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Francesco Merlo

Editorialista e inviato speciale prima del «Corsera» e poi di «Repubblica», Francesco Merlo è uno dei massimi opinionisti italiani: un suo spietato articolo sulle condizioni culturali di Roma ha straziato l’amministrazione della Capitale. Ora, in questa intervista esclusiva con «Il Giornale dell’Arte», non risparmia gli eterni vizi del cretino cognitivo italiano

Francesco Merlo

Le piace il ministro Franceschini?
Ci prova, è molto attivo, sicuramente è per bene, ma non mi pare adeguato a un Ministero che, visto il patrimonio che abbiamo, dovrebbe essere il vero ministero dell’Industria. La verità è che i Beni culturali vengono assegnati in Italia a persone politicamente fragili, ma sensibili alla vanità delle parole «arte» e «cultura». Penso a Bondi e a Galan, e prima a Urbani, ma anche a Bray e alla Melandri e alla Borletti Buitoni sottosegretaria: è la tendenza «canasta» o, se preferisce, «burraco». Temo che Franceschini possa cadere in quella che io chiamo la «trappola Fanfani», il quale, quando si misurava con la cultura e con l’arte, credeva di essere pittore prima che statista. Ecco, credo che Franceschini pensi di essere scrittore prima che politico. È sedotto dal mondo, per molti versi fatuo, che è chiamato a governare con distacco, lucidità e ironia. Ci faccia caso: i suoi romanzi vengono recensiti tutti dai cronisti parlamentari, i quali a loro volta pensano di essere critici letterari. Certo, Fanfani aveva poi il sapiente cinismo del grande democristiano, era il cavallo di razza...
Sta dicendo che manca una vera leadership?
Sì. E mancando anche una scienza rigida, oltre che una mano autorevole, i Beni culturali diventano preda dei vari talebani di turno, quelli dell’expertise che trasformano in stelle fisse e battaglie epocali le proprie ossessioni, sempre in nome dell’arte, del paesaggio, della cultura. E l’Italia si divide. Per esempio: i Bronzi di Riace devono partire o restare? Gli opposti talebani si azzuffano e...
... devono partire o restare?
Per come è  fatta l’Italia, salomonica, andreottiana, cerchiobottista, mi aspetto che uno lo tengano a Reggio Calabria e l’altro lo mandino a Milano.
Nomi?
Ma no. Gli esperti d’arte, i cosiddetti custodi del Belpaese sono tutti noti e da questo punto di vista tutti uguali. E tutti pronti a precipitare nella botola della brutta figura proprio perché «troppo» esperti. E cito il caso del grande Argan, un monumento della critica, che credette alla patacca e si perse nei falsi Modigliani.
Eppure alla fine il Ministero prende decisioni e governa o, se vuole, malgoverna.
Appunto, malgoverna o non governa e comunque non è mai autorevole. Lo sanno tutti che comanda un uomo solo, un grande burocrate, Salvo Nastasi, il direttore generale, che nei giornali viene sempre definito «potentissimo». I ministri fanno anticamera per parlare con lui. Intendiamoci: è bravissimo, nel suo genere. È quello che Gianni Letta, che si circondava di semivip, non riuscì mai a essere. È una potenza vera, che parla le lingue, dà del tu alle star internazionali, e ovviamente è sempre stato amico di tutti i presidenti del Consiglio, e ora anche di Renzi. Insomma, quello è un Ministero di facciata gestito, nell’ombra, da un burocrate sapiente, ancora giovane e già eterno.
Chi è stato il ministro più bravo?
Alberto Ronchey. E proprio perché, me lo lasci dire, oltre che un signore disinteressato, appassionato e colto era sopratutto un grande giornalista e dunque sapeva che la superficialità, intesa come mancanza di specializzazione, è essenziale per gestire un patrimonio enorme; per non perdersi, voglio dire, nella propria scienza e anche nella propria retorica di insetto specializzato.
Troppa cultura danneggia la cultura?
