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Realisti magici

Settanta opere dai contorni inquieti al Mart di Rovereto

Carlo Levi, «Arcadia», 1923

Rovereto (Tn). C’è un discorso che al Mart-Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto (che «atterrava» a Rovereto giusto quindici anni fa, un compleanno che si celebra con il ciclo di incontri «Il mio Mart») si sta svolgendo con continuità: è l’indagine sui «Novecenti» su cui il direttore Gianfranco Maraniello ha costruito la sua programmazione attraverso finestre di approfondimento sull’arte italiana in parallelo alla collezione. La mostra «Realismo Magico. L’incanto della pittura italiana degli anni Venti e Trenta» (a cura di Gabriella Belli e Valerio Terraroli, in collaborazione con 24 Ore Cultura, dal 3 dicembre al 2 aprile) ha punti di tangenza con la precedente, «Un’eterna bellezza» (cfr. n. 377, lu.-ago. ’17, p. 34). «Ma dove quella, spiega Terraroli, era basata sul concetto di bellezza ideale che nel ’900 italiano passa attraverso il recupero del classico, questa è invece l’approfondimento di un segmento del secolo scorso che esclude volutamente il Novecento di Margherita Sarfatti e in generale la trasformazione in chiave monumentale cui si assiste negli anni Trenta». A coniare il geniale ossimoro di «Realismo magico» furono nel 1925 il critico Franz Roh e nel 1927 in Italia Massimo Bontempelli che chiariva: «L’immaginazione non è il fiorire dell’arbitrario e molto meno dell’impreciso. Precisione realistica di contorni, solidità di materia ben appoggiata sul suolo; e intorno come un’atmosfera di magia che faccia sentire, traverso un’inquietudine intensa, quasi un’altra dimensione in cui la vita nostra si proietta». In mostra 70 opere con un punto di partenza sul finire degli anni Dieci: «Le figlie di Loth» (1919) di Carlo Carrà, «il più convinto assertore, scrive Gabriella Belli in catalogo, del primitivismo rousseauiano, che gli ispira proprio in quel torno di tempo alcune opere magistrali, lavori che segnano il confine tra la sua esperienza metafisica e il suo approdo a una peculiare, seppur breve, stagione di Realismo magico». Il fulcro della mostra è composto dalle opere di Felice Casorati, Antonio Donghi e Cagnaccio di San Pietro (in parte pressoché inedito), arrivando all’apice intorno alla metà del decennio: appare così un panorama che travalica distinzioni, tra Metafisica e Valori Plastici, e si avventura anche nel decennio successivo non solo attraverso le opere di Cagnaccio, ma anche di alcuni autori meno noti che la mostra fa emergere. Protagonisti di realtà locali come Gregorio Sciltian, scelto proprio in quanto uno degli epigoni più significativi del Realismo magico, definizione che non corrisponde a un drappello compatto di artisti, ma piuttosto a un «modo di sentire». Pur estendendosi negli anni Trenta e pur comprendendo in chiusura artisti come Ubaldo Oppi, Achille Funi e Pietro Marussig, di essi i curatori hanno prediletto opere realistico-magiche (tra le altre «Le lavandaie» di Donghi che non si vedeva in esposizione da molti anni, così come «Cinzia» di Casorati). La mostra si sposterà con alcune varianti (tra le quali la presenza di Morandi) all’Ateneum Art Museum di Helsinki e al Folkwang Museum di Essen.
www.mart.trento.it/

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  • Cagnaccio di San Pietro, «Zoologia», 1928

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