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Eretici e profeti: conversazioni con italiani pericolosi


Nino Aragno

Un poliedrico imprenditore pubblica a Savigliano titoli «impossibili». Perché? Perché ho «l’irresistibile visionarietà di un provinciale», che è «l’antidoto alla globalizzazione e alla finanza»

Nino Aragno

L’editore dei libri impossibili e introvabili, dai temi raffinati e desueti, ha 63 anni e lavora a Savigliano, nel cuneese. È poliedrico come il suo catalogo, che spazia dall’arte alla filosofia, dalla letteratura alla storia; ma questo umanista del XXI secolo è anche un imprenditore di successo che possiede aziende agricole, partecipazioni in cliniche e un patrimonio immobiliare. Fa l’editore dal 1999 ed è tra quelli che resistono allo strapotere del marketing e all’avanzata dell’e-book: «Io amo il libro, che è una macchina per pensare, ma anche un oggetto che annuso, e non questa identità che mi intercetta cento o duecento libri in un colpo solo e che mi sembra più uno strumento di informazione che di formazione», spiega.

Però le vendite dei libri cartacei arrancano.
«Il Sole24Ore» ora esce con un inserto sul cosiddetto lusso, e nelle rubriche non ci sono i libri: è un segnale, no? In questo Paese c’è un’editoria folle, sbilanciata sulle partite doppie, sui bilanci e su una gestione affidata ad amministratori delegati di obbedienza bocconiana. Questo ha prodotto una linea di editoria che non cerca più un lettore, ma un consumatore. E poi non si fa nulla per sostenere i librai. Le major di moda aprono i negozi monomarca, pur di sorreggere un certo tipo di vendita. Noi ai librai diciamo no, i libri li vendo al supermercato. Ma, con tutto il rispetto, che libro si vende al supermercato? Gli editori dicono che sono costretti a pubblicare porcate, perché «altrimenti non vendiamo». Non vendono perché non c’è più l’intermediazione del libraio.

In Italia si legge poco e male. Di chi è la colpa?
Io sono nato poverissimo; mio padre faceva il sarto a Genola, vicino a Savigliano. Poi sono andato a scuola. Quando mi iscrissi al ginnasio, mio padre era così orgoglioso che mi fece un vestito nuovo. Poi che cosa è successo? Perché gli italiani non sono mai stati così ignoranti, arroganti e maleducati? Secondo me la scuola ha mancato alle funzioni che una volta aveva. Quanto ai lettori italiani, per anni abbiamo propinato un mare di roba tradotta, cioè abbiamo snaturato il prodotto, quando i settori imprenditoriali di successo in questo Paese sono quelli che hanno realizzato la propria identità. A Barolo nessuno pensa di fare il «barolino» o il «barolotto».

Com’è che Aragno diventa imprenditore ed editore?
Che il figlio di un sarto di provincia diventi imprenditore era un fatto quasi normale in un’Italia che abbiamo dimenticato. Parlo di un Paese che sotto certi aspetti permetteva di intraprendere, di lavorare, ed era un’Italia che aveva come caratteristica la prevalenza del valore del lavoro rispetto al valore della finanza o ai carichi burocratici che si è inventata. Sono diventato editore perché da un lato esiste la lettura «normale», e dall’altro c’è quello che io chiamo il tunnel della lettura, che è come il tunnel della droga; alla fine del tunnel il drogato si mette a spacciare; io mi son messo a fare libri.

Chi sono i suoi consulenti nella selezione dei titoli?
I libri li scelgo io, e sono mie certe idee balzane, tipo andare a Londra al Warburg Institute a dire «Farei l’editore per voi», o andare alla Freie Universität di Berlino e dire «Avreste mica qualche libro di ebraico da stampare?». Esiste un grosso spazio tra un imprenditore in grado di capire certe cose e la cultura, se si riescono a incontrare. Il fatto è che l’imprenditore non sa a chi rivolgersi e la cultura pensa sempre al rapporto intellettuale-principe, e il principe dev’essere o Agnelli o Tronchetti Provera. Con il Warburg Institute ho fatto un esperimento che ha funzionato, pubblicando 50 libri.

E i conti?
Sono in pari, perché Warburg ha un brand internazionale. Ma i libri richiedono pazienza e tempi più lunghi di quelli che l’editoria di oggi, quella dell’usa e getta, si aspetta. Nel caso di Warburg, i libri vanno in pari se si aspettano quattro anni. Per me l’editoria è piantare una vite, coltivarla, potarla e alla fine raccogliere. Ma oggi tutti ragionano in termini di budget. Mi scusi, ma che c... vuol dire? Secondo lei Giovanni Agnelli quando ha fondato la Fiat aveva il budget?

