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Vernissage


Venezia

Solisti in coro nell’opera italiana

Gli anni Sessanta rivisitati da Luca Massimo Barbero: «Voglio abbattere le ortodossie e le categorie con cui si è soliti definire la scena artistica di quegli anni, osservando le singole opere piuttosto che inquadrarle in rigidi movimenti: vi era una commistione di variegati impulsi creativi, precedente a ogni etichetta»

Giulio Paolini, «Académie 3», 1965, collezione privata. Courtesy Archivio Giulio Paolini, Torino © Giulio Paolini

Dal 23 aprile al 19 settembre la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia ospita «Imagine: nuove immagini nell’arte italiana, 1960-69», mostra che raccoglie 45 opere di autori quali Schifano, Mauri, Pascali, Festa, Gnoli, Rotella e Paolini, distribuite in undici sale. Un’esposizione che va a costituire un ulteriore tassello nell’indagine che il museo veneziano, da ormai dieci anni, conduce sull’arte italiana del dopoguerra. Abbiamo intervistato il curatore Luca Massimo Barbero.

Perché la mostra viene descritta come «un’inedita lettura dell’arte italiana attraverso gli anni Sessanta»?
La mostra prevede un percorso che avanza per continuità ma anche per inciampi. Non vi è alcuna pretesa di esaustività. La sfida non è tanto quella di offrire una panoramica classica, da manuale, sull’arte italiana degli anni Sessanta, quanto di spezzare e mescolare quelle categorie che definiscono troppo rigidamente alcune tendenze che si andavano formando in quel momento della storia dell’arte. Penso alla cosiddetta Scuola di Piazza del Popolo, alla Pop art o alla neonata Arte povera. La mostra si offre come prima (e parziale) proposta di analisi sulla nascita di una nuova immagine nel vocabolario artistico italiano del dopoguerra. In questo, dunque, sta l’aspetto inedito: nell’abbattimento delle ortodossie e delle categorie con cui si è soliti definire la scena artistica di quegli anni, che parte dalla volontà di osservare le singole opere piuttosto che inquadrarle in rigidi movimenti. Prima della nascita di etichette generalizzanti, gli artisti che compaiono in questa mostra, al tempo tutti quanti giovani, collaboravano e si muovevano insieme. Vi era una commistione di variegati impulsi creativi, precedente a ogni categorizzazione. La prima sala, ad esempio, contiene opere di artisti diversi come Mauri, Lo Savio e Schifano, tutte del 1960. Siamo in piena definizione di una nuova immagine dopo l’era dell’Informale, in contemporanea con Azimuth e con il Nouveau Réalisme.
La mostra rivela come Roma, negli anni Sessanta, costituisse una vera e propria fucina culturale, un centro di forte sperimentazione artistica, in pieno miracolo economico. Un panorama diverso rispetto a quello dell’attuale scena artistica contemporanea nella capitale. Forse un monito per le nuove generazioni di artisti romani?
Più che un monito lo definirei uno sprone. La mostra vuole offrire uno sguardo ottimista. Per quanto si mitizzino questi anni, in realtà la scena artistica del tempo aveva luogo in gallerie molto piccole, in un mondo dell’arte molto meno istituzionalizzato rispetto a quello attuale. In un certo senso, «Imagine» vuole dare energia alle nuove generazioni d’artisti, dimostrando che in fondo l’arte contemporanea è sempre stata un po’ carbonara. Pur non essendo una mostra geografica, mi piace il ruolo che Roma ricopre in quegli anni. In città, a metà degli anni Sessanta, vi erano poche gallerie, tra cui La Salita di Liverani e L’Attico di Sargentini. È affascinante vedere come un manipolo di intelletti molto brillanti, di caratteri, modi e stili così diversi, abbiano connotato un momento di grande compressione e varietà creativa. Questa mostra, forse, svela la necessità per i giovani artisti di vivere un’energia che sia ibrida, vitale, mescolata. Siamo in un momento in cui tutto è così germinale che non è fortunatamente definibile. Tutto è fluido, liquido: questa è la leggerezza dell’esposizione.
La mostra include anche figure di artisti poco noti a un pubblico internazionale, come Franco Angeli e Giosetta Fioroni.
Sì, anche se è una mostra che non vuole essere enciclopedica. Il pubblico della Collezione Peggy Guggenheim è per il 70% straniero: è una sfida proporre artisti così italiani, così poco conosciuti. Di Angeli sono esposti lavori fortissimi, come «Le miniere di re Salomone» (1962), di oltre due metri per un metro e mezzo. Oppure il grandissimo e rarissimo Francesco Lo Savio, che è presente nella seconda sala. O una Giosetta Fioroni presente con «Particolare della nascita di Venere» (1965), lavoro con cui esorcizza la Pop art e rivela la storia dell’arte, in questo specifico caso Botticelli, come fonte e risorsa ispiratrice. Stesso discorso per Domenico Gnoli, il quale in un’intervista  dichiarò: «Amo l’America (...) ma i miei legami sono esclusivamente italiani. (...) Sono metafisico nella misura in cui cerco una pittura non eloquente, immobile e d’atmosfera».
Il percorso espositivo della mostra rivela una divisione in sezioni tematiche e monografiche.
Il percorso è dedicato a un viaggio dell’occhio: come detto poco fa, dimenticare a memoria le etichette per guardare in modo nuovo queste immagini. L’esposizione prende il via da un’opera di Fabio Mauri del 1960, «Drive In House», nell’ambito della sezione che indaga il rapporto tra monocromo e schermo. Un percorso, dunque, che parte dall’azzeramento dell’immagine per poi seguire gli sviluppi della creazione di una nuova immagine. Ci si imbatte dunque in Angeli e nella sua straordinaria araldica politica; in Tano Festa e nella sua ossessione per la storia dell’arte, in particolare per Ingres e Michelangelo; in Mario Schifano, di cui il visitatore può osservare opere rarissime, come «L’inverno attraverso il museo» (1965), un’opera ipnotica di tre metri per due, che non si vedeva da anni. A conclusione della mostra le rose di Kounellis, oggetti poetici e metaforici, e due preziosi «proto-plexiglas» del ’64 di Pistoletto («Filo elettrico appeso al muro» e «Scala doppia appoggiata al muro»). Gnoli sarà una scoperta per il grande pubblico: ho scelto cinque lavori esposti in una sala interamente dedicata a lui. Tra le opere più iconiche della mostra, un autoritratto di Paolini del ’68, che cita Poussin. Che cosa c’è di più lontano dalla Pop art e dal Poverismo? Vi è una libertà straordinaria in questi artisti, che leggono al di là di ogni ortodossia. Si vedono opere e artisti che pensiamo di conoscere già, ma sotto un’altra prospettiva.

