Lord, l’amico che sarebbe diventato l’autore della più celebre biografia del pittore e scultore cui la Tate sta per dedicare un’imponente retrospettiva

I due protagonisti del film: Geoffrey Rush e Armie Hammer

In attesa della grande retrospettiva che la Tate Modern di Londra, che l’ha organizzata in collaborazione con la Fondation Alberto et Annette Giacometti di Parigi, dedicherà dal 10 maggio al 10 settembre allo scultore e pittore svizzero e che attraverso oltre 250 opere, compresi gessi e disegni mai esposti prima, ripercorre cinque decenni della carriera dell’artista, il film «Final Portrait»,
scritto e diretto dall’attore e regista italoamericano Stanley Tucci, e presentato fuori concorso al Festival internazionale del cinema di Berlino 2017, si concentra
su un lasso di tempo ben più ristretto, ossia 18 giorni. La vicenda si svolge infatti a Parigi nel 1964 quando l’artista (1901-66), interpretato dal premio Oscar Geoffrey Rush, propone al giovane scrittore e amico (si conobbero nel 1952 al caffè parigino Les Deux Magots, ritrovo, tra gli altri, dei surrealisti di Breton), nonché critico d’arte, James Lord, nel film lo statuario Armie Hammer, di posare per un ritratto che, almeno nelle intenzioni, avrebbe richiesto non più di due giorni.

In realtà il travagliato «processo creativo» richiederà diciotto sedute nell’atelier parigino di Giacometti (dominato dai bianchi, dai grigi e dai neri, proprio come le sue opere) a causa delle costanti intemperanze e insoddisfazioni dell’artista, ossessionato dall’impossibilità di portare a termine la sua opera, e ben tratteggiato dal camaleontico attore australiano che nell’impressionante somiglianza fisica riesce a restituire il fascino di un artista eccentrico e ironico. Il film è basato su A Giacometti Portrait, breve saggio edito dal MoMA di New York nel 1965 e ripubblicato in Italia da Nottetempo
nel 2004 (Un ritratto di Giacometti), nel quale il brillante scrittore (1922-2009), attraverso parole e fotografie, racconta quegli intensi diciotto pomeriggi di posa per un ritratto che Giacometti, tra confessioni, angosce e disperazioni, realizzava per poi cancellare e ridipingere il giorno seguente. James Lord non solo annotava tutte le loro intense conversazioni (come suggerisce il film, mentre riprende le passeggiate serali verso casa dei due protagonisti), ma prima di ogni nuova seduta era solito fotografare il dipinto che di lì a poco sarebbe stato cancellato da un nuovo tentativo.
Il profondo rapporto di amicizia tra i due, che si consolida in queste settimane di «forzata» frequentazione, è certamente all’origine dei quindici anni di lavoro sfociato nel 1985 nella poderosa biografia Giacometti: A Biography, secondo libro che James Lord dedicò all’artista svizzero, edito tre anni dopo in italiano (Giacometti: una biografia, 488 pagine) da Umberto Allemandi nella collana «I testimoni dell’arte».
Per la cronaca, il dipinto al centro del film (che sarà distribuito nelle sale italiane dalla Bim dopo l’estate), è appartenuto allo scrittore fino al 1990 ed è stato venduto il 9 novembre 2015 a New York da Christie’s per 19.395.899,50 di euro.

Cristina Valota, da Il Giornale dell'Arte numero 347, aprile 2017


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