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Vernissage


Un curatore contro le vanity fair

Secondo Vincenzo de Bellis, l'autore del rilancio di Miart, «il mercato non fa la storia dell'arte, ma aiuta a interpretarla. In certe fiere spesso si vende aria fritta»

Vincenzo de Bellis con Beatrice Trussardi, presidente della Fondazione Nicola Trussardi, all’ingresso del Teatro Arsenale di Milano, prima di «Liberi Tutti», il piccolo festival  di performance dal vivo curato da Massimiliano Gioni e de Bellis e organizzato dalla Fondazione Nicola Trussardi in collaborazione con miart, in occasione di miart 2013

Un curatore indipendente «prestato» alla direzione di una mostra mercato può contribuire in maniera determinante al suo successo, a patto di lavorare in un gruppo in cui le mansioni (incluse quelle strettamente commerciali) siano ben distinte e distribuite: lo ha dimostrato Vincenzo de Bellis, che completa con l’edizione 2015 di Miart il suo mandato triennale. Ma a differenza di Sarah Cosulich Canarutto, sua omologa alla rivale Artissima di Torino, non prolungherà il suo incarico: «Fare il direttore di una fiera mi diverte, ma lo trovo molto faticoso. Non è questo il mio mondo, quello in cui voglio tornare ora che il mio mandato è in scadenza». Inizia con questo annuncio l’intervista nella quale de Bellis, 37 anni, fondatore di Peep-Hole, spazio non profit di Milano dedicato all’arte emergente, traccia un consuntivo della sua direzione a Miart, la cui edizione 2015 si svolgerà dal 10 al 12 aprile nel padiglione 3 di fieramilanocity.
Non le è stato chiesto di restare?
Mi è stato proposto un rinnovo di altri tre anni. Ora stiamo pensando a  un passaggio di consegne graduale.
Qual è il suo bilancio di questo triennio?
Quando sono stato nominato, nel giugno 2012, la fiera attraversava il momento forse più basso. L’edizione precedente aveva raccolto un centinaio di gallerie, delle quali soltanto una decina provenienti dall’estero. Per affrontare la situazione ho costruito un team di persone che si è sostanzialmente mantenuto durante i tre anni e che ha portato una serie di risultati che non avevamo preventivato. Il bilancio per me è estremamente positivo. Ci avviamo all’edizione 2015 con 156 gallerie partecipanti, di cui 72 dall’estero, con un notevole livello qualitativo. Speravamo tutti di fare una fiera così nell’anno dell’Expo, ma non ce l’aspettavamo così forte.
Il programma e la struttura di Miart sono pressoché identici a quelli di quasi tutte le fiere, Artissima compresa: ci sono una sezione destinata alle gallerie consolidate, i settori riservati agli artisti e alle gallerie giovani, l’immancabile sipario sull’arte contemporanea storicizzata e l’altrettanto irrinunciabile programma di conferenze e dibattiti. In più, anche voi puntate molto sull’alta percentuale di gallerie straniere. Ma allora perché un visitatore dovrebbe preferire Milano a Torino?
Se vogliamo trovare un punto di distinzione tra Miart e Artissima, possiamo individuarlo nella presenza tra i nostri stand dell’arte storicizzata italiana. È un lavoro svolto in tre anni, cercando di valorizzare una serie di artisti e scuole per i quali avevamo il sentore di un certo interesse del mercato. Un’altra differenza è la compresenza, nello stesso settore, di gallerie che si occupano di arte storicizzata e di contemporaneo: questo succede anche alla Fiac, ma non a Frieze e in fondo neppure a Basilea. A Milano abbiamo cercato di fondere il tutto creando una costruzione cronologica al contrario, dal più giovane al più storicizzato, in modo tale che il pubblico possa vedere la continuità tra quello che viene prodotto in questo momento e quello che si produceva negli anni Quaranta e Cinquanta.
E, a differenza di Artissima, voi escludete la performance. Per quale ragione?
