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Editoriale


Artissima, il pil e i plìn

Secondo Sarah Cosulich Canarutto, la direttrice di Artissima, uno dei maggiori pregi della fiera torinese risiede nel fatto che è in larga parte «curata»: infatti, per tre giorni di allestimento, tra responsabili delle diverse sezioni e giurie dei premi è stata coinvolta una trentina di curatori internazionali (neanche Miart scherza, con la sua ventina di personaggi curanti, scriventi o parlanti coinvolti). Il che, immaginiamo, vorrebbe essere una garanzia di qualità circa la merce esposta, ma anche il tratto distintivo (i cattivi direbbero la foglia di fico) di una fiera chic e internazionale per quanto riguarda la formula, però tremendamente italiana, cioè debole, sul fronte del mercato. Una debolezza, beninteso, che riguarda il movimento di denaro al Lingotto, ma che si traduce in potenza se si pensa che una task force di curatori come quella schierata a Torino è un eccellente veicolo promozionale per gli artisti e le gallerie partecipanti. Il problema, caso mai, è che i giochi che contano si svolgano fuori dall’Italia, con buona pace del nostro esangue pil. In ogni caso si sa che il tasso di «curatorialità» di una fiera è inversamente proporzionale alla sua forza economica: per anni è stato così anche ad Arco a Madrid, sino a che i galleristi si sono seccati e la fiera ha concesso qualcosa in più all’aspetto commerciale, stante, in ogni caso, la povertà del mercato in Spagna. Certo è che a Basilea, dove la fiera è mercato e non una fiera costretta a vestirsi da mostra, di curatori ne bastano quattro, cioè uno per settore. Il planetario circo massimo dove si svolgono i citati giochi è in effetti, da tempo, il circuito fieristico e biennalistico. E se la direttrice di Artissima va orgogliosa del fatto che la sua sia una fiera dove si presentano in anteprima le novità, ecco che le medie e piccole gallerie delle province dell’impero, un tempo detentrici di questo ruolo, sembrano destinate a una progressiva marginalizzazione (se non chiusura), almeno nel loro «format» tradizionale. Quanto ai musei, tramontata la bella stagione delle mostre di ricerca, sembrano sempre più ridotti a casse di risonanza di quanto esposto in fiera o nelle infinite biennali organizzate ovunque. Così vai al Lingotto e vedi una biennale di tre giorni, piccola e deliziosa come i «plìn», i minuscoli agnolotti spesso impreziositi dal tartufo che costituiscono uno dei motivi dell’appeal esercitato da Torino sui collezionisti forestieri, in genere insaziabili gourmand. Chi invece va, per dire, ai tre giorni della vernice della Biennale di Venezia, della stessa durata di una mostramercato, mangerà sicuramente peggio e assisterà a una spettacolare fiera d’arte contemporanea, cui partecipano tutti i pesi massimi galleristici: fateci caso, dopo quei tre giorni, trovare ai Giardini o all’Arsenale qualche mercante, critico, direttore di museo o, soprattutto, collezionista, insomma la «gente dell’arte» che costituisce il pubblico delle preview vip di Frieze come di Artissima, diventa un’impresa. Il binomio fiera-biennale, quando la fiera aspira, come Artissima, a far parte dello star system espositivo, è basato sull’uniformità del prodotto esposto: i curatori delle fiere sono gli stessi delle biennali e viceversa. Circa l’orgoglio di Sarah Cosulich Canarutto per l’estesa curatorialità della rassegna, la direttrice di Artissima sa benissimo che chi comanda non sono i curatori (il cui ruolo è molto simile, in questi casi, a quello degli agenti di commercio) ma i loro datori di lavoro, cioè i 10-15 galleristi (e gli artisti più potenti) che dettano le regole e la galassia di quelli che si adeguano pur di essere ammessi a esporre dalla stessa oligarchia (galleristica) che compone i comitati di selezioni delle fiere. In questi giorni la direttrice (che, sia chiaro, a Torino e per Torino sta facendo un eccellente lavoro) è molto occupata; ma a luci spente troverà forse il tempo di dare un’occhiata alla recente autobiografia di Francesco Bonami. L’ex direttore della Biennale di Venezia, con la consueta ironica franchezza, offre una realistica definizione di che cosa sia oggi un curatore: nient’altro che un indaffarato, talora maltrattato e spesso frustrato arredatore d’alto bordo.

di Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 347, novembre 2014


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