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Fabio Isman ha studiato in esclusiva l’archivio di Gianfranco Becchina

Un milione di oggetti clandestini

I 140 faldoni sequestrati al re del traffico illecito di reperti archeologici contengono una straordinaria quantità di informazioni attraverso le quali si possono ricostruire gli impressionanti intrecci e le dimensioni della Grande razzia compiuta in Italia e del commercio internazionale di antichità. Con tanto di nomi e cognomi di coloro che hanno portato nei principali musei del mondo oggetti scavati clandestinamente

Hydria attica a figure nere, da Chiusi, con il rapimento di Dioniso, 510-500 a.C., Toledo (Ohio), Museum of Art

Tra i 140 faldoni sequestrati nel 2001 a Gianfranco Becchina (il mercante di antichità recentemente rinviato a giudizio per associazione a delinquere dal gup del Tribunale di Roma, cfr. n. 307, mar. ’11, p. 2, Ndr) nella sede e in tre magazzini della sua Palladion Antike Kunst a Basilea (lo spazio di memoria di 16 film: due carabinieri hanno impiegato due mesi per fotografarli), quelli numerati dall’87 all’89 sono intestati al re del rame George Ortiz Patiño. Boliviano nato a Parigi 84 anni fa, sotto la villa di Ginevra possiede un museo inaccessibile: della collezione in esso ospitata sono noti soltanto 280 capolavori che sono andati in mostra a metà degli anni Novanta alla Royal Academy di Londra, all’Altes Museum di Berlino, all’Ermitage di San Pietroburgo e al Puskin di Mosca (Philippe de Montebello, che dirigeva il Metropolitan, ha declinato l’ospitalità). Nel faldone 87, Ursula Juraschek detta Rosie, moglie di Gianfranco Becchina nata a Rostock, allora Germania Orientale, registra dare e avere. A fine 1986 gli invia un «conteggio riassuntivo» (i due erano in società al 50 per cento, capitale di 5 milioni di franchi svizzeri, quasi 4 milioni di euro) e acclude il resoconto del venduto: «Corredo guerriero bronzo» (370mila dollari), «cinque vasi bronzo pompeiani» (120mila franchi), «affresco pompeiano Dionysos» (150mila), e così via. Ovviamente, nessuna provenienza: quella degli scavi clandestini, non è possibile declinarla. È solo uno dei 13mila documenti confiscati a Becchina, con sentenza del Gup di Roma; con 6.315 reperti, 4 mila fotografie e 3.416 immagini digitali dell’archivio, stando ai conti dell’archeologa Daniela Rizzo della Soprintendenza per l’Etruria meridionale, consulente dei magistrati. Un compendio di 30 anni di commerci, fino al 2000, il cui acuto è il famoso kouros ceduto al Getty nel 1984 forse per oltre 7 milioni di euro: quello per cui Federico Zeri non volle più collaborare con il museo, e che, se fosse vero, sarebbe uno dei 13 esemplari intatti al mondo. Ma probabilmente non lo è (oltre a Zeri, lo disconobbero anche il celebre restauratore Pico Cellini e Thomas Hoving, già direttore del Metropolitan); come falsi sono alcuni dei documenti che lo scortavano: una lettera del 1952 ha un codice postale di 20 anni successivo; un’altra, del 1955, un conto bancario aperto nel 1963.
Quattro passi in questo archivio sono assai istruttivi: insegnano tantissimo sulla Grande razzia che, soltanto in Italia, ha comportato lo scavo clandestino di un milione di oggetti e indagini su 10mila persone, ma ben poche restituzioni da sei musei e da una collezionista americana (Shelby White; a lei e al marito Leon Levy è intitolata la nuova ala greco-romana del Metropolitan, finanziata con 20 milioni di dollari), e dai galleristi-venditori Jerome Eisenberg, della Royal-Athena Gallery a New York (una decina di pezzi, alcuni sottratti a musei) e (300 reperti) il giapponese Noriyoshi Horiuchi, con base in Svizzera.