La parola cultura, per un certo periodo, in Italia andrebbe vietata. Temo che ci vogliano almeno quarant’anni di disintossicazione. È come la parola mafia, che da fenomeno reale e specifico è diventata un’astrazione, di quelle che più vengono evocate e più si fanno potenti perché acquistano continuamente significati nuovi diventando dunque sempre più insignificanti. C’è la cultura della morte e la cultura  della vita, la cultura femminile e quella femminista, la cultura dei corpi e il culturismo, e poi la cultura materiale e quella immateriale, la cultura dell’amplesso e quella dell’astinenza. E, ancora, la cultura televisiva, popolare e nazionalpopolare, dell’abitare e del fare, la cultura dei senzatetto e quella dei soffitti alti, del lavoro, del mare e della montagna, europea, comunale e di quartiere e ovviamente la cultura dell’io,  esoterica ed essoterica, religiosa, laica, omosessuale... E su tutto la cultura del cibo che nasce dalla stupida idea che addentare gli spaghetti significhi impadronirsi della vera cultura italiana: «Meglio che leggere Dante», sostiene il solito cretino cognitivo nazionale. Equivale all’idea che mangiare carne di bisonte sia un modo per imparare, digerire, la storia americana. E c’è sempre un sapientissimo antropologo che ti assale così: «Ma come, non vedi che sapere e sapore hanno lo stesso campo semantico?».
Cosa intende per cretino cognitivo italiano?
Intendo il cretino intelligente.
È uno dei suoi paradossi?
Niente affatto. Il cretino-cretino non esiste se non nella patologia, nell’insufficienza tiroidea, e va curato come tutti i malati, protetto e abbracciato come un fratello sfortunato, cretino in senso filologico, dall’antico provenzale crétin, cristiano. Io parlo invece del cretino per colpa. E magari per mestiere. Il vero cretino è sempre intelligente, e in Italia anche artistico, «creativo». Ecco, adattando la gag di Walter Chiari: «Vieni avanti, creativo».
Perdoni la domanda obbligata: il cretino cognitivo è di destra o di sinistra?
Se è di sinistra, non sente il bisogno di leggere Gramsci perché gli basta vedere Santoro o Fazio, se è di destra quando prende la multa reagisce come Berlusconi: «I vigili mi perseguitano». È l’intelligenza l’arma micidiale del cretino che sa di tutto un po’, preferisce gli aforismi ai lunghi libri, ed è ben vestito, proprio come ai tempi di Flaubert che oggi aggiornerebbe il dizionario con «i telefonini sono odiosi e volgari, suonano dappertutto», «non esistono più i sapori di una volta», «io mangio solo biologico», «è andato in paradiso il grande Steve Jobs che ci ha insegnato a vivere». È il cretino che usa concetti, ha facoltà di intendere, va alle mostre, e pratica la lettura, sia pure solo in bagno (e la sua cultura ne trattiene gli odori). E spesso il cretino intelligente dice di non avere troppo tempo per i libri e dunque «approfitterò dell’estate per leggere un po’». E ovviamente conosce male l’inglese, ma ne abusa, come il nostro presidente del Consiglio, pronunzia «giunior» il latino junior, dice network, family, cool, friendly, e il secchione sfigato è nerd, il fanatico del computer è geek. Se è raffinato intercala pure rendez-vous, maquillage, savoir-faire, maître. E, quando può Geist, Weltanschauung, e per lui la delizia delle disgrazie altrui è sempre Schadenfreude. Anche se l’intercalare più intelligentemente cretino è, of course, in inglese (of course per esempio).
La cultura e l’arte sono la materia prima del cretino cognitivo italiano?
La scappatoia del nostro provincialismo. Leggo un editoriale di un grande quotidiano dove si dice che avendo perduto l’industria della chimica «dobbiamo recuperare la cultura della chimica». E su «Repubblica» c’è un’intervista ad Arrigo Sacchi che annunzia: «Il calcio deve ripartire dalla cultura». La verità è che siamo cortile e mi viene in mente quella bellissima scena de Il borghese gentiluomo: «tutto quello che non è in prosa è in versi, e tutto quello che non è in versi è in prosa...». Un esempio: ci riempiamo la bocca di cultura investigativa. Ebbene, nel Paese dove nessuna sentenza è mai definitiva, da Portella della Ginestra ad Amanda, dalle stragi di Stato ad Avetrana e al caso Yara, tutti scrivono e leggono gialli con almeno un commissario infallibile. Si calcola che su ogni 25 italiani c’è un cretino cognitivo che scrive gialli. E pensi che nella carte private del capo della polizia, buonanima, non hanno trovato la soluzione a uno dei tanti misteri d’Italia. No. Aveva scritto anche lui un romanzo giallo.
