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Opinioni


Aperto per restauri

Smettiamo di vantarci visto che non investiamo

Nel Salone di Ferrara si è specchiato un mondo del restauro sfiduciato che emigra all’estero perché il nostro Paese non fa più ricerca

La crisi c’è, e picchia duro, e chi ha seguito tutte quante le ventidue edizioni del Salone del Restauro di Ferrara senza mancarne una, come il sottoscritto, non può che prendere atto che la sofferenza nell’edizione di quest’anno (6-9 maggio) si sentiva eccome; insieme con la strenua volontà, d’altro canto, di resistere e fare di tutto per garantire vita e salute a questa straordinaria espressione di un settore che unisce come pochi altri tradizione e innovazione, scienza e arte, lavoro ed economia. Dalla prima edizione (nel 1991; le prime tre furono biennali, dopo il Salone diventò annuale), a oggi sono trascorsi venticinque anni, e sembrano un’era geologica. Nel quarto di secolo di vita del Salone sono cambiate tali e tante cose, in questo nostro Paese (come ovviamente dappertutto), che non possiamo pensare che esso soltanto sia rimasto immutato. Per dirne una, l’Istituto per i Beni culturali della Regione Emilia-Romagna era, nell’anno della fondazione del Salone, una realtà forte e importante, che lo ha poi sostenuto e sostanziato negli anni con una presenza attiva e costante.
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(il testo integrale è disponibile nella versione cartacea)

di Giorgio Bonsanti, da Il Giornale dell'Arte numero 354, giugno 2015


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