La performance è stata presente nelle ultime due edizioni, sia pure in un progetto esterno realizzato in collaborazione con la Fondazione Trussardi. Ma la performance non è presente tra gli stand della fiera perché  ho sempre inteso quest’ultima nel senso più tradizionale possibile, cioè come un luogo di scambi commerciali. Se in una fiera non si vende, è inutile parlare di successo. I fuochi d’artificio sono bellissimi da vedere o da raccontare, ma sono chiacchiere da curatori. L’unica fiera che è riuscita a dimostrare che la performance può essere un successo commerciale è Art Basel. Frieze e Artissima hanno invece trattato la performance più come evento festivaliero, una distrazione rispetto al mercato.
Un’altra differenza è che Artissima è inserita nella classifica delle prime dieci fiere d’arte contemporanea al mondo stilata da Artnet.com, mentre Miart non c’è...
Una classifica dovrebbe essere stilata in base a determinati parametri e coefficienti; se questi fossero effettivamente rispettati, non dovrebbero esserci né Artissima né Miart. In ogni caso, non è una classifica che rispecchia i veri valori in campo, soprattutto se guardiamo alla qualità. Inoltre è tutto da dimostrare che le migliori fiere siano quelle che creano più business, eppure questo è il criterio per cui Basilea è sempre al primo posto.
So che lei non si occupa direttamente della parte economica di Miart, ma un’idea del fatturato se la sarà fatta...
Per quanto riguarda le vendite negli stand, è difficile fare i conti perché quasi tutte le transazioni vengono completate a fiera chiusa. Ma per quelle effettuate durante l’apertura posso dire che tra il 2013 e il 2014 c’è stato un incremento del 45% rispetto alle edizioni precedenti. In particolare sono andate molto bene l’arte emergente e quella storicizzata, riflettendo l’andamento generale del mercato.
A proposito di arte italiana storicizzata: un gallerista del calibro di Massimo Di Carlo, in un’intervista pubblicata nello scorso numero del nostro «Rapporto Arte Contemporanea», ha lamentato il fatto che il boom degli artisti post 1950 lo stanno paradossalmente pagando le quotazioni dei vari Morandi e De Chirico, in sofferenza nelle aste internazionali.
Le ragioni di questa sperequazione possono in parte essere ricercate nelle caratteristiche di tanta arte post 1950: la serialità delle opere del Gruppo Zero, ad esempio, sicuramente aiuta, perché il mercato cerca le opere seriali. Il che è un altro paradosso.
Tornando alla prossima edizione, ci saranno novità sostanziali?
Sì, e riguardano alcuni progetti esterni, come quello organizzato con la Fondazione Trussardi in collaborazione con la Fondazione Catella e con Confagricoltura. Si tratta di un’opera che un’artista americana, Agnes Denes, ha concepito per il parco del quartiere di Porta Nuova, dove pianterà un campo di grano, in linea con il tema dell’Expo, legato, come noto, all’alimentazione. La mietitura avverrà ovviamente più avanti, ma la prima visibilità dell’opera sarà offerta durante i giorni di Miart. Un altro progetto riguarderà la ricostruzione del Teatro Continuo di Burri nel parco Sempione, un’opera smantellata 26 anni fa dopo ripetuti atti vandalici. Io ne ho caldeggiato la riapertura durante la fiera, nel centenario della nascita dell’artista, ma il lavoro lo hanno svolto il Comune, la Triennale, la Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri e, come sponsor, lo Studio Legale Nctm.
Ha dei progetti extra o post Miart?
Ho in programma due mostre. Una è alla Triennale di Milano e dovrebbe aprirsi a fine 2015. È dedicata agli ultimi cinquant’anni d’arte italiana. Un’altra, si  dirà: infatti s’intitola «Ennesima», una citazione da Giulio Paolini ma anche un modo per ironizzare su una nuova mostra dedicata a un tema così ripetutamente sondato. L’altro progetto è in fase di definizione. È una mostra che si terrà a San Francisco nel febbraio-marzo 2016, che si basa su tutt’altri presupposti.
Che cosa si aspetta dal Padiglione Italia alla prossima Biennale di Venezia?
