Il Giornale dell\ ilgiornaledellarte.comwww.allemandi.com

Documenti


Quando Bologna distrusse un Michelangelo

Rimasto a Firenze senza protettori e stipendio dopo la morte di Lorenzo de’ Medici (1492), Michelangelo, ventenne, respinto da Venezia si reca a Bologna, dove per caso il patrizio Aldrovandi gli affida l’incarico di integrare con tre sculture (san Petronio, san Procolo e un angelo reggitorcia) l’arca di Niccolò dell’Arca per San Domenico. A Bologna verrà richiamato da Giulio II per realizzare una sua gigantesca statua in bronzo. Tre anni dopo sarà tirata giù e i frantumi utilizzati per fare la più grande colubrina del tempo, «la Giulia», usata forse dai Lanzichenecchi nell’assedio di Roma

Angeli reggitorcia di Niccolò dell’Arca e Michelangelo (sullo sfondo). Foto Lorenza Selleri

Quando si pronuncia il nome augusto di Michelangelo la mente corre subito a luoghi come Firenze e Roma e nessun’altro. Certamente non si pensa mai a Bologna, dove Michelangelo ha lasciato invece ben tre opere più una che è andata distrutta, ma che comunque ha realizzato a Bologna e per Bologna. Tutta la vicenda bolognese di Michelangelo si svolge praticamente in un anno: un anno che appartiene all’ultimo decennio del secolo in cui lui nacque, il Quattrocento, un anno che gli aveva dato non poche soddisfazioni ma al contempo anche non pochi dolori. Michelangelo era figlio di un piccolo funzionario mediceo, nato a Caprese, un paesino molto pittoresco ma di scarsissima importanza, arrampicato sulle montagne del Casentino, e il padre premeva che il figlio si recasse a Firenze a studiare anche lui legge, perché anche allora come oggi si ambisce dare ai figli un futuro ed una posizione sicura, in quel caso di funzionario mediceo. Michelangelo andò a Firenze a studiar diritto ma si fece amico di pittori, subito, e con loro si dava a parlar di pittura e improvvisarsi pittore tanto che Ghirlandaio lo prese come aiuto in un’impresa gigantesca a cui aveva mano a quell’epoca e che ci è rimasta: le «Storie Evangeliche» dell’abside della chiesa di Santa Croce, e sembra che anche Michelangelo vi abbia messo mano in qualche dettaglio. Tra gli allievi del Ghirlandaio vi era il Granacci (Francesco Granacci, 1469–1543, pittore del primo Manierismo fiorentino Ndr), buon pittore, molto amico di Michelangelo e che riuscì ad aprirgli la strada presentandolo all’uomo più potente di Firenze e fra i più intelligenti della sua epoca: quell’uomo era Lorenzo de’ Medici, il Magnifico. Si sviluppò allora una sorta di amicizia paterna da parte di Lorenzo nei confronti di Michelangelo: il Condivi (Ascanio Condivi, 1525-74, di famiglia patrizia, fu amico e allievo di Michelangelo Ndr), che è un pittore minore ma che ha il grande merito di aver condiviso la giovinezza di Michelangelo, ammirandolo, sbalordito, per ritirarsi poi nel suo paese natale e dipingervi qualche quadro più per diletto che per professione, nel 1553 pubblicò la biografia di Michelangelo dalla quale si traggono molte notizie utilissime fra cui il fatto che Lorenzo il Magnifico convocò il giovane Michelangelo, di 15 anni, nel Giardino di San Marco. I Medici avevano allestito un bel giardino vicino a piazza San Marco e lì tenevano pezzi antichi, sculture e marmi romani, archeologie su cui si poteva studiare sotto la guida di Bertoldo di Giovanni, scultore bravo ma non eccelso che essendo stato allievo di Donatello era in grado di insegnare moltissimo di tecnica della scultura. A quegli anni risale uno dei capolavori giovanile di Michelangelo, quella «Lotta dei Lapiti e dei Centauri» il cui soggetto forse fu suggerito al giovane Michelangelo da un altro personaggio che Lorenzo il Magnifico gli aveva messo accanto per farlo crescere nella cultura: Angelo Poliziano. In più circolava in quell’ambiente Marsilio Ficino, il più grande filosofo neoplatonico del Rinascimento italiano che diede impronta caratteristica alla cultura rinascimentale. In quel cenacolo d’arte e belle lettere quindi, Michelangelo giovane fra i 15 e i 19 anni aveva trovato la sua via: non si interessava più di legge ma disegnava, scolpiva, imparava… Finché tutto si stravolge per una serie di fatti che accadono quasi contemporaneamente e rendono quel decennio 1490-1500 così cruciale nella vita di Michelangelo: nel 1491 Bertoldo muore, perciò non c’è più il maestro