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10 anni di mostre a New York

Il 90% dell’arte è pessima, il 9% buona, l’1% favolosa (e forse resterà)

In Vedere ad alta voce, le scudisciate di Jerry Saltz all’art system contemporaneo

Jerry Saltz (a sinistra nella foto)

Jerry Saltz (New York, 1951) è una delle voci più schiette, ironiche e irriverenti della critica d’arte americana. Dopo aver collaborato con «Arts Magazine» e «Village Voice», da alcuni anni scrive per il «New York Magazine», anche se suoi testi possono essere letti su «Art in America», «Flash Art», «Frieze», «Modern Painters»; per tre volte è stato tra le nomination del Premio Pulitzer per la critica e nel 2007 ha vinto il Frank Jewett Mather Award per la critica d’arte; nel 1995 ha curato la Biennale del Whitney, è stato visiting critic alla Columbia University, alla Yale University e all’Art Institute di Chicago e tiene frequenti conferenze in università e musei.
«Vedere ad alta voce», edito da Postmediabooks, riunisce alcuni degli articoli di Saltz apparsi tra il 1999 e il 2007 su «Village Voice», il mitico settimanale newyorkese; si apre con una sorta di dichiarazione di intenti, in sei lezioni, dell’autore e si chiude con una lunga intervista al critico da parte del curatore del volume, Michele Robecchi: pagine che ci permettono di capire ciò che guida Saltz nella sua attività e che «dà senso all’arte e alla critica». «Ogni volta che visito una mostra imparo qualcosa, anche quando fa schifo. Si impara dalle cose brutte come dalle cose belle»; così, qualche settimana fa, Saltz ha elencato le dieci mostre, e avvenimenti, migliori e peggiori del 2010 in America: tra le esposizioni (peggiori), quella di Damien Hirst alla Gagosian Gallery, «con armadietti pieni di diamanti finti e dipinti terribili», e tra gli eventi alcuni interventi ai dibattiti all’Art Basel Miami Beach (Silvia V. Fendi: collezionare arte è «il nuovo modo di fare shopping»; Aby Rosen: «le fiere d’arte inoltre sono posti dove i super-ricchi possono socializzare con persone del loro stesso livello»). Nel 2000, come si può leggere in Vedere ad alta voce, Saltz aveva recensito con grande favore la mostra di Hirst nella stessa galleria; dunque, «se sei un fan o una mascotte non sei un critico»: occorre «guardare sempre, guardare di più e mantenere una mentalità aperta, senza lamentarsi che l’arte non è più quella di una volta». Saltz dichiara anche di cercare di «scrivere in modo diretto e non in critichese», di voler sempre spiegare «perché gli artisti sono originali oppure copiano e come utilizzano tecniche e materiali» e osservare «se sono in crescita o se si sono fossilizzati».
Diffida dell’autenticità di certi testi nei cataloghi di mostra, accanto ai quali «andrebbero pubblicati i compensi dei critici», e lamenta che sia troppo raro trovare commenti negativi («le generazioni future che si ritroveranno a consultare le riviste d’arte di oggi penseranno che la nostra era un’epoca in cui si provava un’ammirazione totale per qualsiasi cosa»: la verità è che «il 90% dell’arte è pessima, il 9% è buono, l’1% favoloso e, forse, rimarrà nella storia»). Leggendo i testi inseriti in Vedere ad alta voce, oltre al piacere della prosa scoppiettante e scintillante, e alle felici intuizioni critiche, si può vedere come Saltz abbia mantenuto la promessa, non abbia avuto paura di pestare i piedi a qualcuno e di essere messo al margine del mondo, quello dell’arte, che ama, pur non potendone tacere le miserie e le follie.
Nelle sue recensioni Saltz mette sotto la sua lente alcune delle mostre personali maggiori presentate sulla scena di New York in quegli anni (tra le altre, quelle di artisti contemporanei come Gabriel Orozco, Fischli & Weiss, Raymond Pettibon, Francesco Clemente, Rachel Whiteread, Andreas Gursky e Thomas Struth, Tom Friedman, Pipilotti Rist, Jeff Koons, Barbara Kruger, Damien Hirst, Pierre Huyghe, Nan Goldin, Bruce Nauman, Gerhard Richter, William Kentridge, Matthew Barney, Gregor Schneider, John Currin, Vito Acconci, Steve McQueen, Jean-Michel Basquiat, Neo Rauch), e delle esposizioni di autori ormai entrati nella storia (Modigliani, Matisse e Picasso, Donald Judd, Warhol), mostre a tema («Sensation», la collezione di Young British Art di Charles Saatchi; gli artisti riuniti da Dan Cameron in East Village Usa; alcune mostre di installazioni, con la recensione che titola: «L’installazione come estetica dell’orgia»). Saltz non si occupa solo di mostre: sferza certe degenerazioni del mercato dell’arte: «Le fiere come circolo vizioso», in cui, nel gennaio 2005, annuncia che «un giorno i soldi finiranno, (…) la bolla di sapone scoppierà»; «Chelsea: la giungla del mondo dell’arte»; «Nel segno del dollaro», in cui sostiene che il mercato dell’arte «è al servizio di se stesso», un luogo «dove una casta sempre più esclusiva e dominante inscena rituali in cui si manomettono codici consumistici e gerarchici in pieno giorno» e si «offre asilo politico ai comportamenti più idioti», anche se, «nonostante il mercato sia professionale e “furbo”, rimane comunque intrinsecamente limitato, imprevedibile e insicuro, e come tale rappresenta una forza vulnerabile e caotica al tempo stesso». Alla fine di ottobre 2010, constatato che le spese che è possibile sostenere per le fiere e le mostre personali si stanno, di necessità, drasticamente riducendo, e che i prezzi delle opere d’arte sono saliti troppo (un giovane artista emergente costa 30mila dollari, e quelli a metà carriera 100mila…), Saltz ha osato dire che «tutti dall’alto al basso, persino Damien, Takashi, Jeff, Maurizio e Richard, dovrebbero diminuire il loro prezzi del 20% o più. Sarebbe una buona cosa per tutti, persino per loro». Non manca poi di criticare ferocemente certe tendenze nella direzione dei musei («Amo i musei, sono i curatori che mi preoccupano») e di lanciare i suoi strali verso esperienze come quella di Thomas Krens al Guggenheim, per avere in fondo creduto che «storia e moda siano intercambiabili».
Critici come Saltz sono una boccata d’aria fresca in un ambiente in cui prosperano furberie e consorterie, e fa piacere sentirlo dire che «le cose da sapere su un’opera d’arte dovremmo trovarle all’interno dell’opera stessa»: lì sono racchiuse «la fonte del suo mistero, la lucidità, l’inflessibilità, e la sua forza silenziosa, seducente, incredibile».
© Riproduzione riservata

Vedere ad alta voce. Dieci anni di arte a New York dalle pagine del Village Voice, di Jerry Saltz, a cura di Michele Robecchi, 192 pp., 170 ill., Postmedia books, Milano 2010, € 19,00

Sandro Parmiggiani, da Il Giornale dell'Arte numero 306, febbraio 2011


  • La copertina del volume «Vedere ad alta voce» di Jerry Saltz
  • Uno dei bersagli di Jerry Saltz: «Puppy», di Jeff Koons

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