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Interviste

Gabriella Belli

Gabriella Belli dirigerà i Musei Civici veneziani: «Credo nella funzione pubblica della tutela e non nella cultura business. I privati? Fondamentali, ma continuando ad aprire musei loro impoveriranno quelli pubblici»

Gabriella Belli «domina» la rotonda del Mart

Il passaggio di consegne tra Giandomenico Romanelli e Gabriella Belli per la direzione della Fondazione Musei Civici di Venezia è tra capitani di lungo corso. Il primo era in servizio da 32 anni; lei, lasciando la direzione del Mart, il Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, interrompe un rapporto iniziato nei primi anni Ottanta. Trentina, classe 1952, membro della Commissione Nazionale per la Promozione della Cultura Italiana all’Estero del Ministero degli Affari Esteri, insignita dell’onorificenza di cavaliere delle arti e delle lettere di Francia, la Belli, oltre all’attività istituzionale, ha all’attivo la curatela di una sessantina di mostre. Prenderà servizio come direttrice della Fondazione Musei Civici di Venezia in autunno: nel momento in cui ha accettato di rilasciare questa intervista al nostro giornale, ha precisato che prima del suo effettivo insediamento preferisce non entrare nei dettagli del suo nuovo ruolo. Del resto, la sua vicenda professionale è saldamente legata a Trento e Rovereto, «anche se a volte, spiega, ho l’impressione che dopo trent’anni di lavoro molti non mi abbiano ancora identificato esattamente nel ruolo che ho ricoperto. Ad esempio tante persone sono convinte che io sia arrivata nel 2002, quando abbiamo aperto la nuova sede del Mart, o nel 1989, quando è stata approvata la sua realizzazione. Ma io sono qui dal 1981. È una parte della mia vita professionale poco conosciuta, ma della quale io vado particolarmente orgogliosa; è una storia sommersa, poco visibile, ma è il periodo dal quale poi è nato il Mart».
Allora è bene ripercorrerla.
Nel 1971 vinsi un concorso per la Soprintendenza; in quel periodo lavorai soprattutto sulla tutela dei beni artistici del territorio, un’attività che amavo moltissimo. Quando nel 1981 venne deciso dalla Provincia autonoma di Trento di istituire una sezione dedicata all’arte contemporanea  a Palazzo delle Albere, sono stata chiamata a lavorare a quel progetto.
Di che cosa si occupava durante il suo lavoro alla Soprintendenza?
Iniziai con due lavori di catalogazione a tappeto, perché all’epoca c’erano gravi problemi di dispersioni e di vendite un po’ misteriose sul mercato antiquario di tutti gli ex voto della Provincia autonoma di Trento, molto ricca di santuari. Quindi mi occupai molto di arte popolare e di arti minori; si deve a quel periodo la pubblicazione di una sorta di mio vademecum nella storia della pittura votiva in Trentino. Mi occupai anche del problema dei furti di opere d’arte, altro argomento cui dedicai un libro. Oltre alla pittura votiva, quindi, estesi il mio ambito anche alla scultura lignea quattrocentesca e cinquecentesca.
Ambiti piuttosto avari per le ambizioni di una giovane storica dell’arte…
È vero. Agli storici dell’arte, soprattutto quelli laureati con studi sul Rinascimento, le arti minori apparivano meno significative. Ma proprio per questo potei godere di una grande libertà in un settore che per me si sarebbe rivelato fondamentale soprattutto per il mio futuro di studiosa del contemporaneo, in quanto mi ha convinto una volta di più circa l’importanza della trasversalità e dell’assenza di gerarchie tra le arti.
Con quale tesi si laureò?
Mi laureai con Anna Ottavi Cavina a Bologna, con una tesi sula pittura di corte in Russia nel XVIII secolo, soprattutto nel periodo di Caterina II. All’università studiai con professori molto importanti per una formazione a cavallo tra la storia dell’arte e la managerialità: Umberto Eco, Renato Barilli, Furio Colombo. Imparai molto anche durante il corso di specializzazione a Parma; qui, alla scuola di Arturo Carlo Quintavalle, nacque la mia propensione per la costruzione degli archivi storici. Ebbi la fortuna di assistere alla fondazione del Csac, Centro studi e archivi della comunicazione. Erano gli anni in cui iniziavano le acquisizioni di archivi importanti, soprattutto per quanto riguarda l’architettura, come quelli di Belgiojoso e Sambonet.
