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Archeologia


Colosseo superstar

Da anfiteatro a icona, il monumento si racconta in una mostra

Paolo Canevari, Colosso. Fotografia, 2002. Milano, Galleria Christian Stein Courtesy Paolo Canevari Courtesy Galleria Christian Stein Milano

Roma. Il Colosseo, una superstar visitata nel 2016 da 6,4 milioni di persone, si mette in mostra per quasi un anno, dall'8 marzo al 7 gennaio 2018 (catalogo Electa), in entrambe le gallerie del II ordine, ripensando e ampliando l’allestimento permanente attuale, coi grandi frammenti architettonici scampati allo spoglio dei secoli, e rimanendo in buona parte oltre i termini della mostra, a chiarimento del visitatore oggi disorientato tra l’esterno ben conservato e il rudere interno.

«Colosseo. Un’icona» traghetterà il più celebre monumento d’Italia nella fase di riordino della riforma Franceschini, che dovrebbe finalmente completarsi con la nascita del Parco archeologico. La mostra racconta per la prima volta la storia bimillenaria dell’anfiteatro, dalla costruzione intrapresa nel 72 d.C. dall’imperatore Vespasiano all’ultimo utilizzo per gli spettacoli attestato al 523, dal suo abbandono fino alla fine dell’VIII secolo al suo riuso medievale per abitazioni, orti, stalle e magazzini, fino agli scavi e restauri ottocenteschi, al Fascismo, al suo assurgere a mito e icona dagli anni Cinquanta a oggi.

Tre i curatori per una simile impresa, la direttrice del monumento Rossella Rea e due esperti come Riccardo Santangeli Valenzani e Serena Romano. Una mostra pensata per il Giubileo, poi slittata per la lunga preparazione richiesta, «che vuol essere anche un omaggio ai pontefici, spiega Rea, il cui interesse per il monumento e le attività di restauro, basti pensare ai due grandi speroni realizzati da Stern e Valadier, ha fatto sì che il Colosseo ancora esista». Non solo spoliazioni da parte dei papi quindi, come vuole la vulgata, e del resto il riuso dei materiali, specie dopo i terremoti (terribile quello del 1349, dai cui crolli si attinse almeno fino al Settecento), era una tradizione antica: lo stesso Colosseo, semidistrutto da un incendio nel 217, fu restaurato in gran parte col travertino di altri monumenti.

Ricoverato da anni nel laboratorio di restauro di Palazzo Altemps, riemerge il famoso modello in legno di Carlo Lucangeli di fine Settecento, esposto aperto per apprezzarne i particolari, che resterà poi definitivamente (ne esiste un secondo in sughero a Parigi, del Colosseo «allo stato attuale»). Per la prima volta sono illustrate le vicende medievali e tardomedievali, con ricostruzioni e reperti rinvenuti negli ultimi trent'anni (i primi trovati proprio dalla Rea nel 1986 in un sottoscala) e di recente, negli scavi con l’Università di Roma Tre: attorno all’antica arena, divenuta piazza, l’anfiteatro si trasformò in un quartiere, come a Lucca e a Venafro, anche se oggi di mura medievali ne sopravvive solo una (in un’area chiusa al pubblico) e solo in quanto ritenuta antica. La mostra poi si sviluppa per temi, come la cristianizzazione del Colosseo, con le confraternite, di cui restano gli stemmi incisi sui pilastri di travertino puliti per l’occasione, i progetti e la costruzione di chiese interne (Santa Maria della Pietà) o a ridosso (San Giacomo).
Sul piano dell’arena, dov’era un tempo, si sarebbe dovuta ricomporre una delle edicole originali della via crucis, smantellata da Pietro Rosa a fine Ottocento tra furiose polemiche, per via dello sterro dei sotterranei, ma i costi elevati hanno fatto saltare l'operazione.

Un’ampia sezione è dedicata alle ricostruzioni e alla vedutistica tra XVI e XIX secolo (Bellotto, Caffi, van Bloemen, Piranesi ecc.), con tele e carte protette in apposite teche climatizzate, un’altra agli scavi a partire da quelli di Fea del 1805-06 sotto papa Pio VII, poi ancora la botanica, con le specie esotiche portate dagli animali delle venationes, la magia e l’occulto dal Medioevo al Settecento (pare ancora in voga nel web). Il percorso sarà costellato di reperti delle varie epoche rinvenuti in loco, tra cui materiale devozionale inedito, croci da appendere al collo e medagliette votive. Bellissimi i «souvenir» prestati dai Vaticani, come alcuni portapillole e tabacchiere con vedute miniaturizzate dell’anfiteatro. Si finisce con il Fascismo, che ne fece emblema e fondale per la sua propaganda, opere d’arte del Novecento (Guttuso, Mambor, Canevari ecc.), una scelta di grandi fotografi (Parr, Capa) e scene di film proiettate sulla volta dell’ambulacro. Intanto a febbraio, grazie ai finanziamenti di Della Valle, dovrebbero partire i restauri dei sotterranei e a seguire la costruzione del nuovo Centro Servizi.

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di Federico Castelli Gattinara, edizione online, 7 marzo 2017


  • Ippolito Caffi, «Colosseo», olio su tela, 1857. 1857. Roma, Museo di Roma - Palazzo Braschi © Roma Capitale, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, Archivio fotografico del Museo di Roma

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