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Mostre


Da Caravaggio a Canaletto: a Budapest due secoli di arte italiana

Le due versioni della «Salomè con la testa del Battista»: da sinistra, la versione conservata alla National Gallery di Londra e quella del Palazzo Reale di Madrid

Un museo nel museo. Tale può definirsi la mostra «Caravaggio to Canaletto», ospitata nello Szépmüvészeti Múzeum di Budapest, istituzione ricca già di per sé (ma forse un po’ penalizzata perché territorialmente ai margini nel contesto europeo) di cui la rassegna sviluppa le sezioni di pittura italiana relative ai secoli XVII e XVIII (comprendendo anche gli stranieri per gran parte formatisi e operanti nella Penisola). Entro i termini indicati da due artisti di talento e fama capitali, si può dire felicemente realizzata l’impresa di rappresentare le diverse correnti di un ampio periodo storico artistico, perlomeno le principali, non mancando comunque di includere personalità ed espressioni più peculiari, tra cui alcuni anonimi maestri di indubbio fascino.
Grazie all’apparato didattico efficace nella sua sintesi (e che pure non rinuncia ad accennare a questioni di carattere più specialistico) e a diversi accostamenti e confronti ben riusciti, il visitatore è guidato con sicurezza attraverso l’evoluzione della pittura di due secoli che, dal tardomanierismo giunto al culmine della sua fortuna, conobbe e fu arricchita da espressioni e generi anche in aperto contrasto; il realismo di impronta caravaggesca, l’ideale di classica bellezza promosso in particolare dai bolognesi, la natura morta e il ritratto (inteso anche in senso allegorico e come paesaggio), la poetica barocca e settecentesca, fino al Rococò, il «canto del cigno» a Venezia e le «cartoline» del Grand Tour.
Il tutto si svolge in 140 dipinti di cui oltre un centinaio di prestiti e molti capolavori assoluti, dalle «icone» caravaggesche alle vedute lagunari, passando per l’«Andata al Calvario» di Orazio Gentileschi, la «Natività» di Carlo Maratta o il «San Giacomo» di Tiepolo dallo stesso Szépmüvészeti. La parte del leone, inevitabilmente, la fa Michelangelo Merisi, presente con ben nove tele (tali che già costituirebbero una significativa e imperdibile mostra a sé), ahiloro tra le più itineranti degli ultimi tempi, non tutte di autografia indiscussa e appartenenti pressoché all’intero arco produttivo noto del milanese: «Ragazzo morso da un ramarro», «Ragazzo con canestra di frutta», «San Giovannino» (Roma, Capitolini), «Incoronazione di spine» (recentemente balzata agli onori della cronaca nell'acquisizione da parte della Banca Popolare di Vicenza <http://www.ilgiornaledellarte.com/articoli/2013/9/117244.html>) «Ecce Homo», «San Francesco in preghiera» (Cremona), «Ritratto di cavaliere di Malta» (Firenze) e le «Salomè con la testa del Battista» (Londra, National Gallery e Madrid, Palacio Real). Di queste due ultime opere, simili nell’iconografia ma differenti stilisticamente (nella versione madrilena vi è una stesura pittorica più accurata e una tavolozza più ricca e accesa), si apprezza in particolare la rara occasione di esposizione congiunta e affiancata, che stimola nuovamente il dibattito, mai risolto del tutto, sulla collocazione cronologica tra primo e secondo periodo napoletano dell’artista. La mostra è aperta ancora fino al 16 febbraio, data utile per una visita alla concomitante (e di livello sensibilmente minore) esposizione di disegni «raffaelleschi».

di Michele Cuppone, edizione online, 20 gennaio 2014


  • Lo Szépmüvészeti Múzeum di Budapest

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