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Il San Francesco ‘dal’ Caravaggio nel Museo dei Cappuccini

Di tanto in tanto, una buona notizia caravaggesca e per la capitale in particolare. Con l’apertura del nuovo Museo dei Cappuccini si rende finalmente visibile il «San Francesco in meditazione» troppo a lungo celato tra le mura conventuali dell’Immacolata Concezione in via Veneto, se si eccettuano rare uscite per mostre.
L’opportunità dunque ben si contestualizza in un percorso che muove all’insegna dei valori di cultura e spiritualità francescana attraverso documenti e testimonianze di varia natura – manufatti artistici, volumi a stampa e manoscritti, paramenti liturgici e arredi sacri, semplici oggetti di uso quotidiano, pressoché tutto realizzato dagli stessi frati – avvalendosi pure di innovativi mezzi multimediali e interattivi (pur non sempre pertinenti e taluni perfezionabili) specie laddove si ripercorre la storia dell’Ordine con maggiore riguardo alla Provincia Romana, nel solco di un messaggio sempre attuale rinnovatosi sino ai nostri giorni grazie anche a figure come San Pio da Pietrelcina e Padre Mariano da Torino. Forte elemento di richiamo resterà certo la suggestiva Cripta, singolare architettura che un (altro) genio «stravagante» ideò con i resti mortali dei frati, ora accessibile solo entro il percorso museale, ma recuperandone il corretto senso di percorrenza.
Il visitatore, nell’itinerario cadenzato dalle sezioni espositive, può cogliere in definitiva quei principi di pauperismo e religiosità cappuccina ben esemplificati in un quadro come il «San Francesco», probabilmente non a caso assieme al Battista il santo più rappresentato o comunque di maggior riferimento nelle commissioni ricevute dal Merisi nell’intera sua produzione (ricordiamo almeno, oltre a quanto segnalatoci per l’occasione, anche il «San Francesco» della napoletana Sant’Anna dei Lombardi distrutta da un terremoto, la «Madonna con Bambino e santi» e una pala d’altare a Tolentino, quest’ultime invero non si sa bene se eseguite, con o senza la figura dell’assisiate).
L’opera trova così una sede definitiva e si offre, oltre che alla pubblica fruizione, al dibattito critico. Si ripropone difatti l’annosa questione dell’autografia, e se alla luce delle indagini scientifiche sembrava già risolta in favore della versione di Carpineto (in deposito nel vicino Palazzo Barberini), si vorrebbe qui privilegiare la tela esposta, in una sezione a sé curata da Claudio Strinati, fin qui accolta da una parte minore degli studiosi, Mina Gregori su tutti. E, di più, con l’occasione si sdoganano due ulteriori redazioni in collezioni private (romana e londinese).
Ad ogni modo il capolavoro di indiscutibile pregio è sotto gli occhi di chiunque. E da qui e dal museo tutto, si invita il visitatore a completare l’arricchimento culturale con una sosta alla chiesa attigua, scrigno d’arte seicentesca in cui rifulge il «San Michele Arcangelo» di Guido Reni (accanto a un caravaggesco «Cristo deriso» dell’Honthorst), ivi incluse il meno noto coro-pinacoteca e, addentrandosi sempre più, appassionatisi oramai a tal punto, le cellette dei santi Felice e Crispino.

di Michele Cuppone, edizione online, 3 agosto 2012


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