Con un’idea democristiana dell’arte, negli ultimi anni si è finito per lottizzare il Padiglione Italia dando spazio un po’ a tutti gli artisti, così nessuno si lamenta. L’ultimo vero padiglione alla Biennale di Venezia questo Paese lo ha avuto nel 2007 con Ida Gianelli in collaborazione con Anna Mattirolo, quando l’intero spazio venne dedicato a Penone e a Vezzoli. Ora, lasciando da parte i padiglioni curati da Sgarbi e da Luca Beatrice e Beatrice Buscaroli, totalmente avulsi dalla realtà, quello curato da Pietromarchi nel 2013 e quello prospettato da Trione per quest’anno mi sembrano dei padiglioni che raccontano un’italianità in cui io da 37enne non mi ritrovo. Io non mi sento rappresentato da un padiglione nel quale si crea un tema (che è quello dell’italianità o di un supposto codice italiano), quando in realtà gli artisti contemporanei sono inseriti in un contesto globale.
Quindi lei suggerisce di imitare ciò che fanno molti paesi partecipanti alla Biennale, proponendo uno-due artisti per volta?
Io sfido chiunque a ricordare tutti i nomi passati nei padiglioni italiani negli ultimi anni. Se non ricordiamo artisti e opere, vuol dire che un padiglione sovraffollato non serve a nessuno, né al pubblico né agli artisti. Il fatto è che bisognerebbe imitare gli altri Paesi, affidando il padiglione a un’istituzione che si prende in carico l’organizzazione, come si fa ad esempio per il padiglione americano, e che sceglie l’artista e il curatore.
A proposito di istituzioni, lei ha presentato la sua candidatura per la direzione del Castello di Rivoli?
Sì. Nonostante abbia chance pari allo zero, penso sia stato doveroso farlo. Di certo, considerata la delicatezza della situazione di Rivoli, la persona che lo dirigerà dovrà farne una ragione di vita, dedicandosi completamente a quel ruolo.
L’esperienza come direttore di una fiera ha inciso sulla sua identità di curatore?
Attraverso Miart ho capito che il mercato consolida anche dei valori qualitativi.
Vuol dire che ha perso la sua verginità di giovane curatore indipendente?
Non sto dicendo che il mercato governi la storia dell’arte, ma che a volte aiuta a capire quello che può essere il futuro e l’evoluzione di un artista. E questo vale tanto più per me, che mi occupo, come curatore, di giovani artisti. Più vado avanti, anche anagraficamente, più mi rendo conto che il consenso del mercato nei confronti di un’opera o di un’altra fa la differenza. Inoltre, con il mio ruolo a Miart, ho potuto colloquiare anche con persone che non sanno nulla di arte: spesso noi curatori siamo autoreferenziali, diamo per assodata la conoscenza nei nostri interlocutori di alcune questioni che in realtà per moltissime persone sono sconosciute. A livello curatoriale questa dimensione allargata ti fa vedere quali sono le esigenze di una città, di un pubblico molto più vasto.
La partnership con Sky Arte hd per il programma «I’m Art», di taglio anche divulgativo, ancorché incentrato su un genere poco popolare come la Video art, nasce da questa esperienza?
Sì, sono riuscito a realizzare un progetto che come curatore desideravo da tempo, ma l’ho fatto attraverso la fiera.
Se dico che Alessandro Rabottini, attuale responsabile del coordinamento curatoriale di Miart, sarà il suo successore, lei che cosa mi risponde?
Che sarebbe la scelta più logica. Però è una fra altre possibilità.
Quand’è che una fiera è un successo?
Quando ti chiama un gallerista come Massimo De Carlo e ti dice: «È andata bene, il prossimo anno voglio tornare». Tutto il resto è aria fritta.

di Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 351, marzo 2015


  • Protagonista con il padre Corrado (centro) e il gemello Giuseppe (sinistra) del tableau vivant di Pietro Roccasalva, «Z» alla Park Avenue Armory di New York nel 2008
  • Vincenzo de Bellis con l’artista John Henderson e la moglie e condirettrice di Peep-Hole  Bruna Roccasalva nel 2013
  • Con l’artista Uri Aran durante l’allestimento della mostra «Puddles» da Peep-Hole nel 2014
  • Vincenzo de Bellis in un ritratto recente e mentre «sorregge» uno degli oggetti della mostra «Thus Far» di Gabriel Sierra nello spazio di Peep-Hole nel 2013

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