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Musei


Jean-Luc Martinez

Il direttore racconta il suo Louvre. Non è più tempo di progetti spettacolari, ma il museo si avvia a cambiare pelle con un progetto «fondativo». Restaurare la Gioconda non è più tabù

Sotto la Piramide passa l'80% dei visitatori totali: 4,5 milioni nel 1989, 12 nel 2025.

Parigi. Benessere del pubblico e valorizzazione delle collezioni permanenti sono le due priorità su cui Jean-Luc Martinez martella da quando è stato nominato direttore al museo più visitato del mondo, nell’aprile del 2013, occupando il posto che per 12 anni è stato di Henri Loyrette. L’archeologo di 50 anni, che a lungo si è occupato delle antichità greche, etrusche e romane, ha anche curato la realizzazione della Galleria del Tempo del Louvre-Lens, con il suo percorso inedito basato sulla lettura «trasversale» della storia dell’arte e delle collezioni. Un’esperienza a cui ora si ispira per ridisegnare il «suo» Louvre: «Tutto quello che stiamo facendo ora a Parigi, ci confida, è il frutto di quanto abbiamo vissuto a Lens».
Direttore, che cosa vuol dire concretamente «ricollocare il visitatore al centro del Louvre»?
Un museo deve essere al servizio del visitatore. La nostra missione è fare in modo che le persone godano del miglior contatto possibile con le opere e vivano un’esperienza ricca. Questa nozione di responsabilità mi piace molto, significa che bisogna mettersi al posto del visitatore. Un’operazione non sempre facile per noi, che conosciamo bene i luoghi e non abbiamo più uno sguardo «fresco» sul museo. Bisogna sapere invece che il 60% dei nostri visitatori viene per la prima volta. Sarebbe quindi un grave errore da parte nostra partire dal presupposto che il visitatore conosca il palazzo. Mettersi al suo posto vuol dire fornirgli gli strumenti adeguati per sentirsi a suo agio nel museo.
Si tratta di un cantiere discreto, che risolve problemi concreti. Sono finiti i grandi progetti spettacolari?
Non sono d’accordo. Il nostro è un progetto ambizioso, tanto per il perimetro di intervento che per il budget. Dalla nascita del Grand Louvre, negli anni ’80, è la prima volta che ci si lancia nell’impresa di ripensare il museo e rifondare la sua offerta globale. È un progetto «fondativo», una pietra miliare nella nostra storia. Siamo d’accordo che non ci saranno espressioni architettoniche spettacolari. Ma da 30 anni i musei francesi corrono da un grande progetto all’altro. Non nego che è anche grazie a questo che il Louvre ha acquisito la sua fama mondiale. Ma dobbiamo interrogarci su altri i punti essenziali: che cosa rappresenta il Louvre oggi? Che cosa offre? Come vogliamo che sia il Louvre di domani? È arrivato il momento che il museo entri nel XXI secolo.
Vuol dire che il museo non è riuscito a stare al passo coi tempi?
Dagli anni ’80 a oggi non solo il numero dei visitatori è triplicato ma il pubblico stesso è cambiato. Prima a visitare il Louvre erano gli amatori, che conoscevano già il museo e la storia dell’arte. Poi è iniziata una fase rivoluzionaria. È stato aperto l’auditorium e creata una nuova offerta culturale, più varia, organizzate pubblicazioni e congressi. Sono stati fatti grandi progressi. La conseguenza è che non esiste più un solo pubblico, ma pubblici diversi, con aspettative diverse. Un museo che vuole rivolgersi ai cittadini del mondo ha il dovere di cambiare.
Al termine pensate di riorganizzare anche il percorso della visita? Di proporre nuovi allestimenti?
Sì. Tra tre, quattro anni, bisognerà valutare le conseguenze dell’intervento odierno. E a quel punto ci interrogheremo anche sui percorsi. Quali sono i più ostici alla comprensione? Quali hanno bisogno di essere modificati? Posso dirle che ci stiamo nei fatti già lavorando, perché effettuiamo regolarmente degli studi sui percorsi di visita e sui comportamenti del pubblico.
Come pensate di intervenire per «disintasare» la sala della «Gioconda»?