Perché ha scelto Chirone, il centauro saggio, come marchio?
Questa è una domanda psicanalitica, da lettino. Warburghianamente, mi ritengo un editore irrisolto. Nel centauro e nel marchio c’è una parte di uomo e c’è una parte di bestia, c’è una parte di magia, che è il serpente, e c’è una parte di razionalità, che è la freccia. Il marchio viene da un’incisione del ’500, un secolo al quale ero molto interessato. Io sono ancora convinto che bisogna riportare nell’editoria quello che io chiamo «il Rinascimento in ombra». Mi interessa il Rinascimento di uomini come Mitridate, il medico ebreo al quale Pico della Mirandola aveva chiesto di tradurre in latino alcuni libri della cabala ebraica. Dopo la morte di Pico intorno a lui si scatena una sorta di damnatio memoriae culturale e Mitridate, per non lasciarci le penne, si converte al Cattolicesimo. Ecco, il Rinascimento non è solo quello tramandatoci dall’accademia. E questo l’ho imparato da Warburg.

Che opinione ha di Roberto Calasso e della sua Adelphi?
Diciamo che la sua è una casa editrice di forte identità. Però trovo limitante e non da Adelphi  pubblicare Simenon. Non perché lo faccia per i soldi, ma perché con poco sforzo poteva fare anche il resto rispetto a Simenon. Avrebbe potuto dedicarsi al resto della Francia degli anni Trenta, ad esempio.

Come si diventa un editore di successo?
Oggi basta avere i conti a posto. Una volta si pretendeva qualcosa di più da un editore. Io avevo come interlocutori dei direttori di banca che credevano nella stretta di mano. Oggi ti mettono in mano agli analisti. Qual è il capitale di una casa editrice? Il capitale è «io mi chiamo Nino Aragno». Qual è il capitale di un’azienda come Gaja? Ogni tanto le vigne non producono, ma Gaja è viva, perché tutti sanno che se Gaja non fa il barolo quest’anno lo fa il prossimo.

Il banchiere Raffaele Mattioli queste cose le aveva capite.
Sì. Agiva, in questo senso, come un principe rinascimentale. Lui aiutava sia Rizzoli sia Mondadori; quest’ultimo aveva qualche difficoltà, contrariamente a Rizzoli che guadagnava molto dai rotocalchi e dal cinema. Mondadori lo chiamava «il gangster» e continuava a chiedere a Mattioli come potesse avere tutto quel successo. A un certo punto Mattioli gli fa: «Guarda, Arnoldo, tu lo sai che l’editoria non è fatta per gli intellettuali...». Questa me l’ha raccontata Raffaele Crovi.

A proposito: quale ruolo ha avuto Crovi nella sua casa editrice?
Abbiamo litigato dal giorno in cui è entrato al giorno in cui è uscito. Lui aveva molti rapporti e per questo era utilissimo. Però l’unico bestseller che ci è capitato lui l’avrebbe sballato. Era di un medico della mutua. Crovi non avrebbe voluto pubblicarlo. Il fatto è che quel medico era Andrea Vitali. Ma la storia dell’editoria è questa, il bestseller è un incidente.

Nell’editoria ci sono i bestseller, nell’arte ci sono le mostre blockbuster. Che rapporto ha con l’arte visiva?
Non credo alla fruizione puramente estetica dell’arte. Mi interessa l’arte in quanto, almeno in Europa, fortemente connessa con la storia e con la civiltà. Ovviamente sono contrario al «turismo da mostra», e sono anche molto critico verso quello che si fa nel nostro Paese rispetto all’arte. Pensi all’accesso paraturistico agli Uffizi dove ci sono le bancarelle che vendono le maglie di  Balotelli. Se davanti agli Uffizi si vendono le maglie di Balotelli, ci si può immaginare chi frequenta quei luoghi. E poi in un Paese che dovrebbe vivere su chi viene a vedere le nostre opere d’arte, noi non abbiamo mai immaginato che una guida alle mostre possa e debba essere fatta da una persona fortemente qualificata. Invece stiamo utilizzando o volontariato o precariato clientelare.

Lei colleziona opere d’arte?
No, colleziono libri: le prime opere del Novecento, che sono quelle che riuscivo a permettermi da ragazzo, e le cinquecentine.

Come si rapporta la sua famiglia con le sue «follie»? Sua figlia lavora con lei...
Non faccio un passo senza che mia figlia lo sappia, da sempre. Perché lei è una persona molto paziente e ha capito che questa follia del padre va gestita, non può essere lasciata allo stato brado.

Come lei, anche Claudio Rutilio Namaziano era un «provinciale», un laico, un uomo colto che si muoveva tra le rovine di una civiltà dopo le invasioni barbariche. Pensava a tutto questo quando ha deciso di pubblicare lo struggente «De reditu suo»?
Rutilio Namaziano dimostra l’importanza del vivere ai margini per cercare di salvare qualcosa. Il mio pubblicare libri fuori del coro è un esempio di questa marginalità che anche altri praticano. Carlin Petrini nel 1989 fondò Slow Food in un’osteria di Bra, nel cuneese. Oggi Slow Food è un’ideologia che sta combattendo con successo la globalizzazione delle multinazionali. Ecco, la visionarietà di un provinciale è irresistibile.


di Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 346, ottobre 2014


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