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La solitudine del satiro

Montevarchi virtuosa

La mostra su Giovanni Martinelli è la prova di come sia più facile imbattersi in mostre all’altezza delle aspettative nelle piccole piuttosto che nelle grandi città

Uno scorcio della mostra allestita nell’Auditorium di Montevarchi

Visitando le mostre d’arte in Italia, ci si accorge che molto spesso bisogna uscire dalle mura delle grandi città, spingendosi in «provincia», per assistere a occasioni misurate, dove quanto si vede o quanto si legge nei relativi cataloghi è adeguato all’impegno economico e organizzativo nonché alla qualità della ricerca o della divulgazione. A Milano (per citare una città sempre sovraesposta sul fronte delle mostre e quasi mai all’altezza delle aspettative innescate dalla «propaganda») sembrerebbe sempre tutto straordinario e allora è naturale che le nostre attese siano più alte, le nostre antenne critiche più sensibili. Eppure, nel corso dell’ultimo anno, l’unica esposizione equilibrata tra le tante in calendario è stata quella svoltasi al Museo Poldi Pezzoli sulle opere di Botticelli conservate nei musei lombardi. Visti i tempi, risulta per questo un vero miracolo la piccola mostra che la città di Montevarchi ha dedicato a uno dei geni del luogo («Giovanni Martinelli pittore di Montevarchi. Maestro del Seicento fiorentino», a cura di A. Baldinotti, B. Santi, R. Spinelli, aperta fino al 24 luglio. Catalogo Maschietto editore, Firenze). L’aula di un moderno Auditorium è stata trasfigurata da un intelligente allestimento in due sale di museo avvolgenti: con sobrietà «brunelleschiana», un rivestimento a pannelli ricoperti di semplici tessuti grigi alle pareti si innesta su un basamento in legno. Cannocchiale della mostra è uno dei quadri più belli e più celebri di Giovanni Martinelli (1600-59), il «Convitto di Baldassarre» degli Uffizi, esposto in una sala che rimanda alla Tribuna del Buontalenti. Un omaggio a un pittore che nella vera Tribuna non è mai entrato né forse entrerà mai, ma al contempo anche all’intelligente rete di mostre territoriali avviate dalla Galleria fiorentina a partire dal 2008 («La città degli Uffizi»), di cui questa è sino ad ora una delle più riuscite. Nel «Convitto», un’opera dell’estrema maturità, si coglie bene il percorso singolare di questo straordinario pittore attivo nella Toscana medicea della prima metà del Seicento: e con una fortuna assai limitata. L’infatuazione per il naturalismo caravaggesco, accostato durante un soggiorno giovanile a Roma, persiste in parte nel gruppo dei giovani al centro dell’empio banchetto, ma è stemperata e accademicamente ripensata grazie alla misurata regia compositiva che ci parla di un ritorno all’ordine classicista, al quale allude anche l’architettura di sfondo. Tornato a Firenze, una delle città meno caravaggesche d’Italia, Martinelli travestì infatti la sua passione per i modelli caravaggeschi (specie di tradizione francese, tra Valentin e Vouet) alla luce della rilettura della pittura fiorentina del Cinquecento (a partire dalle opere di Andrea del Sarto) e del dialogo costante con i conterranei più allineati agli ideali di bellezza ideale (da Lorenzo Lippi a Cesare Dandini). Rimane però evidente che il suo talento e la sua identità singolare si esprimono soprattutto alla luce delle sperimentazioni eterodosse rispetto al più consueto Seicento fiorentino allineato alle regole dell’Accademia del disegno, come ci ricordano in mostra un ritrovato capolavoro di collezione privata («La Morte al tavolo del vecchio avaro») in cui Martinelli dialoga con Pietro Paolini e due quadri da sempre avvicinati alla sensibilità di Simon Vouet e Artemisia Gentileschi: l’«Autoritratto» degli Uffizi e la «Santa Maria Maddalena in meditazione» della collezione Cariprato, tutte opere di intenso naturalismo.
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Alessandro Morandotti, da Il Giornale dell'Arte numero 311, luglio 2011


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