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Archeologia


Imprenditrici dell'antica Roma

Roma. Tutti oggi nella società dei consumi conosciamo la fisionomia, il potere e il fascino perverso dei marchi più noti, del lusso e dell’alta moda per esempio, e la pervasività di fenomeni del capitalismo più avanzato quali il branding, a cui si oppongono movimenti di reazione no-logo. Il fenomeno tuttavia non è affatto nuovo, come dimostra «Made in Roma. Marchi di produzione e di possesso nella società antica», ai Mercati di Traiano dal 12 maggio al 20 novembre.
È noto che la pax romana favorì enormemente gli scambi, resi più sicuri sia per mare che per terra. Questo permise ad artigiani, imprese, officine, aziende e società di commercio di espandersi, favorendo associazioni e corporazioni. Da qui la necessità di imporre un segno di riconoscimento, un marchio di identificazione del manufatto, dell’officina che lo aveva realizzato o del commerciante che lo distribuiva.

La mostra, curata dalla direttrice dei Mercati di Traiano Letizia Ungaro e dal suo staff, espone reperti eterogenei, in modo da offrire un ampio ventaglio della realtà socio-economica di Roma antica. Divisa in due grandi sezioni, parte dall’aspetto più «industriale» dell’utilizzo del marchio. Lo studio e l’analisi di marchi e signa di impresari e commercianti, lasciati su numerose tipologie di prodotti, offre subito delle sorprese per la presenza anche di tante donne imprenditrici, che le fonti letterarie non citano praticamente mai. Sono attive soprattutto nei comparti alimentare e tessile, ma anche nei numerosi stabilimenti
di produzione di laterizi, le figline, settore in larga espansione dato lo sviluppo dell’edilizia pubblica in età imperiale.
Abbiamo i vetri provenienti da Roma ma anche dalle province, in particolare da Spalato e Colonia, due famosi centri di produzione, le lucerne, le ceramiche in terra sigillata, due splendidi mortai, un elenco graffito sul fondo di un vaso che rimanda alla cottura in forno di 1.540 piatti, 300 coppe e 790 scodelle fabbricati da sei vasai diversi. E ancora botti e anfore legate alla produzione e al commercio marittimo, marmi segnati dai cavatori come il retro di un capitello di semicolonna del Foro di Augusto, contenitori di preziosi medicamenti.
La sezione sul «marchio della guerra» presenta, tra l’altro, proiettili forgiati da ditte fornitrici dello Stato, col nome del produttore ma anche ingiurie contro i nemici. A essere marchiati del resto erano gli stessi soldati, sulla pelle, con i signa delle legioni di appartenenza (per orgoglio, ma pure per scoraggiare la diserzione), i collari degli schiavi e i condannati per calunnia, con una K sulla fronte.
La mostra termina con un excursus dell’uso del marchio fino ai loghi industriali di oggi. Catalogo Gangemi.

di Federico Castelli Gattinara, da Il Giornale dell'Arte numero 364, maggio 2016


  • Bollo della officinatrice Calvenzia Massima
  • La lista graffita sul fondo di un vaso ci attesta che il 21 luglio di un anno imprecisato un mastro fornaciaio aveva messo a cuocere nella “fornace piccola” un totale di 1540 piatti, 300 coppe e 790 scodelle o coppette, fabbricati da sei diversi vasai. I bolli impressi su ciascuno degli oggetti servivano a restituire i vasi, una volta cotti, ai loro proprietari e la registrazione del carico a ripartire in modo equo i costi della cottura tra di loro
  • Sul retro di un capitello di semicolonna impiegato nel Foro di Augusto resta la superficie sbozzata in cava del blocco da cui esso era stato ricavato. Casualmente su questa superficie si è conservata gran parte di un’iscrizione che era stata tracciata sul blocco: nella prima riga troviamo un numerale, relativo alla contabilizzazione della produzione di blocchi della cava e sotto la scritta CAES, abbreviazione forse per Caesaris, ovvero “di Cesare”
  • Miscenio Ampliato di Salona: il nome dell’artigiano restava impresso sul fondo dell’oggetto prodotto soffiando il  vetro dentro lo stampo in marmo di cui è arrivato fino a noi solo il fondo. Si trattava per i clienti di una garanzia della qualità del prodotto
  • Marco Tattio Blandio era un cittadino romano, padrone di un’officina che produceva le anfore da trasporto in cui era commercializzato il vino prodotto nella regione: il suo nome completo è stato impresso sul collo di quest’anfora prima della sua cottura

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