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Vernissage


Urs Fischer

Eclettico, spettacolare e metamorfico, Urs Fischer, il Cattelan svizzero, è il primo artista della collezione Pinault ad allestire una personale a Palazzo Grassi: tra le opere, la ricostruzione del suo atelier

Urs Fischer © Matteo De Fina; courtesy Palazzo Grassi

Urs Fischer ritrae gli oggetti quotidiani che lo circondano: frutta, gatti, sedie e candele sono motivi ricorrenti nella sua opera. La trasformazione e l’entropia sono per lui sia temi sia tecniche. Alla scorsa Biennale di Venezia l’artista svizzero, classe 1973, è stato acclamato per tre monumentali opere in cera munite di stoppini accesi come candele, raffiguranti una sedia, il ritratto dell’artista Rudolf Stingel (suo amico) e una copia della scultura in marmo «Il ratto delle Sabine» di Giambologna. Le sculture si sono lentamente sciolte durante la mostra.
Fischer ha raggiunto il successo all’inizio della carriera e, pur avendo lasciato la Svizzera per trasferirsi a New York, il suo lavoro è ancora spesso accostato a quello di artisti europei come Fischli e Weiss, Franz West, Dieter Roth e Georg Herold. Fischer ha avuto una formazione da fotografo. Molte delle sue opere affrontano i temi della mimesi e dei limiti della rappresentazione, come nella serie tuttora in progress di scatole specchianti, sulle quali stampa fotografie di oggetti. È incline a gesti spettacolari: nel 2007, per l’opera «You», ha scavato un buco nel pavimento della Gavin Brown’s Enterprise di New York.
Fischer è il primo artista protagonista di una personale a Palazzo Grassi, una delle due sedi della Fondazione François Pinault. Intitolata «Madame Fisscher» e aperta dal 15 aprile al 15 luglio, la mostra, curata da Caroline Bourgeois, raccoglie opere datate dalla metà degli anni Novanta. Di particolare impatto la ricostruzione dello studio dell’artista, un luogo che lui ha battezzato appunto «Madame Fisscher». «È uno dei più importanti artisti del suo genere, afferma la Bourgeois, e ha un modo unico di lavorare perché è autodidatta». La mostra occupa due piani di Palazzo Grassi per un totale di 2mila mq. Sono presentate più di trenta opere, alcune in prestito dalla collezione personale dell’artista, altre dalla Fondazione François Pinault. La Bourgeois conferma inoltre l’arrivo di opere in prestito da circa dieci collezioni internazionali, oltre ad alcuni lavori inediti.
Abbiamo  intervistato Fischer durante «Beds and Problem Paintings», la sua prima mostra con la Gagosian Gallery, allestita nella sede di di Beverly Hills.
Nella sua nuova serie di serigrafie «Problem Paintings» lei sovrappone a scatti fotografici di attori hollywoodiani oggetti come viti, chiodi, frutta e verdura. Per lei Hollywood è sempre stata fonte di ispirazione?
Penso si dovrebbe vivere in una foresta per non essere influenzati da Hollywood. Credo che oggi come oggi l’industria dello spettacolo e della pubblicità incida sulla vita di chiunque. Un po’ come la chiesa cattolica: Hollywood è il Vaticano. Forma la tua immagine del mondo, di te stesso, di ciò che è giusto e sbagliato. In queste opere il riferimento in particolare è all'epoca d'oro della patria del cinema. È un modo particolare di dare forma all’immagine di una persona che non è personale, ma idealizzata. Il punto non sono tanto i volti sullo sfondo, ma gli oggetti in primo piano. Mia figlia quando li guarda non dice: «Oh è Veronica Lake». Dice: «Limone! Fungo! Insalata!». Gli oggetti in primo piano sono molto più universali di quelli sullo sfondo: è questo che la gente non capisce, perché guarda il livello sbagliato del quadro.
Lei vive da tempo negli Stati Uniti. New York l’ha influenzata?
Sì, certo. Tutto mi influenza. Quella di New York è un’influenza positiva, mi piace.
Ha a che fare con l’importanza delle dimensioni nel suo lavoro?