Quello con Ortiz è un rapporto privilegiato, anche se non il solo. Comprende, ad esempio, un «lotto» di cinque «tombe del Sud Italia» (600mila euro) e un «corredo 12 vasi, Lucania» (poco di più); ricevute «per acquisto» di interi «corredi di tombe del Sud Italia», o di una «grande pelike con iscrizioni». Talora, si dice altro: un pugnale ha manico d’osso, misura 31 centimetri e allegata è una polaroid prima del restauro, a scavo di frodo appena avvenuto; un «corredo di tomba Sud Italia» è composto da un «vaso dorato e innumerevoli altri»; un altro, da «grandi crateri a volute, corazza con gambali e decorazione cavallo». Acquisti e vendite «alla grande»: tra le ricevute intestate a Ortiz per i due corredi (200mila euro la prima e 110mila la seconda), corrono esattamente sette giorni, ad agosto 1986. E due settimane prima, un terzo corredo costa 160mila euro: «Innumerevoli vasi di cui alcuni di pregevole fattura, la maggior parte frammentata ma completa». Vale meno, 60mila euro, un «ritratto di Adriano, marmo, romano», mostrato da tre foto; come ci sono le immagini di cinque «vasi pompeiani in bronzo», o di una «collana d’oro falisca». La provenienza illegale è sottintesa: non se ne indica mai una legittima, né il luogo dello scavo, o la data. Del resto, Ortiz non ha problemi: colleziona dal 1950; a Roma va sotto processo già nel 1961 (se la cava con la condizionale, come un altro grande mercante, Herbert Cahn che non c’è più); la «Triade Capitolina» estratta da Pietro Casasanta e restituita al confine svizzero nel 1993, per gli investigatori era sua: l’aveva comperata da un altro trafficante, Mario Bruno, e la offriva a un museo americano per 25 milioni di euro (è l’unica scultura in cui le tre maggiori divinità di Roma siano ancora assieme). Proprio Casasanta, «il re dei tombaroli» secondo il «Wall Street Journal», spiega ai pm: «Ho i miliardi e avevo un cliente dei più importanti al mondo; una spalla come Mario Bruno, uno grosso, con il cliente dietro, George Ortiz, che dice “con voi due ci prendiamo l’Etruria; i soldi li ho io, non esiste problema”; e noi già progettavamo l’ira di Dio; compreso un negozio a Cerveteri, per comprare dai tombaroli. Un negozio civetta». Ortiz chiarisce che ha iniziato a collezionare «dopo aver perduto la fede ed essere divenuto marxista» (trova la verità, e l’arte, in un viaggio in Grecia); da «umanista e collezionista» contesta le convenzioni Unesco 1970 e Unidroit 1995, che vincolano gli Stati alla lotta ai clandestini: per lui sono «frutto dell’utopia che ogni oggetto abbia una naturale collocazione e debba restare in situ; l’arte, se come in passato disseminata nel mondo, è tra i maggiori fattori di progresso, sviluppo intellettuale e comprensione tra i popoli».
Torniamo all’archivio di Becchina, in cui non manca nessuno dei più bei nomi. Né tra quanti lo riforniscono, né tra quanti comperano da lui. Ad aprile 1992 subisce una perquisizione, in un’indagine di mafia della Dia di Palermo; l’avvocato romano Bruno Leuzzi lo cava dai guai: dimostra anche che Becchina ha ben altre fonti di reddito. Elenca la Palladion (nel 1976, i 150 pezzi maggiori del negozio valevano due milioni di dollari); la ditta di cementi Atlas, di cui Becchina è a lungo amministratore unico (solo nel 1993, compera 131 tonnellate di cemento dalla Grecia); la tenuta di ulivi e l’olio verde con cui Clinton e Bush hanno condito l’insalata; alcuni dei musei suoi clienti. L’Ashmolean di Oxford nel 1975; la Columbia University, il Louvre e il Ninagawa di Hurashiki, in Giappone, nel 1976; il Boston e il Metropolitan nel 1979; l’archeologico di Utrecht l’anno dopo; quelli dell’Università di Washington e di Kassel nel 1981; poi, la Princeton University e quella di Yale, ovviamente il Getty, perfino il Limc, il Lexicon Iconographicum Mythologiae Classicae, che però è un’enciclopedia con sede a Zurigo, cui partecipano 40 Paesi. Tra queste carte, tante prove di transazioni di oggetti non proprio immacolati. Anche con le grandi case d’asta, che non andavano per il sottile, finendo per «lavare» i reperti senza origine, quindi clandestini, come si fa con i «narcodollari». Il 31 maggio 1988 il mercante invia a Sotheby’s a Londra una fattura di 320 franchi svizzeri per altrettante foto a colori, foto non restituite, evidentemente di oggetti posti in vendita; e un’altra identica fattura reca la data di un anno prima. Se Sotheby’s l’abbia onorata, non si sa; ma il documento vale a indicare (un franco per ogni immagine) l’entità del commercio.