Siamo «Il Giornale dell’Arte». Devo rimetterla in riga.
Rientro in riga, ma non farò il catalogo degli orrori. Mi limito a dire che in Sicilia, nella Sicilia dove sono nato, c’è il 75% del patrimonio d’arte. Ecco, la prima riforma da fare è togliere tutta questa ricchezza maltrattata e sprecata dalla competenza (si fa per dire) degli assessori regionali e del Presidente della regione. Esistono regioni d’Italia in cui lo Statuto speciale è virtuoso o magari soltanto utile e storicamente giustificato, ma sicuramente in Sicilia l’autonomia deve essere abolita per bancarotta economica, politica e morale. E bisogna cancellarla dalla Costituzione, come atto d’amore verso l’arte di una terra meravigliosa, e liberare i siciliani da un baronaggio feudale che dissipa il più grande tesoro artistico del Mediterraneo. Proprio in questi giorni ho letto su «La Stampa» un bell’articolo di Laura Anello che ha scoperto che la Venere di Morgantina è una dea part-time.
Perché?
Riceve solo di mattina. Di pomeriggio il museo è chiuso. Sono stato a rivederla lo scorso anno. Ho posteggiato l’auto davanti all’ingresso principale del museo, ho contato in quel giorno tredici visitatori. Ad Aidone la Venere è chiamata «la dea», forse perché è più giunonica che erotica. Grande e imponente, sembra in prigione in quella stanzetta bianca. A Los Angeles era onorata dal mondo, la più vista, la più cercata. Esportata in America dai tombaroli che l’avevano disseppellita è come se fosse stata di nuovo sepolta ad Aidone. Scusate se insisto, ma è una vicenda esemplare: andate a ripescare su YouTube l’arrivo della Venere di Morgantina ad Aidone. Sembra il trionfo di Bocca di Rosa, o di Berlusconi a Lampedusa, o di Renzi nelle scuole elementari: i sindaci con le fasce tricolori, i gonfaloni, la banda, fiori e chiasso e facce sdentate, un’antropologia da nomenclatura sovietica, il sottosviluppo di piazza, la Sicilia di Baarìa, la bocca aperta e lo schiamazzo delle feste patronali, il bisogno del miracolo e degli imbonitori, della Venere che torna da Los Angeles come lo zio d’America. Ebbene oggi quello è uno dei tanti capolavori che sicuramente meritano di essere disseppelliti e magari ceduti in affitto oppure, nel caso della Venere, rispedita al Paul Getty di Los Angeles. Purché siano restituiti al mondo. Ecco una battaglia di civiltà per un «Giornale dell’Arte» autorevole nel mondo come siete voi: la Sicilia va commissariata e lo statuto speciale va abolito in nome dell’arte. A ogni passo ci sono siti archeologici, necropoli, cave, anfiteatri, templi, rovine islamiche e resti fenici ebraici e bizantini, reperti dell’età del bronzo, testimonianze di Sicani, Saraceni, Normanni, Borboni e persino enclave dell’impero britannico. È un elenco da fare girare la testa. Come si può lasciare tutto questo nelle mani di un ceto parassitario senza uguali in Europa, una casta che a Palermo diventa pittoresca e tragica, supercasta speciale: la «casta con le sarde» l’ho definita una volta. Neppure l’Unesco riesce più a mitigare gli orrori e gli scempi culturali della Regione che mantiene per esempio 1.750 custodi (11 per sito contro i 4 della Toscana), ma abbandona, degrada e nel pomeriggio chiude i musei e i siti, compresa Selinunte che è il più grande parco archeologico del mondo. Un altro esempio: proprio a Selinunte Google ha organizzato un convegno, come si dice, «esclusivo», invitando la finanza internazionale, miliardari, studiosi... Quelli di Google si sono occupati della pulizia (40mila euro in due giorni), dell’organizzazione e insomma di tutto, facendo così uno straordinario lavoro promozionale per Selinunte. Ebbene, l’assessore regionale si è ribellato, pensate!, «all’uso consumistico del sito archeologico più bello del mondo».
