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Editoriale

Le banche invece dello Stato

L’Italia in allarme per la tutela e per le casse sempre più vuote, invoca un piano Marshall per la cultura. Ma chi può essere il signor Marshall? Da Roma, in un Teatro Argentina stracolmo per «ItaliaFutura. Cultura, orgoglio italiano» capitanato da Montezemolo, emerge un’unica ricetta: la cooperazione tra pubblico e privato. Galan, nuovo ministro, mai distratto, interventista e chiaro, dice e ridice: «L’intervento privato è fondamentale, ma occorre dare ai privati la normativa, gli incentivi e gli strumenti per investire in cultura. Se le erogazioni spontanee sono cresciute da 17 milioni nel 2001 a 24 nel 2009, non si può pensare che ci sia un’Iva al 20% sulle sponsorizzazioni e al 10% sui lavori». Un impegno a sbloccare la situazione? Forse non a caso nella settimana segnata dall’annuncio dell’operatività da settembre del restauro del Colosseo, simbolo identitario per eccellenza. 5 milioni di visitatori all’anno, investimento di 25 milioni assegnato all’unico partecipante con la vista più acuta, Tod’s, con esclusiva del logo per quindici anni. Al patron che nobilita l’operazione come «restituzione ai territori», il ministro replica: «L’affare lo abbiamo fatto tutti: Roma, l’Italia, il mondo», sollecitando epigoni, non solo nazionali, di quello che nei manuali deve diventare l’«E.D.V.», l’Effetto Della Valle.
In concomitanza scende in campo Intesa Sanpaolo, con il suo «Progetto cultura» (cfr. articolo a p. 1): in una presentazione satura di positività e progettualità, come non si vedeva da tempo, annuncia la nascita dei poli museali di gestione diretta, diffusi sul territorio nazionale. Viene reso accessibile e fruibile lo straordinario patrimonio di collezioni, archivi e immobili della banca. Si parte dalle Gallerie della Scala, nel cuore di Milano, per toccare Napoli, Vicenza e in futuro Torino. Non solo. Un’officina delle idee per i giovani e l’educazione. Carte in regola per un’istituzione culturale autonoma, che vuole arricchire l’offerta della città dando vita nuova a palazzi, cortili e giardini, già sedi dell’attività bancaria. Trasferimento nel presente di una cultura lombarda protagonista del Romanticismo e dell’industrializzazione: Palazzo Anguissola del ’700, capolavoro neoclassico del Soave, Palazzo Canonica della prima metà dell’Ottocento, il Brentani decorato con uomini illustri e, per il Novecento, il monumentale Beltrami. Un quadrilatero accanto alla Scala e a Palazzo Marino.
Velocità dalla fase ideativa a quella operativa, ardua per le istituzioni pubbliche, come raccontano il MaXXI e la Grande Brera. A soli due anni dall’incarico, grazie a un De Lucchi entusiasta e ai mezzi necessari, si apre a metà settembre il percorso dell’Ottocento: 200 opere da Hayez a Previati, compresi 13 bassorilievi del Canova. Il prossimo anno il Novecento con la straordinaria collezione d’arte italiana creata in Comit da Vittorio Corna per il banchiere umanista Raffaele Mattioli, integrata dalla collezione internazionale di arte contemporanea, costituita dal 1968 dagli industriali metalmeccanici Peppino e Luigi Agrati (Candy), contesa da molti, ma affidata per la valorizzazione alla banca (si noti, non a una istituzione pubblica), qualche anno fa.
Grande svolta. La banca condivide con il pubblico collezioni a reti unificate, in sinergia con una delle sue fondazioni azioniste, la Cariplo, uno tra i principali enti filantropici d’Europa. È il primo caso in Italia di cooperazione strutturata tra banca e azionista su questo tema, non episodica, ma in una prospettiva di lungo termine. Indirizzo auspicato da altre fondazioni di origine bancaria, quali Carisbo (cfr. «Rapporto Annuale del Giornale dell’Arte sulle Fondazioni» di maggio, p. 10). Si leggono immediatamente i potenziali sviluppi: una rete a copertura nazionale, tra banche e fondazioni, cioè dei principali investitori culturali del Paese. Secondo le stime Abi sono oltre 500 all’anno i milioni investiti dalle banche per conservare collezioni e palazzi storici e supportare iniziative culturali promosse da terzi. Questo equivale a circa il 10,5% della spesa pubblica in cultura che dai 7,5 miliardi di euro nel 2005 è passata oggi a 4,8 miliardi. E, da fonte Acri, sono 400 i milioni investiti dalle fondazioni di origine bancaria in un anno complesso come il 2009.