Come iniziò il suo lavoro a Palazzo delle Albere?
Proprio con l’acquisizione del primo nucleo della nostra biblioteca specialistica grazie alla donazione di  un critico d’arte del «Gazzettino» di Venezia, Silvio Branzi. Tenga presente che sino ad allora in Trentino non esisteva una biblioteca dedicata al Novecento, perché al Castello del Buonconsiglio più o meno la cronologia si fermava ai primi dell’Ottocento. Ottenni quella donazione perché avevo lavorato per riordinare la biblioteca Branzi durante la scuola di specializzazione. Riuscii anche a fare acquisire dalla Provincia gli archivi di Carlo Belli e di Luciano Baldessari. Soprattutto agli inizi, del resto, avevo in mente un progetto incentrato parte sul Futurismo parte sugli architetti razionalisti trentini. Da subito, quindi, volli legarmi all’identità del territorio.
Quindi il futuro Mart partì da zero…
In Trentino non c’era una tradizione istituzionale dell’arte contemporanea. C’erano due buone gallerie, una a Trento una a Rovereto, che lavoravano sul moderno; erano più o meno legate al Naviglio e al Cavallino di Venezia, e comunque ad alcune gallerie storiche importanti. In generale c’era uno scarso interesse per le arti visive, ma soprattutto non c’era nessuna consapevolezza che nel ’900 il Trentino aveva prodotto una sua tradizione dell’arte. Tra i pochissimi quadri che avevamo in dotazione, quasi tutti di carattere locale, ne ricordo uno di Savinio e uno di Fontana, questo acquistato alla metà degli anni Settanta e una bella scultura di Marino Marini. Io cercavo di studiare gli artisti locali che erano poco conosciuti; dedicai il primo lavoro a Luigi Bonazza, che era stato allievo di Gustav Klimt alla Kunstgewerbeschule a Vienna, ma sul quale la bibliografia era scarsissima. Volevo in quegli anni «ricucire» una storia dell’arte, un’idea di modernità, riprendendo via via gli autori più interessanti, quelli che io definivo i «provinciali internazionali», ossia quegli artisti che pur avendo lavorato in Trentino avevano tangenzialità molto forti con una cultura nazionale o internazionale. Quindi mi occupai, tra gli altri, di Tullio Garbari, di architetti come Adalberto Libera, Luciano Baldessari e dei Sottsass.
Quale fu il momento in cui il Mart iniziò a diventare una realtà?
Il momento che io considero aurorale per la nascita del Museo fu la mostra di Giovanni Segantini nell’87.  Qualcuno mi disse che ero pazza a lanciarmi in questa avventura, ma riuscii a mettere in cantiere, insieme ad Annie-Paule Quinsac, l’autrice del catalogo generale di Segantini, una mostra molto bella, con pezzi meravigliosi che venivano da Milano, da Roma ma anche da San Gallo, da St. Moritz, da Zurigo, dal Giappone. Ecco, quella mostra fu un po’ il passaggio del Rubicone, perché sino ad allora c’era sì interesse, la città frequentava il Palazzo delle Albere, però per Segantini vennero oltre 100mila persone, e si mise in moto un’economia culturale di cui prima non si intravedevano nemmeno le ombre. La Provincia comprese che il Museo poteva produrre cultura ed essere anche un volano per la crescita del territorio. Si fece una legge e il Comune di Rovereto, che aveva in ballo la questione di come gestire la Casa Museo Depero, all’epoca in condizioni piuttosto fatiscenti, stipulò un accordo con la Provincia e il Comune di Trento per accorparla, istituzionalmente, a Palazzo delle Albere.
Quali sono stati i momenti più difficili per la nascita del Mart?