Andare a passeggio tra queste carte fa scoprire l’origine di tanti oggetti di un altro strano mercante, Horiuchi che, a sentire qualche collega, non aveva neppure i soldi per sedersi a tavola con gli altri «trafficanti», e si accontentava di un sandwich al bar di fronte, finché non è incaricato da madre e figlia Koyama, Mihoko e Hiroko, di costituire il Miho Museum vicino a Kyoto, l’edificio di Ieoh Ming Pei aperto nel 1997 a Shiga con una spesa di 750 milioni di dollari, 350 dei quali per formarne le collezioni. Dopo una perquisizione degli inquirenti italiani nei suoi depositi svizzeri che certificò il suo possesso di 15mila reperti, Horiuchi ne ha restituiti 300 all’Italia. Fino al 1990 sono documentate transazioni per oltre 3,5 milioni di euro con Becchina. Ma anche ingenti debiti. Nel 1991 Becchina stipula un accordo davanti a un legale con Horiuchi e altri quattro creditori (Aldo Crivelli e Djamshid Daftary, di Basilea e Ginevra, e le ditte Serpe e Bodo Shöps, di Zug e Gstaad): in attesa di saldare il debito, Horiuchi eviterà almeno i maggiori acquisti, ma intanto Becchina cataloga a suo nome foto e vendite di vasi e piatti, a figure rosse, del Pittore di Sacco e di quello di Baltimora. In questo formidabile archivio si dissolvono svariati misteri. Nel 1992, per le tre mostre sugli Etruschi a Venezia, Parigi e Berlino organizzate da Palazzo Grassi (un capolavoro di Paolo Viti ai tempi Fiat), Massimo Pallottino (come Mario Torelli nella sua mostra del 2000) vuole un’hydria a figure nere del museo di Toledo, Ohio. Alta 52 centimetri, raffigura la fine del rapimento di Dioniso raccontato da Omero: il dio trasforma i pirati tirrenici colpevoli in delfini (foto 1); e gli uomini-pesce che si tuffano nel Tirreno sono un hapax, un unico che anticipa perfino le Metamorfosi di Escher. L’oggetto è in mostra con provenienza ignota: troppo bello perché uno studioso resista alla tentazione di esporlo. Reca un’attribuzione dubbia: forse, il Pittore del Vaticano; la data è tra il 510-500 a.C.; il museo l’ha acquisito nel 1982. Nel 2001, dopo la perquisizione nei depositi di Becchina a Basilea, si scopre dove: agli atti ci sono lettere, fatture, fotocopia dell’assegno. Trasportato dalla British Airways; pagato non molto: 90mila dollari; un certificato con cornice istoriata lo accredita al Pittore di Micali e «giustifica» (si fa molto per dire) la provenienza: «Comprato sul mercato da un collezionista privato svizzero, dal cui erede l’ho rilevato nel 1980; era stato da poco pubblicato da una rivista di Monaco». Avalla l’origine una dichiarazione firmata da Karl Haug, su carta intestata dell’Hotel Helvetia, che egli ha venduto a Becchina, come la Palladion; ma i Carabinieri trovano analoghi documenti in bianco nell’archivio, con lo stesso timbro già stampato a metà facciata: facile riempirli a posteriori. «È forse il più bel vaso di Vulci», commenta Daniela Rizzo. Già, perché proviene proprio da lì e, quando in Italia sono iniziate le indagini, viene ritirato di corsa dalla mostra veneziana di Torelli, aperta da poco, per timore di un sequestro. Chissà perché mai finora non è stato restituito all’Italia.