Due parole su Roma.
Per non occupare tutto intero il giornale mi limito a dire che è un disastro meno grave ma più imbarazzante di quello siciliano. Non esiste nessun’altra capitale ridotta come Roma. E non dico Londra, Parigi o Madrid, ma neppure Istanbul. Forse perché alla fine Istanbul è Prussia mentre Roma è suburra.
Milano?
È di nuovo la nostra caffeina: Palazzo Reale, il Museo del Novecento, le mostre dell’Expo, a cominciare da Leonardo... È la sola città sulla quale si può essere prudentemente ottimisti.
Di chi è la colpa della bruttezza che assedia il Belpaese?
Costruttori e ambientalisti in Italia sono compari. Solo in Italia costruttori significa sempre e comunque palazzinari, gretti venditori di cemento armato, speculatori, gente senza scrupoli che fanno solo case brutte e anche quando fanno giornali li fanno asserviti, unicamente come strumento di pressione. Ma i loro complici sono gli ecologisti di destra e di sinistra, quelli dell’arcaismo devozionale e del ritorno alla via Gluck e alla presunta cultura contadina che in Italia è sempre stata un orrore mostruoso, quello di Pacciani e dei compagni di merende. E non capiscono che l’ecologia è investimento economico e non una sviolinata alla natura e un regalo al paesaggio. L’ecologia è un bene di lusso, roba da ricchi, per grandi imprese, per le città eleganti che solo il capitalismo può realizzare, e l’ecologia ha un senso quando è al servizio dell’uomo, quando sottrae l’ambiente alle cartoline e lo sfrutta, che non è una brutta parola che evoca nefandezze. Sfruttare l’ambiente significa potersi permettere il lusso anche di non costruire, di distruggere ciò che è stato costruito e dunque bruciare ricchezza per respirare meglio, pulire e spendere in pulizia. Ma significa anche edificare ponti, stabilimenti balneari, alberghi, strade, autostrade, centrali elettriche, treni ad alta velocità. E non solo case che funzionano ma anche edifici che affascinano, seducono, incantano. Non solo case sicure a prova d’umidità ma anche case belle dentro e fuori. E pure grattacieli come quelli della nuova e bella skyline di Milano.
Gli architetti hanno colpa? Alcuni in Italia auspicano una legge sull’architettura, come in Francia, altri invece propongono di abolire l’albo.
Hai voglia a dare la colpa agli architetti quando vedi le case di Briatore o le villettopoli padane, per non parlare di tutto il resto che soffoca la bellezza italiana, l’inferno che dall’oasi del Simeto arriva sino a Milano, domina il litorale romano, abbonda in Liguria e anche in Toscana, ma è al Sud che trionfa, nella valle dei Templi di Agrigento e alle pendici dell’Etna, sulle colline di Palermo, sul lungomare di Bari, a Napoli... È la linea della palma che avanza, la bruttezza tipica del Mediterraneo: complessi residenziali fatti di terrazze sbilenche, tinozze di cemento usate come piscine, tetti in lamiera e capitelli corinzi, infissi d’alluminio e foreste d’antenne, barbecue e scarichi a cielo aperto. Lei dice: facciamo una legge sull’architettura o aboliamo l’albo. Non credo che bastino le regole. Facciamo come diceva Bruno Zevi: un anno di studi di architettura dovrebbe essere obbligatorio per tutti, come una volta era obbligatorio il servizio militare. Dopodiché abolite pure la professione di architetto e non solo l’albo.
Chi metterebbe a capo dei Beni culturali italiani?
Così come si va a Las Vegas per giocare e al Cairo per vedere le piramidi, in Italia si viene per l’arte, per il paesaggio, per i Beni culturali. E perciò bisogna trasformarli in Economia e Commercio, ovviamente senza mai sbracare.
E dunque?
Ci vuole un commissario straordinario con pieni poteri e sapienza anche economica.
Un nome, un idealtipo.
Mario Draghi. L’altro giorno l’ho visto in fila al botteghino del teatro greco di Siracusa, lui e la moglie. Compravano i biglietti.

da Il Giornale dell'Arte numero 345, settembre 2014


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