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L'Africa e la sua ombra

Fabriano (Ancona). La mostra «L’Africa e la sua ombra»,  aperta fino al 29 marzo presso Marta Massaioli Arte Contemporanea, apre uno spiraglio verso il complesso ed eterogeneo mondo artistico africano attraverso alcuni nomi importanti della contemporaneità. Nei suoi 600 mq espositivi aperti all’arte dal giugno 2014 lo spazio di Fabriano ospita 35 opere da 14 Paesi del continente nero. L’Africa e la sua ombra è, per la curatrice Marta Massaioli, la prima tappa di una mostra più grande e completa che si terrà il prossimo anno con l’intento di mappare la produzione africana attraverso artisti simbolo; la programmazione dello spazio sarà dunque anche il cammino verso questa meta.
Le opere in mostra spaziano dalla delicatezza primitiva delle «cartoline» di Frederic Bruly Bouabré (Costa d’Avorio), i cui disegni fatti a penna e colorati con pastelli descrivono un mondo semplice fatto di simboli ma assolutamente contemporaneo, fino al dualismo della scultura in legno di Jems Robert Koko Bi (Costa d’Avorio), che gioca sul bianco e nero, su quel doppio che è la vita dell’artista a metà tra Europa (dove oggi lavora) e Africa (dove è nato). Figurativi, tra la polemica e l’impegno civile, con una vena di cinica ironia i dipinti del ghanese Almighty God e del congolese Jean Paul Nsimba Mika, giovane leva della Pittura Popolare di Kinshasa il cui realismo continua ad affondare le proprie radici nel malessere e nelle situazioni sociali e politiche della comunità africana. Dal Mali, Malick Sidibé, Leone d’oro alla carriera nel 2007 alla Biennale di Venezia, è presente con i ritratti degli anni Sessanta e Settanta della gioventù e delle famiglie della capitale Bamako che lo hanno reso famoso, un tuffo in un passato che appare come un’analisi storico antropologica dalla notevole importanza documentaristica. Vicino a lui Osborne Macharia (Kenya) le cui foto manipolate si allontanano da un immaginario retrò per entrare in una visione articolata la cui resa di matrice tecnologica volge all’Occidente. Maggiormente descrittive e vicine al reportage le opere di Mario Macilau, ambientate in una discarica, narrano la dignità e la bellezza tra i rifiuti e la quotidianità legata alla necessità della sopravvivenza.
Colorate e piene d’Africa sono le opere di George Lilanga (Tanzania), che popola di animali antropomorfi le animate e allegre scene ambientate nei villaggi, e della sudafricana Esther Mahlangu, che riproduce le decorazioni che le donne della tribù Ndebele dipingono all’interno e all’esterno delle proprie case in occasione di riti iniziatici.
Dalla diaspora Olu Oguibe (Nigeria), Fathi Hassan (Egitto) e Ringo of Dakar (Senegal), presente in mostra con foto che documentano la sua variegata attività; il senegalese, che ama incrociare linguaggi differenti e giocare con stili e culture, terrà una performance domenica 22 marzo nella chiesa sconsacrata adiacente la villa del tardo Seicento che ospita la mostra.

Ihosvanny Cisneros (Angola), Ishola Akpo (Benin), Virginia Ryan (Costa d’Avorio-Australia) Mounir Fatmi (Marocco), Goncalo Armando Mabunda (Mozambico), El Anatsui (Nigeria), Ousmane Ndiaye Dago (Senegal), Francesca Monti (Senegal-Italia), Cameron Platter (Sud Africa), J. Andrianomemearisoa (Sud Africa), completano una mostra con artisti le cui opere è difficile vedere tutte insieme.
Sembra effettivamente arrivato il momento di volgere maggiore attenzione all’arte africana contemporanea, anche grazie all’impulso dato dalla nomina del curatore della Biennale di Venezia, Okwui Enwezor, di origine nigeriana e dalla sua propensione per lo studio multidisciplinare e internazionale.

Graziella Melania Geraci, edizione online, 13 marzo 2015


  • Ringo of Ringo Dakar, Pietà, 2015 Performance

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