Come un cratere del Pittore di Ixion, o Issione, attivo a Capua dal 350 al 325 a.C., con il massacro dei pretendenti da parte di Ulisse (foto 2), alto 45 cm, che è al Louvre e di cui Becchina conserva tutta la documentazione: dalle visite a Basilea di Alain Pasquier, allora direttore del dipartimento delle antichità, alle trattative per cederlo a Boston (dice il curator, John Hermann, che il direttore è rimasto «sconvolto» dalla cifra richiesta; ma egli mostrerà l’opera a Levy), alla vendita, forse per 290mila dollari, nel 1987 a Parigi dove, a dicembre, approda anche una psykter del VI sec. a.C. del Gruppo di Lisippide, «decorata con Dioniso, menade e satiri», per 350mila euro; a madame Guide, capo servizio delle Opere d’arte della Réunion des Musées nationaux, il mercante scrive che il vaso, alto 40 centimetri, è integro, con pochi restauri. Poi, emette una fattura a 60 giorni e registra il saldo a tre mesi dalla consegna.
Ci sono anche singolari dilemmi. Sia Medici sia Becchina hanno sempre smentito, quasi con reciproco sdegno, qualsiasi contatto tra loro. Ma come ha scoperto Maurizio Pellegrini, un altro dei periti, possiedono immagini coincidenti di pezzi clandestini. Un’anfora attica a figure rosse con Eracle e Apollo in lotta per il tripode di Delfi del pittore di Geras (foto 5), alta 45 cm, è stata restituita dal Getty che l’aveva comperata nel 1979, con tanto di fattura, da Becchina, ma figura anche, ancora sporca di terra, nelle polaroid di Medici. Come un askos a forma di anatra del Gruppo Clusium (foto 4), analogamente tornato e proveniente da Becchina, anche se, per il museo, era ufficialmente «dono di Vasek Polak». Becchina ha la foto di un piatto attico a figure rosse di 22 centimetri di diametro, prima e dopo il restauro: uno dei 21 (un «servizio» unico al mondo decorato con guerrieri, servitori, danzatrici, satiri, pescatori) proposti al Getty da Medici tramite Robert Hecht (che cede al Metropolitan il cratere di Eufronio con La morte di Sarpedonte nel 1972: il primo pezzo pagato da un museo un milione di dollari), e trattati per due milioni di dollari dal curator Marion True. Lei scrive dispiaciuta a Medici che, per la prima volta, il direttore del museo le ha detto di no: non intende investire una tale somma «in 21 opere dello stesso autore» (quando si dice la sapienza scientifica!). I Carabinieri li ritroveranno nel 1995, nel sancta sanctorum di Medici, nel Porto franco di Ginevra (molto è iniziato da lì), e ora sono, finalmente, al museo di Villa Giulia, a Roma.
Tra i 140 faldoni di Becchina abbondano quelli del fornitori: middleman e trafficanti in contatto con chi scavava, ma anche tombaroli in proprio. Ci sono fatture pagate a Casasanta nel 1986, per un cratere apulo frammentato e un’antefissa di terracotta (ma kratere e terrakotta sono scritti con la kappa), e per 12 pezzi, di cui «tre affreschi pompeiani». Ben cinque fascicoli sono intestati a «Raf», Raffaele Monticelli di Taranto: il primo, in queste vicende, sottoposto a misura di prevenzione e confisca del patrimonio in cui figura anche un intero stabile a Firenze, certo non frutto del lavoro di maestro. Sulla sua Volvo, trovati sei milioni di lire, vari telefoni e schede non solo italiane, la fotocopia di un interrogatorio a Roma per l’export di «enormi fortune archeologiche», quando è sorpreso nel Foggiano, vicino ad Ascoli Satriano, dove erano stati segnalati nuovi scavi clandestini dopo quello che, nel 1978, ha fruttato il trapezophoros, ormai restituito dal Getty: il sostegno di tavolo rituale in marmo policromo con due grifoni che sbranano una cerva. In quell’occasione, i pezzi finirono a Medici (che ne aveva anche le foto dopo lo scavo) e poi a due grandi mercanti come Hecht e Robin Symes di Londra: Monticelli si sarebbe risentito per la violazione del territorio. Frida Tchacos, un’altra antiquaria-mercante (galleria Nefer di Zurigo) arrestata nel 2002 a Cipro, parla all’allora Pm Ferri di «un preciso triangolo tra Hecht, Becchina e Monticelli», fornitore «di ogni cosa si trovasse nel Sud Italia, vasi apuli, terrecotte, bronzi»; la stessa moglie di Becchina, arrestata in Svizzera nel 2001, lo qualifica come uno dei maggiori fornitori della «casa». È esperto soprattutto di monete: Becchina lo stipendia ogni mese, ufficialmente per la pulizia delle stesse; le ricevute dei versamenti arrivano fino al 1994. Ma un decennio più tardi, Monticelli è condannato a 4 anni: al processo si scopre che alcuni tombaroli non sono pagati in base ai ritrovamenti, come di solito, bensì salariati mensilmente. Comunque sia, ad esempio nel luglio 1968 Raf vende a Becchina 20 vasi apuli assieme; ci sono conti da 120 e 275mila franchi svizzeri, anche due dozzine di anfore al mese.
