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Ex Ospedale di Sant’Agostino di Modena: è stata conservazione o aggressione?

Il progetto di restauro per l'ex Ospedale di Sant'Agostino a Modena

Negli ultimi anni le aggressioni al patrimonio monumentale da parte di un certo tipo di cultura architettonica si fanno sempre più frequenti. Ne sono testimonianze gli interventi al Teatro di Sagunto in Spagna, alla Scala di Milano, all’Opera di Lione, alla Punta della Dogana e al Fontego dei Tedeschi a Venezia. In questo contesto si situa il progetto per la ristrutturazione dell’ex Ospedale Sant’Agostino di Modena. Ma qui più che altrove è da porre l’attenzione su quanto viene affermato dai progettisti, nella «Gazzetta di Modena» del 7 febbraio scorso, a sostegno del loro operato. Il primo punto argomentato a difesa del progetto è già chiaramente significativo, là dove si afferma che si vuole «rendere chiaro … il rapporto tra conservazione e restauro degli edifici antichi e l’apporto architettonico innovativo necessario al loro futuro utilizzo». Viene qui ritenuto «punto cruciale», un argomento che è alla base di tutti gli equivoci a sostegno di questo tipo di interventi. «Il progetto per il Sant’Agostino, si afferma, ha per sua natura e statuto due componenti». Esse vengono definite «progetto di restauro e progetto delle nuove parti architettoniche, strutturali, impiantistiche». Posta, e imposta, questa dicotomia tra restauro e architettura delle «nuove parti», viene data motivazione ai punti più critici dell’intervento, quelli che aggrediscono il monumento nella sua autenticità: i padiglioni che occupano i cortili, la copertura del cortile triangolare, le cosiddette «lame», torri di 23 metri che devastano la spazialità del complesso, i nuovi mezzanini e quanto in riferimento alle librerie storiche. Le motivazioni addotte a sostegno di questi interventi però non si riferiscono all’ambito del restauro, ma a quello di ciò che viene oggi definito «il nuovo»; esse infatti riguardano parametri e criteri meramente funzionali e tecnici che attengono alle nuove costruzioni, ma non si confrontano più con il costruito esistente, con la sua logica, con il concatenamento dei suoi spazi, con la composizione-disposizione dei suoi volumi e delle sue superfici; non fanno riferimento alla disciplina del restauro, ma a quel «progetto del nuovo», dal quale discenderà «l’adattamento al nuovo uso». Insomma, come affermano gli architetti, i progetti sono due: uno definito «di restauro» e uno «di nuova architettura»; e questo a prescindere dalle raccomandazioni dell’articolo 9 della Carta di Venezia. È chiaro che ai restauratori, in procedimenti di questo tipo, viene così affidato soltanto il compito di «conservare» quei tratti dell’edificio che non danno fastidio alle necessità del «nuovo». Se si deve traslocare la libreria, si possono inventare le «lame», in dispregio alla spazialità dell’esistente; se c’è bisogno di nuovo spazio, ecco i padiglioni, la copertura del cortile, i nuovi mezzanini e così via! Le motivazioni ci sono sempre: consistono nelle richieste della committenza, anche se il monumento non le accetta! Ma, in realtà, questa sostenuta compresenza tra il progetto di restauro e il progetto del «nuovo» non appare nella normativa delle opere pubbliche che riguarda i beni culturali; lo stesso Codice del 2004 fa riferimento a un unico progetto che riguarda il patrimonio costruito; e tale progetto viene definito di «restauro», come attività che può mediare e coordinare al suo interno anche quelle parti di nuova architettura, indispensabili all’uso del bene. È in questo progetto unitario che confluiscono le varie branche disciplinari che ne sono imprescindibili componenti, da quella strutturale a quella impiantistica. E in esso, l’utilizzo del bene potrà realizzarsi in modo conforme alla sua salvaguardia solo dall’esplicazione delle potenzialità d’uso già presenti nell’edificio, nella logica di articolazione e sequenza degli spazi, secondo ben precisi parametri distributivi e compositivi. Solo la centralità della disciplina del restauro può rapportarsi a quella logica del costruito che ancora esiste, è attuale e nella quale possiamo riconoscerci e che, infine, non può essere contraddetta, pena la perdita del monumento stesso. Quella stessa logica che ci può sostenere nell’affermare che alcune funzioni sono incompatibili con l’integrità sostanziale del monumento, con la sua autenticità, con il suo essere se stesso senza diventare un’altra cosa, e che ci può anche consentire di dire «no» alla committenza, in nome di quel giuramento di Vitruvio che recentemente Salvatore Settis individuava come indispensabile fondamento etico dell’agire dell’architetto.
q Giuseppe Cristinelli, architetto

di Giuseppe Cristinelli, da Il Giornale dell'Arte numero 341, aprile 2014


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