È una delle questioni che bisognerà risolvere. Conosciamo bene le difficoltà. Vi ricorderete che il progetto originario prevedeva di inserire la «Gioconda nel suo contesto intellettuale e culturale, insieme alle altre opere di Leonardo, nella Grande Galleria. Ma l’esperienza non aveva funzionato e, nel giro di pochi mesi, era stata trasferita nella grande sala dove si trova tuttora. Bisogna prendere atto che la «Gioconda» è un’opera a parte. Che gli altri quadri hanno difficoltà a esistere accanto a lei. Ciò che più mi rattrista è che nello stato attuale l’incontro con la «Gioconda» è una frustrazione per tutti. Non solo il visitatore non guarda i capolavori che la circondano, ma non apprende nulla sull’opera. Il cartello esplicativo è perennemente inaccessibile. Non si può escludere che una futura riflessione potrà sfociare in un nuovo allestimento. Ma bisognerà risolvere anche altre situazioni problematiche. Pensiamo ai quadri di Vermeer e a quanto è complicato trovarli!
E considerate l’idea di collocare la «Gioconda» in una sala da sola?
Tutti i progetti saranno studiati. Siamo riusciti grossomodo a risolvere il problema della «Venere di Milo», che dal 2010 si trova praticamente sola in una sala. Nel caso specifico abbiamo osservato il comportamento dei visitatori. Che cosa facevano davanti alla statua? Di quanti passi indietreggiavano per fotografarla? L’intenzione intellettuale sarebbe stata di inserirla nel suo contesto archeologico. La verità è che quando si vuole lottare contro l’architettura e il comportamento dei visitatori si cade in errore. Nel caso della «Venere di Milo» ci siamo adeguati, senza rinunciare alle esigenze scientifiche. Penso che per la «Gioconda» si possa trovare una soluzione equivalente.
Avete rinunciato a restaurarla?
Il nostro lavoro consiste nel conservare le opere e trasmetterle alle generazioni future. Ma le opere si alterano. Anche la «Gioconda» è «invecchiata» e, come si sa, è un quadro fragile. Il recente restauro della «Sant’Anna, la Vergine e il Bambino» ci ha insegnato molto, sia su Leonardo, sia sui risultati che si possono ottenere con un intervento di tale entità. Tecnicamente ora sappiamo che il restauro della «Gioconda» è possibile. Il nostro progetto è di andare avanti a restaurare i quadri di Leonardo. Quando saremo pronti, interverremo anche sulla «Gioconda». Per quanto mi riguarda la questione non è tabù.
Al Louvre non ci sono solo le «icone». Farete qualcosa perché il visitatore si interessi anche alle altre opere?
È un altro grosso nodo del nostro museo. Bisognerà effettuare un profondo lavoro di mediazione. Si uscirà dall’intasamento intorno alle icone solo quando le persone conosceranno meglio le collezioni. D’ora in poi la politica di esposizioni temporanee sarà orientata a valorizzare la collezione permanente. Una mostra su Poussin è già prevista nel 2015. Altri due progetti vanno in questa direzione. Il primo, che potremmo chiamare «Che cosa c’è da vedere al Louvre?», investe il pavillon Sully, il cuore storico del museo. L’idea è cominciare col raccontare la storia del palazzo. Bisognerà ricordare che il Louvre, diversamente dal British Museum per esempio, non è nato come museo. E che la sua ricchezza sta anche in questo incontro unico tra un palazzo, che racchiude la storia di Francia, e una collezione meravigliosa. Bisognerà fornire gli elementi topografici, partendo dalla considerazione che la coerenza del percorso non è un’evidenza per il visitatore. Parleremo anche dell’attualità del Louvre, perché ormai esistono Lens e Abu Dhabi. Questo spazio sarà terminato nel 2016. Il secondo progetto riguarda il pavillon Richelieu, che sarà dedicato alla comprensione artistica delle opere. Le nuove sale accoglieranno dall’autunno del 2015 alcune esposizioni tematiche di una durata di circa 10 mesi ciascuna. Sono convinto che fornire ai visitatori le chiavi di comprensione del museo contribuirà a risolvere il problema della ripartizione delle persone nelle sale.