Da Monticelli ha origine uno dei grandi misteri irrisolti di queste vicende. Tra i documenti di Becchina ci sono la foto di una grande arula arcaica in terracotta decorata con scene mitologiche rilevata da Monticelli nel 1993 e un appunto di Hecht del 16 ottobre 1995: «Domani sapremo se il Met l’acquista». Non l’ha fatto, ma il reperto è sparito, non risulta tra quelli sequestrati a Becchina. In una polaroid l’arula è appena scavata, ancora con notevoli incrostazioni, manca della parte superiore e di una delle due figure femminili laterali, misura 70 cm per lato, conserva tracce di policromia e riporta la sigla «Raf-132» e la data «13.10.93». Il pezzo risulta in uno degli elenchi (il 132 appunto, ma quanti sono?) dei materiali spediti da Monticelli, in cui se ne precisa anche il valore, 150mila franchi svizzeri, 115mila euro. Altre foto della stessa arula sono nel faldone dedicato a Hecht: prima e dopo il restauro, con appunti, note e disegni che indicano l’interesse per lo straordinario oggetto. Per conferirgli parvenza di legittimità, Hecht lo pubblica in un catalogo della sua Atlantis Antiquities. Scavato in Sud Italia, chissà dov’è ora.
Allo stesso modo non si sa dove sia sparita (anche se i Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale ammettono di avere qualche idea) un’antichità davvero eclatante: il terzo esemplare al mondo di Sarcofago degli sposi estratto da Cerveteri, non bello come quello esposto a Villa Giulia a Roma, ma più integro di quello conservato al Louvre. Ecco la storia di questo reperto datato al 530 a.C.: il 10 febbraio 1992 un corriere specializzato di Basilea di cui si serve Becchina, la Haller, consegna un carico spedito da Lugano da parte del trafficante Mario Bruno. È indicato come top secret, pesa 525 chili; contiene l’oggetto ritratto in una polaroid in un magazzino (forse quello Haller) appena sballato. È il coperchio del sarcofago con due sposi sdraiati sul fianco sinistro. La prima volta che vede la foto Antonio Giuliano, grande archeologo, sentenzia: «Falso». Perché? «Non può essere vero». Poi, i bravissimi Carabinieri per la Tutela, e i giudici, mi hanno spiegato che Giuliano sbagliava. Segnalato l’avvenuto scavo clandestino a Cerveteri, inizio anni Novanta, il giorno dopo si fa il «ripasso» del luogo. Archeologi e militi rinvengono i piedini degli sposi mancanti sul coperchio che, periziati, ne dimostrano l’autenticità. Ma sempre nell’archivio Becchina, in uno dei due nutriti faldoni dedicati a Bruno, già socio anche di Medici proprio a Cerveteri, v’è traccia di lunghe attività di scavo in comune e i due sembrano paritari, anche con «secondi fornitori» che setacciano il terreno a caccia dei frammenti mancanti: evidentemente non sempre li recuperano tutti. Da tempo i Carabinieri sono sulle tracce dell’oggetto; Becchina dice d’averlo rispedito a Bruno, intanto defunto, ma nell’archivio non un solo pezzetto di carta suffraga l’ipotesi.