di tecnica della scultura; ma questo in fondo è il minore dei mali. Assai peggio è che l’anno dopo, 1492, mentre le navi di Colombo stavano approdando in quella terra che lui credeva fosse il Giappone, moriva Lorenzo de’ Medici e quindi Michelangelo si trova senza casa, senza pranzo e senza cena perché abitava a corte di Lorenzo, senza stipendio e senza protettori. Gli rimaneva Poliziano che però muore nel 1494, altro annus horribilis alla storia d’Italia che vede anche Firenze coinvolta nella vicenda più tragica che ridicola di quella invasione francese di Carlo VIII, detta la «Guerra del Gesso» perché il gesso serviva a delimitare gli accampamenti e l’esercito francese non combatté mai, se non ritirandosi, eppure attraversando indenne la Penisola e provocando grandi sconvolgimenti, fra cui la cacciata da Firenze dei Medici, che si rifugiarono proprio a Bologna. A Firenze si instaurò la repubblica «dei Piagnoni» di cui si era fatto capo, per astio popolare ai Medici unito ad ammirazione ma soprattutto a soggezione del popolo, il frate domenicano Gerolamo Savonarola che predicava, e imponeva, una condotta di vita severa ed era perfino iconoclasta, perché spregiava ogni scultura e dipinto che non fosse conforme ai dettami della religione e ne fece anche qualche rogo. Questo dunque il clima in cui il giovane Michelangelo si ritrova, senza più un baiocco e che lo costringe al ritorno a Caprese alla casa paterna. Là però nessuna possibilità vi era per un artista e quindi Michelangelo pensò di andarsene a lavorare a Venezia dove gli avevan detto esservi gran ricchezze e fermento di costruzione di palazzi e necessità di scultori. Affrontò dunque quel gran viaggio, in parte a cavallo, in parte a dorso di mulo per valicare la Futa e poi ancora per acqua, il Reno, il Cavaticcio, i canali e le paludi di Comacchio per arrivare a Venezia. Nella Serenissima non trovò nessuno che gli affidasse un pur qualsiasi lavoro, tale era il protezionismo imposto dalle locali corporazioni, fatte di scultori veneti ma perlopiù lombardi, che certo non ambivano al confronto con un fiorentino giovane e già in fama di bravura. Brevissimo perciò fu il soggiorno veneziano. Sulla strada del ritorno Michelangelo arrivò a Bologna dove si fermò nella speranza di trovare un committente. Bloccato al controllo dei dazieri per non aver pagato la tassa d’entrata, gli fu comminata una multa di 50 bolognini, quando Michelangelo di bolognini non ne aveva neppure mezzo; ma la Fortuna volle che al Dazio si trovasse in quel momento Giovan Francesco Aldrovandi, patrizio e senatore bolognese che pagò per lui dazio e multa perché quel giovane fiorentino gli andasse in casa a far da lettore delle opere dei grandi maestri Dante, Petrarca e Boccaccio perché all’Aldrovandi, che pur come tutti i nobili bolognesi parlava in dialetto, non piaceva ascoltarli storpiati dalla cadenza cittadina. Aldrovandi forse intuì anche la complessità del personaggio del giovane fiorentino che si era preso in casa e fatto sta, incredibilmente, che di lui si ricordasse nel suo ruolo di capo proprio di quella commissione di Anziani del Comune che presiedeva all’Arca di San Domenico, il sepolcro del santo che non fu pagato dai Domenicani bensì dal Comune di Bologna, e al quale stava lavorando da molti anni, dagli anni 1470 in poi, Niccolò detto appunto «dell’Arca», anche lui un forestiero: si firmava Nicolao de Apulia ma era più probabilmente di Ragusa, com’è scritto in vari documenti. Scultore molto abile, ricercato e raffinato, aveva imparato il mestiere prima in Dalmazia e poi a Napoli, alla cui corte aragonese si avvicendava gran giro di scultori ed artisti provenienti dalle corti del Settentrione, soprattutto di Borgogna, con gli allievi di Claus Sluter che in scultura avevano lo stile di Jan van Eyck in pittura. Niccolò venne a Bologna per completare la decorazione di quell’arca duecentesca ch’era stata realizzata a Siena da Nicola Pisano con l’allievo suo Arnolfo di Cambio e che al Comune appariva troppo semplice sarcofago, bisognoso di maggior fasto con necessità di statue di Apostoli e di tutti i Santi protettori di Bologna e al quale Niccolò appunto tanto lavorò da guadagnarsi il nome di «Niccolò dell’Arca». L’eco nordica e cortese di questa scultura è evidente: gli Evangelisti sono accovacciati su stessi, tutti intenti