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Addio ad Enrico Castelnuovo

Enrico Castelnuovo (1929-2014)

Torino. Se n'è andato ieri a 85 anni Enrico Castelnuovo, professore emerito della Normale di Pisa, Scuola in cui dal 1983 era stato ordinario di Storia dell’arte medievale.
Nato a Roma il 26 maggio 1929,  si era laureato in Lettere all’Università di Torino con Anna Maria Brizio e specializzato in Storia dell'Arte all'Università di Firenze con Roberto Longhi, aveva insegnato nelle università di Torino e di Losanna e tenuto corsi all'École Polytechnique di Losanna, alle Università di Ginevra e di Gerona e all'École Normale Supérieure di Parigi.
Si era occupato principalmente di problemi e aspetti della storia dell'arte medievale, con ricerche e scritti nel campo delle culture artistiche di frontiera nel Medioevo, dell'arte del Trecento in Francia e in Italia e delle tecniche artistiche medievali, ma con incursioni anche in altri ambiti e periodi: il ritratto e la sua funzione sociale nella storia italiana, i metodi e le tendenze della storia dell'arte, la storia del design industriale.
Tra le sue pubblicazioni si ricordano in particolare: Un pittore italiano alla corte di Avignone. Matteo Giovannetti e la pittura in Provenza nel secolo XIV, Torino, Einaudi (1962 e 1991; tradotta in francese nel 1996 da Monfort); Vetrate Italiane. Officine tecniche maestri (Einaudi 1994); La cattedrale tascabile. Scritti di storia dell’arte (Livorno, Sillabe 2000); la cura, con Giuseppe Sergi, dei quattro volumi Arti e Storia nel Medioevo (Einaudi 2002-2004) e di Artifex bonus. Il mondo dell’artista medievale, (Roma-Bari, Laterza 2004). Recentissimo, infine, il catalogo del Museo del Tesoro della Cattedrale di Aosta, da lui curato con Fabrizio Crivello e Viviana Maria Vallet.

Lo ricordiamo con una riflessione che il professore Castelnuovo aveva scritto per il nostro giornale dello scorso novembre, sul tema «Paese in declino arte in declino?»:


«Tra arte e società terreno comune è la speranza»
Un amico mi ha chiesto se pensassi che, dalla situazione melmosa scoraggiata e scoraggiante dell’Italia di oggi, un impulso positivo potesse nascere dall’arte. Non so se questa domanda abbia un senso e non me la sarei mai posta se non fossi stato stimolato a rispondere. Ricordate Il Terzo Uomo, il film di Carol Reed del 1949, sceneggiato da Graham Greene? In una Vienna buia, deserta, piena di macerie, percorsa dalle jeep degli occupanti, quale era quella che vidi qualche anno dopo la fine della guerra, il protagonista Harry Lime (Orson Welles) risponde al vecchio amico (Joseph Cotten) che gli chiedeva conto dei suoi traffici criminali: «In Italia, sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto guerre, terrore, assassinii, massacri: e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù». Possiamo, per dirla alla toscana, scaldarci a questa fascina? Lasciandone da parte gli aspetti morali e le assurde semplificazioni, un nesso di questo genere viene messo in dubbio da Michael Baxandall quando nel 1985, in un articolo pubblicato sulla mitica rivista californiana «Representations», evocava la Legge di Bouguer per mettere in guardia dagli eccessi di chi intendesse legare troppo strettamente arte e società. Queste, essendo sistemi non omologhi, necessitavano di trovare un terreno comune su cui potessero compararsi, analogo a quello su cui nel Settecento lo scienziato Pierre Bouguer era riuscito a misurare la capacità luminosa di due differenti candele poste a diversa distanza. Nessun nesso diretto, dunque, tra la situazione sociale e la produzione artistica.
Nel 1960 Luigi Einaudi ricevette a Dogliani i collaboratori della casa editrice del figlio Giulio. Ricordo un suo asciutto e appassionato discorso in cui parlò delle grandi speranze nate alla Liberazione e andate deluse. Pensando allo stato miserabile del nostro Paese quando nacquero capolavori come «Roma città aperta» (1945) o «Ladri di biciclette» (1948) si capirà come tra «arte» e «società» ci potesse essere allora un terreno comune: la speranza. Temo che questo non sia il caso di oggi.
Enrico Castelnuovo
(in «Il Giornale dell'Arte» n. 336, nov. ’13, p. 1 e 14)



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edizione online, 16 giugno 2014


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