È stato restituito all’Italia il Cratere a calice a figure rosse alto 70 cm venduto al Getty da Becchina (con lui è costato il processo al tombarolo che l’ha scavato) per 550mila dollari nel 1988. Si tratta del più grande cratere firmato da Assteas (al centro della fascia a palmette che corre sotto la scena), celebre artista attivo a Paestum nel IV sec. a.C. È stato estratto a Sant’Angelo dei Goti, in provincia di Benevento, dove, a fine Settecento, furono trovati grandi vasi «venduti a William Hamilton e poi confluiti nel British Museum», ricorda Stefano De Caro; in una polaroid si intravede la faccia dello scavatore che, felice, lo mostra appena trovato. Ritrae una delle prime effigi di Europa (foto 3), la giovane donna che Zeus, fattosi toro e tutto bianco, rapisce in riva al mare e porta a Creta, tra due donne-tritone meravigliate. Il pezzo, inedito, viene ceduto a Becchina per un milione di lire e «un porcetto da latte» che incuriosirà gli inquirenti e i legali americani, poco avvezzi al tradizionale pagamento in natura. Nel 1987 lo pubblica il Getty, ma nel 2005 lo deve restituire. La polaroid si trovava (con un’«Artemide marciante», altro splendido recupero) sull’automobile di Pasquale Camera, ex ufficiale della Guardia di Finanza che «dirazza» e lavora con i «predatori dell’arte perduta». Camera muore nell’agosto 1995 su un rettifilo dell’autostrada Napoli-Roma mentre va a Fiumicino dove ha appuntamento con Frida Tchacos che i Carabinieri stanno intercettando («ascoltiamo in diretta perfino le condoglianze», dice uno di loro), e l’indagine comincia. Camera aveva raccontato a un altro predatore, Danilo Zicchi, una storia mai chiarita: «Ai tempi del Mundial di calcio del 1990», dice questi, qualcuno che «lo porta senza problemi in Svizzera approfittando dell’evento», vende «un tesoro di oltre 100 pezzi d’argenteria» da Pompei che può rivaleggiare con gli unici due noti: quello donato da Edmond de Rothschild al Louvre, scavato nel 1895 a Villa Pisanella di Boscoreale e quello conservato al Museo archeologico di Napoli, dissepolto dalla Casa del Menandro a Pompei nel 1930, 118 pezzi, il massimo numero mai rinvenuto. Il misterioso tesoro del 1990 sarebbe stato scavato da un «anziano» insiema a «centinaia di monete d’oro e d’argento, della dinastia Giulio Claudia». Ceduto a un tombarolo legato a Monticelli, Benedetto D’Aniello, che «lo vende a Medici», dice sempre Zicchi. E gli argenti prendono la solita via della Svizzera, «approfittando del viavai per il Mundiàl». In parte finiscono a Londra: a Symes, che per pagarli deve farsi finanziare in banca; e in parte a un inglese d’origine persiana noto come Batman. D’Aniello riceve qualche milione di euro, e Symes sborsa cinque volte tanto, continua Zicchi; Medici si assicura il guadagno maggiore; Camera mostra anche un paio di foto di quel tesoro sparito.