a scrivere i loro Vangeli ed hanno tutti e quattro copricapi enormi, elaborati come i cappelli dei signori borgognoni ma anche quanto i turbanti dei mercanti turchi da Niccolò senz’altro visti in gioventù a Ragusa, e a ciò si unisce una chiara ispirazione al naturalismo della pittura fiamminga di van Eyck per cui le figure hanno naturalezza e credibilità straordinarie. L’angelo portacero sulla sinistra guardando l’altare è di tal bellezza femminea da far sorgere il dubbio che di non di un angelo si tratti bensì di una «angela», e perfino ritratto della moglie giovanissima dello stesso invece già anziano Niccolò, Margherita Boatieri. Le sculture di Niccolò ritraggono tutti i santi protettori di Bologna, reali o di fantasia che fossero, come forse lo stesso san Petronio, la cui vita fu scritta sei secoli dopo la sua esistenza, ma che fu scelto dal Comune proprio a significare un’ennesima dimostrazione di indipendenza da Roma che voleva imporre un protettore tratto dal suo Martirologio, oppure san Floriano, di cui si sa solo che combatté i Persiani in Oriente nel VII secolo, ritratto come un guerriero medievaleggiante, e san Procolo, di cui solo si sa che fu un legionario convertitosi al Cristianesimo e perciò decapitato. Le due statue più belle ritraggono un gentiluomo elegantissimo in vesti e attitudini rinascimentali ed è certamente il ritratto di Giovanni II Bentivoglio, splendido signore di Bologna alla fine del Quattrocento, e pendant vi è l’altra, la mia preferita, quella di un artigiano con un mantello gettato sulla spalla, gli stivali slacciati a ricadergli sugli stinchi la zazzera incolta, un viso vagamente slavo dagli zigomi alti che quasi certamente è l’autoritratto di Niccolò. Orbene, Niccolò dell’Arca muore proprio in quel 1494 in cui a Bologna arriva Michelangelo ed è in quel frangente che Giovan Francesco Aldrovandi affida al suo lettore la realizzazione di alcune sculture per terminare l’Arca di San Domenico utilizzando quegli ultimi piccoli blocchi di marmo rimasti nella bottega di Niccolò. Non si dimentichi che era assai difficile avere al di qua dell’Appennino blocchi di marmo di grandi dimensioni, perché il trasporto ne era quasi impossibile. Michelangelo realizzò uno stupendo san Petronio proprio al centro dell’Arca da cui si capisce immediatamente quanto di antica scultura romana Michelangelo avesse visto e studiato: l’abito ecclesiastico è una toga senatoria dalle scanalature profonde e pieghe ben rilevate, il volto del santo è il volto di un console romano e quindi Michelangelo introduce l’amor d’antico in una città in cui la cultura figurativa era sì alta ma molto poco umanista e priva di riferimenti all’antichità, dominata dalle opere di Cosmè Tura e del Cossa e soprattutto di Ercole de’ Roberti, le cui opere Michelangelo aveva certamente visto ma che l’avevano colpito assai meno di quelle sculture di Jacopo della Quercia sul portale di San Petronio: sculture di settant’anni prima ma che già sapevano di riscoperta dell’antico e di cui Michelangelo si ricorderà, soprattutto delle due figure nude di Adamo ed Eva, affrescando la volta della Sistina. Dopo san Petronio, Michelangelo realizza il san Procolo, che purtroppo per noi nel 1572 fu danneggiata perché l’«archista» (così si chiamava il frate incaricato della cura dell’Arca) di allora, l’ottantenne fra’ Lodovico ne aveva affidata la manutenzione al distratto converso Peregrino da Bologna che la fece cadere e la statua, rotta in quattro o cinque pezzi, fu rimessa insieme alla bell’e meglio da uno scultoretto di bottega. Terza opera restava l’altro angelo portacero, a contraltare a quello bellissimo e muliebre, dalla chioma lunga e ondeggiante e dalle vesti da dama fiamminga che riproduceva le forme della moglie di Niccolò e la sfida era perciò la più ardua e rischiosa. Il genio di Michelangelo gli fa scegliere la contrapposizione totale: un angelo che ha la testa di un giovane Cesare romano, i ricci attaccati al capo, e che senza movenze fluide e massiccio nel fisico brandisce più che sostiene un cero ch’è grande il doppio dell’altro, lo sguardo fiero e severo. E questo sguardo è la «firma» di Michelangelo come, in parte, è anche «firma» di Michelangelo la posa di san Procolo: quella mano che trattiene sulla spalla il mantello è la stessa che dieci anni dopo Michelangelo userà