Ci sono stati momenti difficili lungo tutto il percorso di costituzione del progetto perché è stato complicato ottenere il consenso necessario. La prima idea per la nuova sede di Rovereto è degli anni Novanta, con la volontà del Comune di costruire un Museo di una vastità e di un respiro proiettati nel futuro, dunque non solo di supporto per il Museo Depero. Il problema del consenso è stato complesso perché il fuoriscala del Mart già sulla carta aveva creato molti dubbi; ma anche la città di Trento si sentiva un po’ defraudata. In ogni caso la cosa più difficile fu far capire alla città e a tutti quelli che in qualche modo erano coinvolti, ossia le Commissioni Cultura della Provincia autonoma di Trento, che il Museo era un bene aggiunto importante e una grande occasione di crescita per una città e un territorio che avevano una vocazione turistica ma non ancora una tradizione di turismo culturale. Il cantiere partì nel 1996, dopo anni molto difficili; con Mario Botta, l’architetto autore del progetto, condivisi molte di queste fatiche, le riunioni, le conferenze che organizzavamo nelle circoscrizioni per dare consapevolezza ai cittadini.
Tra gli uomini politici chi vi sostenne maggiormente?
Il futuro presidente del Mart, Pietro Monti, allora sindaco di Rovereto; ma anche Paola Conci, assessore provinciale, che nel 1995 sbloccò il finanziamento. Certo poi che da quando è stato aperto il cantiere è stata un’emergenza fino al 2002, anno di inaugurazione del Museo.
Come costruì la collezione?
Il Mart nei suoi primi anni si stava costruendo una splendida reputazione sotto il profilo scientifico per la qualità delle mostre. Ma, ripeto, le collezioni sostanzialmente non esistevano. Quindi, a fronte di scarse risorse finanziarie, il mio maggiore sforzo in quel periodo consistette nel  costruire rapporti con un collezionismo italiano piuttosto deluso dal mondo dei musei. Ora è tutto molto diverso, ma allora i collezionisti erano risentiti per l’assenza di istituzioni, promesse e mai nate, e basti ricordare la vicenda della collezione Jucker. Riuscii a istituire intorno al Mart rapporti fiduciari molto forti con i collezionisti privati, con depositi a lungo termine. Oggi il Mart ha 97 collezioni in deposito. Questo è stato il punto di svolta perché non sarebbe mai bastata la «casa», per quanto meravigliosa. Oggi come ieri sulle collezioni si basano quei fondamentali rapporti di reciprocità museale internazionale.Tenga presente che all’epoca il Museo del ’900 di Milano non esisteva ancora.
Lei ha alcune riserve sul ruolo attuale delle fondazioni, che da partner che erano sono diventate protagoniste assolute. La prima pagina di «Il Giornale dell’Arte» in edicola mentre noi stiamo conversando titola: «È iniziata l’era dei musei delle banche».
Io credo nella funzione pubblica della tutela e noi tutti vorremmo che anche il privato concorresse a sostenere, a costruire e ampliare il museo della comunità in cui opera. Questo è un dato di fatto. Forse ho una mentalità un po’ superata ma rimango dell’idea che il fenomeno delle fondazioni e dei collezionisti privati che costruiscono un proprio museo abbia privato di molta energia le istituzioni che talvolta faticano anche a vivere o sopravvivere.
Com’è cambiato il sistema museale italiano per quanto riguarda il moderno e il contemporaneo?
Ci stiamo riallineando al resto dell’Europa e sono convinta che intorno al 2015 l’Italia colmerà il gap.
Come vive, o sopravvive, un museo in tempi di tagli e di crisi?
Io credo che sia in tempi di crisi sia in tempi normali i musei si debbano dirigere con la stessa sobrietà, severità e soprattutto con lo stesso alto obiettivo culturale e scientifico. Ho sempre pensato che i musei debbano avere una funzione culturale, civile e sociale. Nell’attuale crisi quel modello un po’ troppo spinto della cultura business affermatosi negli ultimi dieci anni mostra il fiato corto, proprio perché ci si sta rendendo conto che la cultura, soprattutto nel nostro Paese, deve servire per formare le classi dirigenti, per formare le persone, per educare alla creatività e per produrne. Certo, ben vengano i profitti, ma la funzione primaria di un museo è esclusivamente culturale. Ma per rispondere alla sua domanda, dico che nella crisi si sopravvive facendo conto, quando le risorse pubbliche si riducono molto, sul proprio patrimonio collezionistico, cosa che si fa anche in Germania, ad esempio. Ecco perché  è molto importante disporre di collezioni solide e di prestigio, sulle quali costruire mostre ma anche settori pedagogici di eccellenza. Un’altra via sono le coproduzioni con altri musei.