Il «nuovo» Louvre accoglierà meno mostre, meno eventi. Stop ai concerti di musica classica, alle «carte bianche». E per quanto riguarda le collaborazioni con altri musei?
Non intendo cedere alla schizofrenia di certe istituzioni per i grandi eventi, che finisce spesso per andare a discapito delle collezioni. Il Louvre non è una galleria, è un museo. E poi non è corretto dire che ci saranno meno mostre, benché sia un messaggio difficile da far passare nei media. Si tratterà piuttosto di mostre orientate a valorizzare la collezione. Se ne stiamo preparando una su Vermeer è perché il museo possiede una collezione eccezionale di autori fiamminghi del XVII secolo. A ciò si aggiunge che il progetto in corso prevede l’ampliamento degli spazi per le esposizioni temporanee. Non penso neanche che questo possa nuocere in alcun modo alle nostre collaborazioni con le altre istituzioni internazionali. Ritengo, al contrario, che questa politica rafforzerà ancora di più i legami già esistenti. Del resto se siamo un grande museo lo dobbiamo alle nostre collezioni permanenti.
Come mai i progetti con i musei italiani sono rari? Problemi di burocrazia?
Non sta a me commentare l’organizzazione dei musei italiani. È evidente che la ricchezza del patrimonio artistico dell’Italia è strabiliante. Ma i nostri Paesi hanno due storie molto diverse. L’Italia ha regioni e città forti. In Francia l’amministrazione è centralizzata. In ogni caso abbiamo numerose relazioni e progetti con i musei italiani, nonché collaborazioni scientifiche e archeologiche. Per il secondo anno consecutivo, il Louvre sta lavorando con la Sovrintendenza speciale per i Beni archeologici di Roma sugli scavi di Gabii. L’intervento del Louvre permette di migliorare la conoscenza della pianta del teatro, ai piedi del tempio di Giunone Gabina. Stiamo studiando la possibilità di valorizzare reciprocamente le nostre scoperte. Perché Gabii? Perché il Louvre possiede la più importante collezione del sito al mondo, con circa 50 opere, tra le quali la Diana di Gabii. Ma stiamo lavorando con i colleghi italiani anche a una mostra. Sophie Descamps, conservatrice al dipartimento di Antichità greche, etrusche e romane, sta curando la mostra sui bronzi monumentali nel mondo ellenistico per Palazzo Strozzi, a Firenze, da marzo 2015.
Che Louvre desidera per domani?
Un museo più accogliente, più generoso. Dove sentirsi a casa. Dove si possa assistere all’incontro tra visitatore, opera d’arte e creatore. Non ho fatto questo lavoro per caso. Credo davvero che l’esperienza dell’incontro con un artista o un’opera possa cambiarci la vita.
Il progetto Piramide è il «cantiere» del suo mandato o ce ne saranno altri?
Direi che già questo è un lavoro a tempo pieno. Ma c’è un altro progetto importante che arriva al termine nel mio mandato, il più grande progetto culturale francese attualmente in corso all’estero: il Louvre Abu Dhabi. Un museo «fratello» che abbiamo preso per mano e che porterà il nostro nome per i prossimi 30 anni. Il Louvre contribuisce sia alla formazione del suo personale sia alla costituzione della sua collezione. E poi presteremo un centinaio di opere.
Una decisione che solleva polemiche.
Ma che non condivido. Penso al contrario che sia l’apice di un processo di riconoscimento internazionale del «savoir faire» museale della Francia. Significa che la rivoluzione della mediazione operata a partire dagli anni ’80, il lavoro di un’intera generazione, è ormai attestata. I nostri musei sono istituzioni all’avanguardia.
Il suo precedessore ha accumulato 4 mandati. Spera di fare altrettanto?
Devo rendere conto del lavoro e degli obiettivi che mi sono fissato per la durata della mia nomina: 3 anni. Quanto al dopo, non starà a me giudicare.

di L.D.M., da Il Giornale dell'Arte numero 346, ottobre 2014


  • Jean-Luc Martinez, direttore dal 2013.

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