Plauso collettivo per il potente investimento strategico e per la visione dell’ideatore, Giovanni Bazoli, presidente del Consiglio di Sorveglianza di Intesa Sanpaolo: «Un’assunzione di nuove responsabilità a fronte dei profondi cambiamenti che attendono il nostro Paese, che richiedono di essere affrontati sul piano culturale, per ritrovare un senso comune di cittadinanza». Ci si chiede comunque quali siano le ragioni di un crescente impegno diretto (progettuale e gestionale), non partecipato con gli enti pubblici, di molti nuovi soggetti, in un momento in cui le istituzioni culturali del Paese arrancano per la sostenibilità e perfino le migliori lavorano «a singhiozzo». Perché costituire nuovi musei, strutture che impegnano il futuro, e non potenziare gli esistenti?
Per soggetti profit come le imprese, appare legittima l’autopromozione in autonomia, senza vincoli nella governance, di patrimoni che prima di essere asset sono manifesti di identità e quindi potenti strumenti di comunicazione. E anche l’utilizzo di immobili di proprietà in cerca di destinazione. Ma non si può non pensare anche a scarsa fiducia nel Pubblico, con il quale è sì un obbligo cooperare, ma anche mantenere una prudente distanza. È lecito leggervi uno stop «al consumo delle risorse che nel momento in cui vengono date diventano storia e non futuro» (Angelo Miglietta, Fondazione Crt).
Partecipazioni privato-pubblico. Diciamolo chiaro: in prima linea ci sono le fondazioni di origine bancaria, anche sulla scia di esempi internazionali di successo, come l’esemplare CaixaForum a Madrid che, avviato tre anni fa, lavora sulla propria collezione e si è fortemente integrato con l’offerta culturale del paseo del Prado. Solo per citarne alcune: la Fondazione Roma con il museo del Corso, la Fondazione di Venezia che sta lavorando a M9, il nuovo polo culturale per la rigenerazione urbana di Mestre, la Fondazione Cr Modena che ristruttura l’Ospedale di Sant’Agostino, a Bologna la Fondazione Carisbo che ha varato un museo diffuso con «Genus Bononiae. Musei nella città» e la Fondazione Crt che investe 180 milioni di euro a Torino nell’operazione Ogr. In uno scenario di risorse pubbliche praticamente inesistenti le conseguenze saranno vistose. Con franchezza e realismo, Fabio Roversi Monaco avverte: «Abbiamo fatto una scelta, gestiamo i nostri beni culturali e continueremo a seguire le attività cittadine, ma in misura inferiore rispetto al passato».
L’assessore regionale alla Cultura del Piemonte tenta un invito a riflettere sulla possibilità di integrare le politiche culturali e offre l’utilizzo di prestigiosi spazi pubblici come la Venaria per la creazione di percorsi comuni. La proposta arriva dopo la presentazione del progetto Intesa Sanpaolo e ci fa comprendere che esiste un ampio margine nella costruzione di dialogo e di percorsi di lavoro su progetti territoriali condivisi. È il presupposto essenziale per compensare e superare i tagli. Ma il vero quesito è la credibilità del partner pubblico e la sua dipendenza dalla politica, i cui obiettivi e la cui mutabilità non appaiono abbastanza convincenti per la visione a lungo termine delle fondazioni.

Catterina Seia è direttore del «Rapporto Annuale Fondazioni del Giornale dell’Arte» e del «Giornale delle Fondazioni online»

Catterina Seia, da Il Giornale dell'Arte numero 311, luglio 2011


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