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Editoriale

Il memento è solenne

Poco meno del 40% dei testi in catalogo dedicati agli artisti che partecipano alla Biennale di Venezia adduce, commentandone le opere, spiegazioni politiche, sociali o economiche. Insomma, caro visitatore: stai vivendo una liberatoria regressione infantile giocando col pongo dell’installazione di Norma Jeane? Bene, sappi che così facendo stai simbolicamente smembrando la bandiera egiziana. Ti stai godendo l’oscurità del padiglione greco, mimando Mosè e il passaggio del Mar Rosso? Divertiti pure, ma quel buio è metafora della gravissima recessione economica affrontata dai nostri cugini ellenici. Hai portato il tuo bambino ad ammirare le evoluzioni di quel tizio sul carrarmato davanti al padiglione Usa? Hai fatto bene, così rifletterà sulle contraddizioni dell’era Obama. Quanto all’ingenuo che ammira l’eleganza dei quadri di Seth Price, qualcuno gli spieghi che quell’artista recupera criticamente le tecniche del capitalismo avanzato. Alla fine uno ci rimane anche male. È come andare al ristorante con l’amico vegetariano e salutista che quando ordini la lombatina di vitello ti parla di come quegli animali vengono trasportati e ammazzati e rompe anche quando esci a fumarti una sigaretta.
C’è sicuramente del vero nelle interpretazioni di Bice Curiger & C. e molto di autentico nelle intenzioni degli artisti. Per molti padiglioni stranieri esordienti o quasi, inoltre, le opere legate agli aspetti sociali e politici costituiscono una sorta di giustificazione alla partecipazione, anche se c’è da chiedersi sino a quando i Paesi dell’ex blocco sovietico continueranno a propinarci monumenti di Lenin dismessi e architetture di regime in rovina. Ma spesso certi testi appaiono sin troppo in linea con l’austerity e l’«impegno» che ora vanno di moda nelle mostre non profit, mentre a Basilea sono tornati il gigantismo delle opere e dei prezzi. Persino Urs Fischer, protagonista dei fasti del mercato, si presenta alle Corderie col cero da penitente in mano, lasciando che uno stoppino acceso consumi le sue sculture. Gli artisti si sa, più che illuminare, come vorrebbe Bice Curiger, brillano: per la rapidità nell’adeguarsi alle situazioni e la diplomazia praticata attraverso l’accademia della banalità. Leggansi le loro risposte (salvo lodevoli eccezioni) alle cinque domande rivolte loro dalla curatrice: sembra di sentire dei calciatori appena trasferiti ad altra squadra («Sono onorato di indossare questa gloriosa maglia e di giocare davanti a un pubblico fantastico con un mister del quale ho sempre ammirato lo spessore umano e tecnico»). «L’arte è una nazione?» «Giammai! Non ha frontiere, né regole» (nel dubbio, tu artista non le infrangi). «Dove ti senti a casa?» «Ovunque, ça va sans dire! Ad esempio, anche se sono uzbeco, a Londra e a New York mi trovo benissimo». «Quante nazioni ci sono dentro di te?» «Un sacco». Risposta esatta! Come premio le tue opere saranno esposte con quelle delle pittrici del padiglione moldavo.

Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 311, luglio 2011


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