Un suo pallino, gli archivi, sono snobbati dai fans della cultura business…
Ma anche grazie agli archivi ho fatto del Mart, un museo decentrato, dove devi venire apposta,  un punto di riferimento. Ecco perché, tra l’altro, negli anni Novanta attivai una mappatura di tutti gli archivi di futuristi in mano a privati esistenti in Italia per poi via via acquisirli. È vero, l’ultima acquisizione, quella dell’archivio Sarfatti, ha bloccato ogni risorsa per l’acquisto di opere d’arte, ma si tratta di un insieme di tale ricchezza che però farà lavorare il Mart per altri vent’anni. E spesso dagli archivi nascono i progetti per le mostre temporanee.
Quando è arrivata la sua nomina ai Musei di Venezia, qualcuno ha scritto che Gabriella Belli avrà tirato un respiro di sollievo, vista l’aria che si respira a Rovereto…
Ma no, Rovereto è una meraviglia! Il Mart è un valore aggiunto all’economia culturale e finanziaria del luogo e, tanto per essere chiari, io ho sempre avuto un  rapporto piuttosto buono con la città.
Quale museo lascia al suo successore?
Un museo che quest’anno ha avuto più di 300mila visitatori, anche grazie alla mostra sulle sculture di Modigliani, una delle mie grandi sfide, frutto di un lavoro durato sei anni. E ora è in arrivo da Parigi la retrospettiva di Severini, che sicuramente ci consentirà di superare quella quota. Lascio un museo ben organizzato, con uno staff giovane e di primissima qualità che è cresciuto con me e con un settore economico e amministrativo molto forte e ben strutturato. Il consiglio d’amministrazione ha sempre portato avanti con grande fiducia il rapporto con la direzione scientifica ma anche incentivato continuamente gli sforzi per proiettarsi all’esterno. La collezione è tra le più belle d’Italia, forte di una trentina di Morandi, 16 De Chirico, un gruppo di significativi Carrà, un forte nucleo di Arte povera. Una collezione che permette molti sguardi sull’arte nazionale e internazionale e quindi dà la possibilità al direttore di continuare a cambiare la linea espositiva. Il settore formativo e pedagogico è uno dei più forti in Italia e oggi annovera più di 74mila presenze all’anno. Lascio una macchina che funziona.
Qual è il budget annuale del Mart?
Siamo sui 3 milioni e mezzo di euro all’anno.
Il nuovo direttore verrà nominato in tempo utile per non creare indesiderate vacanze del posto?
È quello che il consiglio di amministrazione e io vorremmo, ma queste sono ormai decisioni che non mi appartengono più.
Lei non desidera parlare ora del suo futuro veneziano, ma ha dichiarato che le piacerebbe avere carta bianca…
Questa affermazione non è nel mio stile: è la boutade, mettiamola così, di un giornalista che non mi ha mai intervistato. Io non voglio assolutamente avere carta bianca perché non mi è mai interessato averla. L’unica cosa che mi sento di dire oggi è che sono stata chiamata perché ho alle spalle un certo tipo di percorso, ma so benissimo che i modelli non si esportano. Si possono spostare le competenze, ma non i modelli. Quindi quello che io cercherò di fare a Venezia sarà appunto esportare la mia competenza, un certo tipo di comportamento che ha fatto crescere il Mart, ma non sarà certo come dire che il modello Mart possa essere trapiantato a Venezia. Nel mio nuovo ruolo opererò sul modello Venezia.

Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 312, settembre 2011


  • Gabriella Belli impegnata nella catalogazione degli ex voto al Santuario di Montagnaga di Pinè nel 1980
  • Gabriella Belli in un ritratto fotografico di Luisella Savorelli
  • Gabriella Belli con Ileana Sonnabend a New York nel 2005
  • Gabriella Belli con Giuseppe Panza di Biumo

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