Basta con i misteri irrisolti, parliamo dei mille e mille affari, tutti ben documentati, di Becchina. Uno studioso chiede se certi oggetti vengano da Pompei, e Rosie ne protocolla anche il ringraziamento «perché avete girato la mia missiva a chi ha scavato». Nel 1990 Becchina cede per 4 milioni di euro alla Merrin Gallery di New York 32 bronzi nuragici dal IX al VI sec. a.C. (sacerdotesse, guerrieri, navi e animali). Lavora molto con Mario Bruno, poi con il figlio Ettore: oltre 300 reperti in pochi anni. Ha stretti contatti con Elia Borowsky, che ormai non c’è più: dai suoi reperti è nato, a Gerusalemme, davanti a quello dei Rotoli del Mar Morto, il Museo delle Terre bibliche, infarcito di oggetti assai dubbi. Poi litigano e seguono denuncia e  condanna di Becchina. Umberto Guarnaccia, suo prestanome, propone perfino affari al Vaticano, ma Oltretevere allerta i Carabinieri. Becchina i clienti non li attende, se li cerca. Scrive e manda foto all’armatore greco Niarchos, che era in affari con Medici e aveva acquistato, pare per 3 milioni di dollari, una bella hydria ceretana con una pantera e una leonessa, ma questi ringrazia e rifiuta. Offre materiali ai Levy-White, che gli replicano di non essere «interessati alle teste d’oro», ma alla ceramica: nel 1987, comprano cinque pezzi, tra cui un’hydria di mezzo metro del Pittore di Priamo. È in rapporto con tutti i «grandi» del mestiere: cede «diversi frammenti» a von Bothmer con l’expertise di Jiri Frel, il predecessore di Marion True al Getty, che quando è costretto a lasciare va ospite di Becchina a Castelvetrano (trovata una sua carta d’identità), e poi vive a Roma fino alla morte; offre per 250mila euro a Tokyo una copia in marmo di mezzo metro dell’Apoxoumenos. Dal tombarolo romano Paolo Martinelli compra, tutti insieme, «90 piccoli vasi a figure rosse, 25 bronzetti, 3 vasi attici, 5 teste in terracotta, un affresco del I sec.» e altro. Manda sei affreschi all’Acanthus Gallery di New York; la dogana di Chiasso gliene sequestra altri sette, larghi due metri, nel 1978: prova a dire che sono libanesi, ma vengono da Paestum (dove tornano nel 1980) e l’affare sfuma. Al Getty, 19 cessioni nel 1979, 16 nel 1980, 13 nel 1982 (ma una sono «20 teste di terracotta»). Nel 1983, 50 pezzi apuli, da Canosa e Taranto, a Ortiz: vetri romani, lekythos e kylix attiche a figure nere. Nel 1994, passa anche, forse per Ortiz, una non meglio specificata «testa di bronzo» per 1,2 milioni di franchi svizzeri.
Ne è trascorso di tempo da quando Becchina faceva l’emigrante in Sardegna, nel bar di uno zio, o quando raggiungeva la Confederazione come inserviente all’Hotel Helvetia, poi divenuto suo. L’archivio è uno dei documenti più illuminanti di questa orribile storia: ci si potrebbe scrivere sopra un intero libro. Contiene l’avventura completa di un mercante dei più famosi; nel 1990, per ottenere contanti necessari alla sua attività, tratta la cessione in pegno di una raccolta di monete antiche del valore di 800 mila dollari. Vent’anni dopo si ritira dagli affari (garantisce) e vive a Castelvetrano; vede sullo sfondo i templi di Selinunte, il suo luogo natale. Che fosse un predestinato?

© Riproduzione riservata

di Fabio Isman, da Il Giornale dell'Arte numero 309, maggio 2011


  • Uno dei magazzini sequestrati a Gianfranco Becchina, nel 2001, a Basilea
  • Anfora attica a figure rosse del Pittore di Geras con Eracle e Apollo che lottano per il tripode di Delfi, 480-470 a.C., già Malibu, Getty Museum, ora Roma, Museo nazionale di Villa Giulia
  • Cratere a calice pestano a figure rosse con Europa sul toro, firmato Assteas, 350-340 a.C., già Malibu, Getty Museum, ora Paestum, Museo Archeologico Nazionale
  • Piatto attico a figure rosse di 22 centimetri di diametro, uno dei 21 (un «servizio» unico al mondo decorato con guerrieri, servitori, danzatrici, satiri, pescatori) proposti al Getty da Medici tramite Robert Hecht, ora a Roma al Museo nazionale di Villa Giulia
  • Cratere a campana a figure rosse del Pittore di Issione con la strage dei pretendenti da parte di Ulisse, 330 a.C., Parigi, Louvre
  • Gianfranco Becchina
  • Askos a forma di anatra del Gruppo Clusium, 350-300 a.C., già Malibu, Getty Museum, ora Roma, Museo nazionale di Villa Giulia
  • Piatto attico a figure rosse di 22 centimetri di diametro, uno dei 21 (un «servizio» unico al mondo decorato con guerrieri, servitori, danzatrici, satiri, pescatori) proposti al Getty da Medici tramite Robert Hecht, ora a Roma al Museo nazionale di Villa Giulia
  • Anfora attica a figure rosse del Pittore di Geras con Eracle e Apollo che lottano per il tripode di Delfi, 480-470 a.C., già Malibu, Getty Museum, ora Roma, Museo nazionale di Villa Giulia

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