per il gigantesco David di Palazzo Vecchio a Firenze. Questa presenza di Michelangelo a Bologna resta però isolata e intatta, non comunica, non germoglia, né nella scultura né nella pittura: l’arte di Michelangelo resta «di passaggio». Finito il suo lavoro all’Arca, Michelangelo smise di raccontare in bell’accento toscano al senatore Aldrovandi le storie di Boccaccio e se ne tornò a Firenze e poi a Roma, dove realizzò quella «Pietà» di San Pietro che è la sua unica opera firmata ed è l’opera di un ventenne. Comunque a Bologna le opere di Michelangelo ci sono e ci restano. E ci resta anche un rimpianto, perché poteva esserci anche un’opera di più. Dodici anni dopo il soggiorno bolognese di Michelangelo, moriva nel 1506 papa Borgia, Alessandro VI, e gli succedeva il suo arcinemico Giuliano della Rovere, Giulio II, che trasformò a suo favore la politica di assoggettare le Romagne ch’era stata del Duca Valentino Cesare Borgia. Mancava solo Bologna, dov’erano signori, ma poco amati, i Bentivoglio, ambiziosi anche loro di domini romagnoli. I nobili bolognesi, capita subito l’aria che tirava, si adoperarono perché Giovanni II e Ginevra Bentivoglio se ne fuggissero in fretta e accolsero in trionfo Giulio II che entrò in città con la tiara in capo e la corazza indosso, a significare il suo duplice ruolo di capo spirituale e politico. Con Giulio II giunge a Bologna il Bramante che prontamente costruisce per il papa bellicoso la rampa per salire a cavallo al piano nobile del Palazzo Comunale, una dimostrazione in più del suo potere. Manca però Michelangelo, in quel momento a Firenze, e Giulio II lo manda immediatamente a chiamare che senza indugi si precipiti a Bologna per realizzargli un’enorme statua in bronzo, seduto e col braccio apostolico levato a monito ed imperio. Michelangelo era uno scultore «per via di levare», secondo l’idea platonica di Marsilio Ficino che la bellezza dell’opera era già racchiusa nella pietra ed quindi lo scultore deve solo liberare l’idea della scultura togliendo il superfluo. Perciò la tecnica dello scolpire in bronzo non andava per niente a genio a Michelangelo, ma quello era il volere del papa e Michelangelo, obtorto collo, si adeguò. E la statua di bronzo fece e fu una statua enorme e vi è un commento riportato dal Condivi sul braccio teso: «Ma quella mano a che serve?», chiese il pontefice, e Michelangelo rispose: «Serve a benedire i vostri agnelli, ma al contempo ad ammonirli che, se disobbediscono, il castigo non mancherà». La statua fu montata nel 1508 e fu distrutta tre anni dopo nel 1511 quando il figlio di Giovanni II, Annibale II, riuscì per poco a riprendere la signoria di Bologna. Secondo me, l’ho sempre pensato, Annibale Bentivoglio, arrivato in piazza Maggiore, davanti alla facciata di San Petronio, guardando quella statua enorme grande tre volte la statua della Madonna che le stava sotto, deve aver esclamato: «Cus’él qal bagàji?» (traducibile con «Che cos’è quell’affare?», Ndr) e se non è vera e ben trovata! E ordinò subito di prendere i famosi canapi bolognesi, celebri in tutto il mondo e usati non solo dalla marina veneziana ma persino da quella inglese, per tirala giù. Il bronzo ovviamente andò in frantumi e quel bronzo spaccato fu venduto da Annibale al cognato Alfonso d’Este, grande appassionato d’artiglierie, che l’utilizzò per farne la più grande colubrina del tempo, chiamata appunto «la Giulia» e non è improbabile che proprio la Giulia sia stata usata dai Lanzichenecchi nell’assedio di Roma. Della vanagloriosa statua di Giulio II non si sa neppure che aspetto avesse: l’unica testimonianza ritrovata, riemersa dai fondi di archivio pochi anni fa, è un disegno, mediocre ma di un architetto, di uno dei tanti progetti per il completamento della facciata di San Petronio. In questo disegno, benché appena tracciato a matita, si vede chiaramente che sopra la porta con le sculture di Jacopo della Quercia e sopra la lunetta con le statue della Madonna e dei due santi protettori Ambrogio e Petronio, vi è una seconda lunetta con una statua di pontefice. Tutto qui: l’unica caratteristica che è dato dedurne è l’enormità delle dimensioni. Dopo quest’opera così effimera nonostante le intenzioni, Michelangelo se ne andò da Bologna e non vi rimise più piede né realizzò mai più un’altra statua in bronzo».
Eugenio Riccòmini

