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Parigi città aperta

In una mostra al Palazzo dei Diamanti di Ferrara avanguardie e bohème, conversioni e pentimenti nella capitale abitata da Picasso, Mondrian, De Chirico e Dalí

Amedeo Modigliani Nudo, 1917 Olio su tela, cm 73 x 116,7 New York, Solomon R. Guggenheim Museum, Solomon R. Guggenheim Founding Collection

Ferrara. «Gli anni folli. La Parigi di Modigliani, Picasso e Dalí. 1918-1933» si svolge a Palazzo dei Diamanti dall’11 settembre all’8 gennaio. Parigi era nel periodo preso in esame dalla mostra un luogo, come scrisse Gertrude Stein, «in cui bisognava essere». Il «Nudo» di Modigliani del 1917 evidenzia lo spirito bohémien di Montparnasse e al tempo stesso annuncia un ritorno all’ordine che concorrerà alla fortuna critica e commerciale dell’Ecole de Paris. La «Tour Eiffel» di Delaunay esemplifica la quintessenza della modernità del periodo insieme allo stile tardocubista, mentre la «Maternità» di Picasso del 1921 riflette lo spirito classicista che prendeva piede tra le due guerre, in pieno ritorno all’ordine. La rassegna, prodotta da Ferrara Arte, riunisce 80 pezzi tra dipinti, sculture, costumi teatrali, fotografie, ready made e disegni. Il periodo venne definito «folle» per il fermento culturale e sociale che si respirava nella comunità intellettuale che si riuniva nei caffè, nei teatri e negli studi degli artisti: quelli dove Mondrian, presente con «Composizione con rosso giallo e blu» del 1922 e «Composizione con blu», elabora il suo linguaggio neoplastico e  di Alexander Calder che nel 1930 decise di indirizzarsi verso un linguaggio non oggettivo.
Sono 9 le sezioni allestite dalle curatrici Simonetta Fraquelli, Maria Luisa Pacelli e Susan Davidson: «I nodi critici su cui abbiamo fondato le ricerche sono il rapporto tra diverse generazioni di artisti e l’analisi dei poli della geografia artistica collocati nei caffè di Montparnasse e Montmartre. Attenzione anche al filo rosso di diversi ambiti artistici: le rivoluzionarie produzioni dei balletti russi e svedesi che videro collaborare musicisti, coreografi, letterati insieme agli autori di bozzetti e costumi». Si parte con «Ponte giapponese» di Monet e «La Fonte» di Renoir, che dimostrano come nel primo dopoguerra sono ancora all’opera gli impressionisti. La seconda e la terza illustrano rispettivamente la città crocevia di giovani talenti e l’attrazione per la costa mediterranea dove Matisse, Bonnard e Maillol dimorarono per lunghi periodi in alternativa a Parigi. La quarta parte illustra l’evoluzione dell’ultimo Cubismo e il suo superamento da parte di Picasso, Braque, Léger e Gris, mentre la quinta analizza lo studio di Mondrian. Sezioni specifiche sono dedicate al teatro, con allestimenti disegnati da Matisse, De Chirico, Léger e Larionov e alla torre Eiffel con foto di Man Ray, André Kertész, Eugène Atget, Ilse Bing e Germaine Krull. Le ultime parti infine illustrano il ritorno a forme classiche da parte di Picasso, Derain, Severini e De Chirico, e la rivoluzione di Dadaismo (presenti Duchamp, Man Ray, Picabia) e Surrealismo (Max Ernst, Miró, Tanguy e Dalí).
Grande assente, come riconosciuto dalle stesse curatrici, una scultura significativa di Brancusi: la concomitanza di altre esposizioni e la fragilità delle opere dello scultore rumeno hanno reso impossibile il prestito.

© Riproduzione riservata

di Stefano Luppi, edizione online, 6 settembre 2011


  • Robert Delaunay La Tour Eiffel, 1924-26 Olio su tela, cm 160,6 x 120 Washington, Hirshhorn Museum and Sculpture Garden, Smithsonian Institution © L & M Services B.V. The Hague, by SIAE 2011

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