No. Realizzo opere di grandi dimensioni fin dal 1993. Ha più a che fare con la mente e il suo ambito d’azione. Le cose che hanno a che fare con lo spazio seguono le regole spaziali; gli oggetti che stanno di fronte a noi, ovvero nel raggio della spalla e del braccio di una persona sedura, sono piccoli. Poi ci si può alzare e fare così [stende le braccia] per avere un rapporto più umano e diretto. Ed è proprio questo che fa l’arte. Stare a chiedersi perché si usano oggetti grandi o piccoli non conta. Non sono le dimensioni fisiche di un’opera a renderla grande o piccola. Un esempio è la scultura di Hitler di Maurizio Cattelan, «Him», collocata in una grande sala. È grande o piccola? Per me è grande, perché non penso all’opera ma allo spazio che la circonda e quindi è un’opera molto, molto grande.
Perché allora in molti lavori ingrandisce degli oggetti trovati?
Perché mi piace. Gli artisti fanno arte. Non c’è nulla di speciale in questo. È l’arte che faccio. Voglio fare questo. Si può dissezionare qualsiasi cosa in un modo e il giorno seguente farlo in modo diverso. Non è come una macchina che si può smontare. In parte sì, ma il tuo interesse per la dissezione dell’arte cambia ogni anno a seconda del tuo umore e della cultura. Come artisti non dissezioniamo, assembliamo. Quindi io penso: «Faccio questo; è questo che faccio». Non devo giustificare niente con nessuno, perché quando cerchi di farlo, quando provi a rispondere a questo tipo di domande non ne cavi fuori nulla. Il vantaggio dell’arte è che fa quello che fa.
La tecnologia per lei è importante?
La gente vede che uso il computer e quindi dice che faccio computer art. Non si tratta di fare computer art, ma semplicemente di usare un nuovo strumento. Usiamo tutta questa roba perché ormai fa parte della nostra vita.
La sue scatole-specchio sembrano legate alle scansioni tridimensionali.
Sa una cosa? Avete tutti capito male. Ha mai inciso un oggetto? Nell’incisione di vecchia maniera si aveva una prospettiva su ogni lato di un blocco e lo si incideva, dandogli una forma. Si tratta di questo; è un modo minimale per avere uno spazio occupato da un oggetto nella stanza senza averlo davvero lì, ma rende lo spazio che occupa molto più aggressivo rispetto a un oggetto reale. Non so se sia una tecnica o meno. A lei importa se il suo frigorifero ha il microchip o no? Non penso proprio.
Perché nella sua produzione ogni lavoro è sempre una sorpresa rispetto a quello precedente?
Ci sono persone che lo dicono e altre che pensano: «Oh, di nuovo la stessa cosa». A me non importa. L’unico aspetto interessante dell’arte è quello che uno fa durante la sua intera esistenza e la possibilità che ha l’arte di viaggiare nel tempo. L’arte sopravvive solo grazie all’eccellenza di pochi geni del passato. C’è molta roba in giro che non ha la benché minima ambizione e in qualche modo funziona. Assolve il suo scopo. Ma la dimensione dello spazio è definita dalle cose che sono state fatte e che hanno aperto altre vie. Non parlo del genio dell’artista, assolutamente. Parlo dell’efficacia di certe opere, di come influiscono sulla tua percezione del mondo. In definitiva si tratta di questo. Quando qualcosa ti ispira, lo fa sul serio.
Si sente come un artista che deve rendere il suo lavoro refrattario all’interpretazione critica?
No. A volte l’interpretazione critica ha la stessa ambizione che ci metto nel mio lavoro; poi c’è quella superficiale. La seconda non mi interessa, la prima sì.
Può parlarci della mostra a Palazzo Grassi?
Ci sono anche opere che non vedevo da molto tempo, in alcuni casi anche dieci o dodici anni. Le fai e vanno per la loro strada; poi tornano e in quel momento le guardi davvero.
Come si sente quando rivede delle sue vecchie opere?
L’ho appena fatto per la mia mostra alla Kunsthalle di Vienna. Alcune erano belle, altre meno. Ma tanto non ci si può fare niente e quindi cerchi di essere comprensivo.
Sta lavorando anche a nuove opere?
Ce ne sono a Palazzo Grassi.
In contemporanea alla mostra ha in programma la proiezione di alcuni film.
Sì, sono dei film che mi piacciono e che trovo interessanti, alcuni buoni altri meno.
Di che cosa si tratta?
Di pellicole cinematografiche e documentari.
Il che ci riporta all’influenza di Hollywood sul suo lavoro...
Che cosa, il fatto che mi piacciano i film? A chi non piacciono? Dai!
Che cosa la spinge ad alzarsi la mattina?
Il mio gatto che mi lecca l’orecchio.

© Riproduzione riservata

di Jonathan Griffin, da Il Giornale dell'Arte numero 319, aprile 2012


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