
Amico e compagno di strada di artisti come Baj, Bueno o Carol Rama, Sanguineti non ha scritto spesso di arte contemporanea, né si è definito un critico d’arte. La densità degli interventi pubblicati sul «Verri» e «Marcatré» in un breve giro di anni, 1959-64, è tuttavia tale che occorre riconsiderare il ruolo del critico letterario e poeta anche con riferimento alle arti visive. Posizioni e prospettive adottate lasciano tracce profonde nella critica d’arte italiana del decennio e contribuiscono a orientare ricerche, orientamenti, coalizioni. L’interesse è per l’intreccio di arte e mondo, estetica e politica. L’esigenza è neofigurativa. Esemplifichiamo. Nel 1962 Sanguineti commenta la mostra torinese sul secondo Futurismo. Esprime dubbi sull’«entusiasmo» di riscoperta che circonda l’iniziativa. Si rivolge a Enrico Crispolti, curatore dell’esposizione, e lo avverte del carattere velleitario di tanta arte astratta italiana tra le due guerre, modernista solo in apparenza. La polemica, rilanciata a distanza di pochi anni da Paolo Fossati, interlocutore e amico, investe indirettamente le neoavanguardie e la questione dei rapporti tra intellettuali, società, politica. Nel 1963, a Roma, Sanguineti presenta la monografia che Brandi ha appena dedicato a Burri. Avvicina Burri da sinistra, in chiave neomarxista. Appare bonificare ideologicamente l’artista umbro: ma sottotesto dell’interpretazione, prudente, a suo modo grandiosa, è l’anticapitalismo di destra, quasi che Jünger o Heidegger, predilezioni giovanili, sorreggano almeno in parte, nell’occasione, le argomentazioni progressiste. Inventa un Burri neofigurativo e sociologico, allegorista della società industriale e del conflitto operaio, che la generazione «poverista» (pensiamo a Pistoletto, Zorio, a Kounellis) è pronta a assimilare. «Nella pittura di Burri, afferma, siamo chiamati a riconoscere perpetuamente che “questo è questo”». Di lì a poco Celant parlerà di «tautologie»: mostrerà di avere fatto proprio l’appello a un’arte «epica» che non proponga illusione né «catarsi».
Nel 1965 Sanguineti scrive della cultura d’avanguardia a Napoli, per lui «il centro più vivo di cultura figurativa che esista in Italia». Richiama gli orientamenti neofigurativi, tra nucleare e neodada, al tempo presenti in città, e ne celebra il «feroce» radicamento territoriale. Impiega parole che tornano utili circa quindici anni dopo, quando si tratterà di lanciare quella che si è poi chiamata Transavanguardia. «Caso unico al mondo, afferma, “Pop” indica oggi a Napoli veramente ciò che è “popolare”, l’orizzonte intero della mitologia locale, aulica e volgare, dotta e folkloristica».
q Michele Dantini
Cultura e realtà, di Edoardo Sanguineti, a cura di Erminio Risso, 352 pp., Feltrinelli, Milano 2010, € 28,00