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Vittorio Sereni e la critica d’arte che non c’è

La copertina del volume

Il libro di Gianni Contessi Lo sguardo reticente. Vittorio Sereni critico d’arte, che include i pochi scritti d’arte del poeta luinese, mostra come certi incontri mancati possano servire a far luce su un’intera stagione storica. Selettivo, antisentimentale, non sperimentale, Sereni (1913-1983) giustificava col pretesto dell’incompetenza i suoi sporadici incontri con la critica d’arte. Apparteneva a una generazione presa tra due fuochi: il fuoco fatuo degli orizzonti di gloria propalati dal regime e l’incendio d’una guerra ignominiosa.
Storia e geografia del poeta si svolgono tra Luino, l’Emilia delle amicizie con Attilio Bertolucci e Francesco Arcangeli e la Lunigiana. Tra il lago e il mare (ma un mare da poeti, fluviale e alpino, quello dell’amata Bocca di Magra, lingua di terra che l’industria turistica non è ancora riuscita a sconciare), c’è Milano, la Milano di «Corrente», quella dove all’inizio del 1936 era morto Edoardo Persico e dove nel 1941 esce Frontiera, prima raccolta poetica di Sereni con un’incisione di Birolli in copertina.
In Italia, Sereni incarna il paradigma del poeta che pensa la poesia modernamente (non avanguardisticamente), e che sembra aver mancato l’appuntamento con la critica d’arte per difetto di motivazioni e/o per fedeltà alla scelta logocentrica operata a monte. Scelta che riserva però delle sorprese, come si vede nelle pagine dedicate alla polposa pittura di Carlo Mattioli, nelle quali, senza menzionare un solo artista, il poeta ricorre soltanto a raffronti letterari (su tutti Zanzotto e il siderale René Char, magistralmente tradotto dallo stesso Sereni). Tale approccio extradisciplinare, fa notare Contessi, «dimostra che la critica d’arte occasionalmente o sistematicamente affidata a poeti e scrittori è in grado di intendere la ratio dell’opera in quanto documento culturale, valore o forma simbolica». E quando, col tipico bisogno di ricondurre la parola a geografie vissute, Sereni qualifica la pittura dell’amico emiliano come «polivalente e avventurosa in analogia con lo spirito della pianura, aperta a tutte le apparizioni e a tutti gli eventi», si capisce che quello spirito è lo stesso che percorre i suoi versi. Poi, scusandosi di aver mobilitato riferimenti solo letterari, precisa «vorrei sottolinearne la spontaneità [...] l’arte di Mattioli non li richiama, ma li chiama». Cassando una sola sillaba, Sereni introduce una differenza capitale, che lascia nei suoi lettori un’ombra di dispiacere: al di là della tradizione retorica dell’ekphrasis e del critichese, avrebbe potuto istituire un modo nuovo di scrivere d’arte, se la sua stella invariabile non fosse rimasta la Poesia e se la reticenza non lo avesse trattenuto un passo al di qua della frontiera.


Lo sguardo reticente. Vittorio Sereni critico d’arte, di Gianni Contessi, 128 pp., Rosenberg & Sellier, Torino 2016, € 13,00

di Alessandra Ruffino, edizione online, 14 marzo 2017


  • Vittorio Sereni in un'immagine del 1975

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