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Fulmini e saette


Pittsburgh (Usa)

L’ultimo dei sentimentali

Courtesy of Carnegie Museum of Art, Pittsburgh

Quando negli anni ’60 Ansel Adams e Henri Cartier Bresson celebravano l’intensità dell’immagine fotografica singola, e il fotogiornalismo era il genere dominante, Duane Michals utilizzava il mezzo fotografico in funzione narrativa e realizzava delle sequenze che raccontavano delle storie. Ironiche, spiritose, enigmatiche, queste «fictionettes» parlavano dell’amore di coppia, del sesso, della passione e della complessità dei rapporti, ma anche dell’individuo e delle sue molteplici identità, così come dell’incontro e dello scontro tra le persone nella vita quotidiana e negli ambienti più diversi. Definito dal New Yorker «l’ultimo dei sentimentali», Michals si è sempre considerato uno «story teller»: per dare maggiore spessore alle sue storie fotografiche ha spesso utilizzato anche la scrittura per annotare, sulla carta fotografica, poesie, commenti e note, anche di memoria autobiografica. Ispirato dall’opera di René Magritte, ha sperimentato la doppia e tripla esposizione e ha contribuito al cambiamento di approccio alla fotografia, che ha reso più filosofico, suscitando grandi entusiasmi, ma provocando anche dure polemiche.
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(il testo integrale è disponibile nella versione cartacea)

di Viviana Bucarelli, da Il Giornale dell'Arte numero 347, novembre 2014


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