#ImaginePGC

di Federico Florian, da Il Giornale dell'Arte numero 363, aprile 2016


  • Domenico Gnoli, «Due Dormienti», 1966, acrilico e sabbia su tela. Courtesy Fondazione Orsi © Domenico Gnoli, by SIAE 2016
  • Michelangelo Pistoletto, «Mappamondo», 1966-68, giornale e ferro © Michelangelo Pistoletto Courtesy Lia Rumma
  • Luca Massimo Barbero. Foto © Matteo De Fina
  • Tano Festa, «La Grande Odalisca», 1964, smalto su carta emulsionata su legno, collezione privata, Roma © Tano Festa, by SIAE 2016
  • Mimmo Rotella, «Posso?», 1963-65, riporto fotografico su tela, Robilant + Voena, Londra – Milano – St. Moritz © Mimmo Rotella, by SIAE 2016
  • Giosetta Fioroni, «Particolare della nascita di Venere», 1965, olio su tela, collezione Intesa Sanpaolo Gallerie d’italia – Piazza Scala, Milano. Foto Giuseppe Schiavinotto
  • Pino Pascali, «La decapitazione del rinoceronte», 1966-67 © Pino Pascali Courtesy Lia Rumma
  • Fabio Mauri, «Drive In House», 1960. Tela tirata su tela dipinta a olio su telaio in legno e metallo, collezione privata. Courtesy the Estate of Fabio Mauri and Hauser & Wirth © Eredi Fabio Mauri
  • Mario Schifano, «L’inverno attraverso il museo», 1965, smalto su carta intelata, collezione privata © Mario Schifano, by SIAE 2016
  • Mario Ceroli, «Studio per Piper», 1965, collage, cm 220 x 155, Galleria de’ Foscherari, Bologna

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