Testo raccolto da Giovanni Pellinghelli del Monticello
© Riproduzione riservata
Felsinae Thesaurus, il programma di restauro della Basilica di San Petronio, organizzato dalla Fabbriceria celebrerà nel 2013 il 350° anniversario del completamento della sua costruzione. è un’occasione unica di eventi: conferenze, concerti, mostre, visite guidate e presentazioni multimediali. Nell’ambito di «Intorno a San Petronio. Conversazioni d’arte, cultura, restauro e valorizzazione» il 29 maggio, nella Sala dei Carracci di Palazzo Magnani, era prevista una conferenza di Eugenio Riccòmini sulla fugace ma tangibile presenza di Michelangelo a Bologna. A causa del terremoto l’incontro non ha potuto avere luogo ed è stato rimandato al 25 luglio «sotto le stelle» in piazza Maggiore. Eugenio Riccòmini ha anticipato a «Il Giornale dell’Arte» il contenuto del suo intervento, come di consueto zeppo di aneddoti e arguzie che richiamano le folle.

di Eugenio Riccòmini , da Il Giornale dell'Arte numero 322, luglio 2012


  • Santi Floriano, Matteo e Vitale di Niccolò dell’Arca. Foto Lorenza Selleri
  • L’Arca di San Domenico nella Chiesa di San Domenico a Bologna. Foto Lorenza Selleri
  • Eugenio Riccòmini

Ricerca


GDA dicembre 2017

Vernissage dicembre 2017

Vedere a ...
Vedere a Napoli 2017

Vedere in Canton Ticino 2017

Vedere in Sardegna 2017

Vedere a Torino 2017

Focus on Figurativi 2017


Società Editrice Umberto Allemandi & C. spa - Piazza Emanuele Filiberto, 13/15, 10122 Torino - 011.819.9111 - p.iva 04272580012